LISADATTATO

LAPERLADESIGNER 

 

Silvano Fantilli

 

Arch.interior designer

 

PRODUCT DESIGNER

 

Publicista Poeta

 

via valli 73/A

66045 schiavi di abruzzo ch

 

tramite questi versi ha voluto dare volto, olfatto, anima, cuore, luogo, cultura, e visione politica.

E per alcuni periodi anche curativi.

Del suo modo di essere

“ lisadattato”di sempre:

(Vivendo -Diseguali solitudini, volontariamente si apparta nella sua solitudine, dal contesto sociale, evitando quando e possibile coinvolgimenti emotivi, schieramenti aberrantidettate da convenzioni, convenienze …sentirsi estraneo necessario per tentare una testimonianza vera, libera, originale, e non imposta se il mondo o circostante seppure o maggiormente, maggioritaria,dando dimensioni e universi, di un suo comportamento e azione differente, che possono appartenere solo a minoranze infinite, costringendolo …a l’isolamento …che vengono vissute con dignità, orgoglio… addirittura con fierezza, con sconforto …di chi si senteabbandonato…Uomini vili vuoti….Che si aggrappano Alla miseria Materiale del vivere…Di apparire per sentirsi protetto e conforme alle masseE non dell’essere…uomo autonomo a ostinazione perpetua contrariaDella sua visione e azione sociale

COSA SIGNIFICA ESSERE DI SINISTRA PER ME OGGI. 

NELLA SOCIETA’ LIQUIDA. 

 

 

Preferisco essere un sognatore fra i più umili, immaginando quel che avverrà, piuttosto che essere signore fra coloro che non hanno passione sogni e desideri. 

 

Immaginiamo un percorso tortuoso e faticoso di vita, 

di una generazione di mezzo in cui la posizione stato tempo ancora creava barriere, tra il luogo e digitale: 

la prima fatta di faticosi e tortuosi spostamenti verso luoghi del sapere, tramite luoghi fisici e carta stampata per l’acquisizione di cultura e informazione. 

E la seconda che ha annullato completamente il luogo  

E lo stato sociale per l’acquisizione di vari gradi del sapere. 

fatta sempre e comunque di tasselli di vita quotidiana che ogni giorno si aggiungono o si sostituiscono a ciò che era il punto di partenza, fatta di conoscenza, cultura, poesia, d’informazioni, di qualsiasi individuo pensante e analitico di una parola di un ragionamento, racconto, poesia, opera, che va sempre al di  di ciò che scriviamo o diciamo 

l’inizio è il carattere il modo di essere d’ appartenere e di riconoscersi  

da una parte o dall’altra della barricata vitale, ma è sempre il primo passo;  

la fine è sempre il punto culmine l’arrivo di un’analisi di ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventano, indipendentemente da tutto da tutti, in solitudine guardandosi dentro profondamente e conoscendoci affondo e capendo le nostre potenzialità e valori e compiendo l’ultimo passo.  

Ma l’ultimo passo non è la fine della strada, ma solo un percorso storiografico d’esistenza, anche perché oltre quel limite che ci imponiamo di raggiungere e quello che abbiamo raggiunto c’è sempre un punto di fuga, di libertà, sogno, che ci fa intuire altro da quello che vediamo, sentiamo, e ci fa sempre andare più in alto e in profondità 

 

Pensando, nei nostri vorticosi borghi, in assenza di gravita e di spinta, ma lo specchio di noi stessi, però, all’inizio del percorso, alle nostre origini e pensando ai nuovi dilemmi con la stessa tempra, passione, di valori e dignità, alle nostre nuove sfide vitali, non dobbiamo soffermarci soltanto alla linea che lo delimita, ma in maniera libera ai nostri dolori e ferite che hanno contribuito a tutto ciò, e che ci hanno portati fin lì. 

 

 Già, perché iniziare un cammino comporta una tempra una decisione una passione un’ostinazione e questa è prima di tutto, il risultato di una serie di ragionamenti e riflessioni, culturali esistenziali, storiche e politiche, in uno spazio-tempo che ci indicano la strada giusta, senza oscillazioni, nei confronti dei gradi cambiamenti epocali 

 

Questi sono le radici, i valori, la dignità, da cui parte il germoglio, poi il gambo culturale, che poi le ramificazioni che si estendono nello spazio, nell’aria e nel vuoto, vibrando e danzando col vento che è la culla, delle idee dei sogni delle passioni e della poetica 

 

Si parte, quindi, dalle radici dalle origini, 

Marchiati dalla nostra terra nel bene e nel male. 

Sempre. 

Comunque. 

Qualunque cosa ci faccia esse fanno parte del nostro bagaglio, anche quando è già germogliato, e lo caratterizzano dandogli un silenzioso sostegno che si sviluppa nel buio della terra, per poi ripeterne l’estensione in quella danza di rami e vento che tanto ci seduce quando percorriamo questo sentiero. 

 

 Così è in questa creazione poetica, che unisce poesie brevi, lunghelibere nei versi, e si conclude in tutte con un senso di pesante leggerezza, di un grido forte intenso di un messaggio amico, fraterno, solidale, e suddivide il percorso in tre parti:  

1-radici,  

2-origini, 

3-ramificazioni 

e poi estensione nel mondo, 

nella società 

nell’interrelazione tra individui. 

Le radici ci formano e sono il nostro fondamento e ci trasmettono i valori e passioni solidi che sono il volano e ci guidano nella vita.  

Loro sono sempre lì ancorati, dentro la terrain un seme, inconsciamente germogliato dentro di noi, anche se potiamo i rami, e deviamo le molteplici direzioni. 

le nostre radici raccontano le origini dell’essere uomo, individuo e pratigiano, ma che costituiscono pur sempre i nostri valori universali.  

I valori sono il risultato di un accumulo di un lavorio silente solitario e paziente e longevo che ci guida entro le viscere del nostro essere, qualcuno qualcosa ce li ha trasmessi, ce li ha fatti assorbire in varie forme e quindi occorre ripercorrere il cammino delle radici, tornare nel buio delle viscere della terra, per capirne il senso, il significato; non solo, occorre anche riconoscerne la nostra forza. 

 Rendere omaggio, alla nostra terra, alle radici, alle origini, non è un atto di riconoscenza a chi le ha rese tali, semmai implica capire il ruolo di chi tanto ha faticato per permettere al seme di aprirsi e come questo ruolo si è fissato in noi dando continuità, attraverso le nostre ramificazioni, all’opera grandiosa di chi è venuto prima senza di noi, e poi, insieme a noi.  

In poche parole significa perpetuare il prima attraverso il seme che ci ha resi germoglio, poi pianta, poi fiore nel quale ci manifestiamo. 

In un percorso vitale seppur tortuoso faticoso, d’istruzione, formazione, cultura, analisi, scelta, fatte di tante briciole positive e negative, ma tutte importante per contribuire al completamento di un mosaico racchiuso in noi stessi. 

Dando un contributo libero e libertario laico autonomo 

Uscire dal concetto di assorbimento incondizionato di nozioni e concetti, di parametri imposti e convenzionali di una società consumata dai comuni, che seguono e si accodano alla massa, e farne sue in un elaborazione unica personale e creative.  

 

 

Il termine “globalizzazione” è ampiamente diffuso e conosciuto, le persone hanno 

ormai una certa familiarità con esso:  

lo si sente in televisione, nei discorsi di personaggi 

pubblici e politici, lo si legge sui giornali, lo si sente nominare nella scena economica, 

ecc.  

È però anche un termine spesso abusato, un’espressione utilizzata per indicare una 

miriade di fenomeni, che interessano e trasformano la società in cui viviamo, nel tentativo 

di metter un po’ d’ordine nel caos degli avvenimenti e di trovare una spiegazione a tutti i 

cambiamenti, che avvengono oggigiorno nelle nostre vite. Le definizioni date al 

fenomeno della globalizzazione sono tante e diverse, ma volendo riassumere il concetto e 

puntare al nocciolo della questione, potremmo dire che la parola “globalizzazione” viene 

usata per descrivere quella serie di processi e di trasformazioni che riguardano le attuali 

società in tutti i loro settori (economico, sociale, culturale, ecc…) e che possono essere 

inclusi nel concetto di “compressione dello spazio e del tempo”. 

 

Il concetto è di nostro 

interesse, perché queste alterazioni a livello spaziale e temporale, oltre ad avere delle 

ripercussioni in ambito economico, sociale e culturale, hanno indubbiamente delle 

conseguenze non indifferenti sulle persone e sul loro rapporto con lo spazio, producendo 

anche delle differenze evidenti.  

Esiste infatti un collegamento tra le trasformazioni delle 

categorie di tempo e di spazio e la struttura della società: i cambiamenti, che avvengono a 

livello temporale e spaziale, influiscono sulle società e sul loro modo di organizzarsi. 

 

 

Libertà e necessità di movimento 

 

Ben lontano dall’essere un fenomeno omogeneo, la globalizzazione agisce su diversi 

piani e genera contemporaneamente effetti contrastanti: da un lato tende a unire, 

uniformare, dall’altro invece tende a dividere, a creare nuove distinzioni e questi effetti 

sono visibili su scale diverse, sia a livello globale, che a livello locale.  

 “Globale” 

1  

 

Le conseguenze sulle persone”, scrive 

appunto: “La globalizzazione divide quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le 

stesse che, dall’altro lato, promuovono l’uniformità del globo.  

In parallelo al processo emergente di una 

“locale” sono i due poli attorno ai quali si aggregano gli individui in base alla loro 

maggiore o minore capacità di movimento.  

Per alcuni, “globalizzazione” significa libertà 

di movimento, libero accesso alla dimensione globale, per altri invece essa rappresenta 

una limitazione del movimento, una capacità ristretta di muoversi e un legame 

indissolubile con la dimensione locale. L’elemento, quindi, che acquisisce una nuova 

importanza e fa la differenza è la mobilità:  

 

La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa 

libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, 

diventa rapidamente il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi, 

3 

che possiamo definire tardo-moderni o postmoderni.   

 

La capacità di movimento diventa un requisito e una qualità essenziale per gli abitanti 

4 

della  

“modernità liquida , perché la libertà di movimento o la mancanza di questa 

capacità di movimento determinano rilevanti differenze nella collocazione degli individui 

all’interno della società e del fenomeno chiamato globalizzazione.  

Tutto e tutti sono in 

movimento, fisicamente o virtualmente, la società stessa è in movimento e richiede che i 

suoi soggetti si muovano con essa; l’immobilità non è una scelta possibile o una soluzione 

da prendere in considerazione.  

Il moto è quindi uno stato che accomuna tutti;  

quello che 

però cambia è l’ampiezza di questo movimento:  

chi è libero, sciolto da ogni vincolo, può 

abbandonare la realtà locale e proiettarsi nello spazio globale, chi invece non è libero di 

muoversi, rimane, al contrario, legato alla sua dimensione locale.  

Questa diversa capacità 

di movimento produce quindi diseguaglianza tra le persone ed è il criterio, in base al 

5 

quale le persone vengono classificate come  

--“globali” o in alternativa come  

--“locali”.   

6 

Il fatto di  

“essere locali”  diventa però un fattore umiliante;  

viene vissuto come una 

condizione di inferiorità e questa sensazione di limitatezza è accentuata dal fatto che il 

controllo degli eventi e soprattutto dello spazio e dei significati da attribuirgli non è più in 

mano ai soggetti delle realtà locale, ma dipende dalla dimensione globale.  

 

Gli spazi di interesse pubblico sfuggono all’ambito della vita per così dire 

«localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di 

imporre significati all’esistenza; e dipendono in misura crescente dai significati che 

vengono loro attribuiti e da interpretazioni che non possono in alcun modo 

controllare.  

I centri nei quali vengono prodotti i significati  

e i valori sono oggi 

extraterritoriali e avulsi da vincoli locali  

mentre non lo è la stessa condizione 

7 

umana che a tali valori e significati deve dar forma e senso.  

 

La 

mobilità, 

valore 

indiscusso 

dell’epoca 

postmoderna, 

determina 

importanti 

cambiamenti nel rapporto tra l’uomo e lo spazio, 

uno dei quali è la scomparsa dei vincoli 

spaziali con la località.  

 

L’impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai dipendenti,  

8 

Ai fornitori, e neanche al luogo in cui è situata.  

 

La frase sopra citata fa riferimento alla sfera economica, ma rispecchia pienamente la 

situazione, caratterizzata dall’assenza di ogni legame con lo spazio locale, che si riscontra 

anche negli altri ambiti. 

nella fase di globalizzazione in 

cui ci troviamo, le imprese e le decisioni, che servono a condurre tali imprese, non 

dipendono dai fattori locali,  

incluse le persone che ci lavorano, ma dipendono totalmente 

dagli “investitori”, i quali possono svolgere il loro lavoro ovunque, indipendentemente da 

dove essi si trovino, perché non hanno alcun genere di legame con lo spazio.  

 

Gli altri soggetti che comunque sono coinvolti nel  processo produttivo e fanno parte dell’impresa, 

non hanno invece alcuna possibilità di intervenire nella sua gestione, prendendo parte alle 

decisioni che la riguardano.  

 

L’esempio dell’impresa illustra perfettamente la condizione 

in cui si trova il cittadino della società globalizzata:  

 

ogni individuo è inserito in un 

contesto, di cui fa parte e a cui partecipa, ma sul quale non può intervenire in alcun modo, 

perché le decisioni non dipendono per esempio dalla comunità, che abita quel determinato luogo. 

                              

                         

 

7 

  

La globalizzazione.  

Le conseguenze sulle persone,  

non dipende dal luogo, ma da fattori esterni e lontani dalla realtà locale di quella comunità.  

In altre parole, 

le decisioni dipendono da avvenimenti e fattori rintracciabili a livello globale. 

 Questo 

processo, che porta a un progressivo distacco dei luoghi dal loro significato,  

 “la Grande guerra di indipendenza dallo spazio”, 

“una guerra durante la quale i centri decisionali, insieme alle motivazioni stesse che 

determinano le decisioni, gli uni e le altre ormai liberi da legami territoriali, hanno preso a 

distaccarsi, in forma continua e inesorabile, dai vincoli imposti dai processi di 

9 

localizzazione”.  

 

Un altro aspetto frutto della mobilità è l’istituzione di “nuove gerarchie sociali, 

10 

politiche, economiche e culturali.” 

 In seguito alle trasformazioni che hanno coinvolto lo 

spazio, la mobilità è diventata in effetti uno dei valori più importanti che determinano la 

nuova organizzazione e struttura sociale.  

In base alla presenza o assenza di vincoli 

territoriali, le persone possono essere più o meno libere di muoversi e la loro posizione 

nella gerarchia sociale dipende proprio dalla minore o maggiore libertà di movimento che 

possiedono. 

Mobilità corrisponde a libertà di movimento e libertà dai vincoli territoriali, il che 

significa capacità di muoversi facilmente e di divincolarsi: chi ha la possibilità di 

muoversi facilmente e rapidamente, nonostante le distanze, ha anche la capacità di 

liberarsi, sciogliersi dai vincoli territoriali, ma anche da qualsiasi altro dovere o obbligo 

sociale.  

Mobilità significa dunque libertà di movimento, ma va intesa anche come assenza 

di ogni responsabilità. 

 Ancora una volta il caso degli investitori è un esempio 

rappresentativo e ci torna utile per spiegare la situazione in questione. La mobilità degli 

investitori e la facilità con cui essi possono muoversi e spostare liberamente le loro 

risorse, è paragonabile alla libertà, con cui il potere si sta staccando dalla dimensione 

territoriale e, così facendo, anche dagli obblighi che gli spettavano.  

 

sono svaniti i doveri nei confronti non solo dei: --dipendenti,  

ma dei giovani e 

dei più deboli,  

delle generazioni che verranno e delle condizioni stesse che 

assicurano la vita di tutti noi;  

per dirla in breve, tutto ciò significa libertà dal dovere 

11 

di contribuire alla vita quotidiana e al perpetuarsi della comunità civile. 

  

 

Il nuovo potere, non essendo legato ad alcun luogo o soggetto a vincoli territoriali, 

può muoversi e agire liberamente, “senza preoccuparsi delle conseguenze”, e senza 

12 

prendere in considerazione i costi che le scelte effettuate implicano. 

 La libertà di 

movimento e d’azione, acquisita dal potere, non ha limitazioni, poiché non le vengono 

imposti limiti effettivamente concreti o ostacoli da superare; in situazioni difficili il potere 

può sempre spostarsi e indirizzare la sua azione e le sue risorse altrove.  

 

La libertà di movimento si riflette anche sulle possibilità economiche.  

Il processo di 

globalizzazione non opera in maniera egualitaria, crea delle disparità notevoli, perché 

concentra le risorse, le possibilità e di conseguenza anche la libertà di movimento nelle 

mani di pochi, mentre tutti gli altri restano esclusi da questo tipo di privilegi.  

A una 

maggiore disponibilità finanziaria ed economica, corrisponde anche una maggiore 

capacità e libertà di movimento:  

sono due condizioni collegate, che dipendono l’una 

dall’altra.  

Dalle diverse tendenze del fenomeno della globalizzazione deriva infatti una 

ridistribuzione di “privilegi e privazioni di privilegi, ricchezze e povertà, risorse e 

13 

impotenza, potere e mancanza di potere, libertà e vincoli”. 

 Anziché avvicinare le 

persone, facendo in modo che più o meno tutti si trovino sullo stesso piano, offrendo 

quindi le stesse possibilità a tutti, il fenomeno della globalizzazione tende ad inasprire, 

accentuare il divario già esistente tra ricchi e poveri.  

Da un lato ci sono le persone ricche, 

che possono aumentare con grande facilità la loro ricchezza, sfruttando le libertà e le 

occasioni, che la globalizzazione mette loro a disposizione; dall’altro lato invece c’è la 

maggior parte della popolazione mondiale; ci sono le persone povere, quelle che non si 

trovano 

nella 

condizione 

di 

sfruttare 

le 

risorse 

e 

le possibilità 

offerte 

dalla 

globalizzazione. Da un lato, l’arricchimento e la libertà di movimento dei pochi e il 

continuo impoverimento dei molti, dall’altro, sono conseguenze dello stesso fenomeno, 

pur se la connessione tra i due viene volutamente mascherata o ignorata, per effetto anche 

dell’utilizzo, che viene fatto dei mezzi di comunicazione.  

Il modo, in cui vengono 

presentati i fatti da parte dei media, influenza inevitabilmente l’opinione pubblica, 

fornendo una visione del tutto parziale e deformata del fenomeno.  

Se i mezzi di 

comunicazione tacciono alcuni aspetti o li oscurano, mettendone in risalto altri o 

ridimensionando la portata del fenomeno e la gravità degli effetti ad esso collegato, 

difficilmente le persone avranno la possibilità di venire a conoscenza della vera realtà dei 

fatti; è come se quegli aspetti, che sono stati taciuti, non esistessero.  

Concentrare, 

focalizzare l’attenzione dei media e delle persone solo su determinati aspetti, significa 

lasciare in ombra tutta un’altra serie di situazioni.  

 

 

La mobilità intacca anche i concetti di confine e di distanza.  

La facilità e la velocità 

con cui le persone si spostano, grazie anche allo sviluppo dei trasporti e della tecnologia, 

rendono le distanze irrilevanti e mettono in crisi i confini esistenti.  

Oltre ad essere un dato 

scientifico e oggettivo, che può essere misurato con strumenti e unità di misura precise, la 

distanza è anche un concetto variabile. In questo secondo caso, non essendo una 

14 

grandezza costante e invariabile, bensì “un prodotto della società”, soggetto a 

variazioni, viene percepita in maniera diversa a seconda dell’epoca.  

Sulla percezione 

della distanza influiscono, infatti, la velocità e le modalità di viaggio nello spazio.  

Come 

 “la lunghezza stessa di una distanza varia a seconda della velocità con cui 

la si può superare (e, in un’economia monetaria, dei costi connessi a ottenere quella data 

15 

velocità. 

  Le distanze e i tempi di percorrenza vengono ridimensionati e sembrano 

essersi accorciati, per effetto del progresso e dell’innovazione raggiunti nei settori come 

quelli dei mezzi di trasporto o della comunicazione (basta pensare a invenzioni come 

l’aeroplano, il treno, il telefono, internet, i messaggi elettronici, ecc.).  

Il poter disporre di 

questi nuovi mezzi ci permette di spostarci in tempi rapidi e senza alcuna difficoltà da un 

posto all’altro, oppure ci permette di far viaggiare le informazioni a velocità sorprendenti, 

collegando persone e luoghi anche lontanissimi tra loro. Si può notare quindi che il fattore 

“mobilità” non riguarda soltanto le persone o le cose, ma interessa anche il mondo 

dell’informazione: la mobilità non si traduce soltanto in una maggiore libertà di 

movimento di merci e persone, ma comporta anche un maggiore scambio di dati e 

noi occupa il suo posto, ha il suo ruolo e sa come muoversi.  

In sostanza, “vicino” 

racchiude tutti quei luoghi, che fanno parte della nostra vita quotidiana, cioè i luoghi dove 

è possibile rintracciare i propri punti di riferimento, i propri legami: dove non c’è spazio 

per l’incertezza e l’imprevedibilità. “Lontano” indica invece tutti quei luoghi che non 

abbiamo occasione di attraversare o percorrere, né tantomeno di conoscere.  

Sono i luoghi, 

che rimangono al di fuori delle nostre vite, delle nostre esperienze e per questo motivo ci 

appaiono distanti, sconosciuti, pericolosi;  

ci trasmettono sensazioni di insicurezza, paura, 

pericolo, sensazioni che avvertiamo per il fatto che non sappiamo come muoverci in un 

ambiente nuovo, ignoto e a volte pericoloso.  

Lontano “è lo spazio nel quale si entra assai 

di rado, se non mai, nel quale accadono cose imprevedibili o incomprensibili, alle quali 

non si sa come reagire; uno spazio che racchiude cose sconosciute, dalle quali non 

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sappiamo cosa aspettarci e per le quali non sentiamo il dovere di preoccuparci.” 

 informazioni a livello mondiale.  

Essa è stata resa possibile anche dalle nuove modalità di 

trasporto dell’informazione, che permettono alle informazioni di viaggiare velocemente, 

indipendentemente da supporti o mezzi, cioè slegate dai loro “vettori corporei” e dai loro 

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“oggetti”. 

 

 

Tra i fattori tecnici che hanno determinato la mobilità, un ruolo particolarmente 

rilevante ha giocato il trasporto dell’informazione; genere di comunicazione che non 

comporta affatto, o comporta solo in maniera secondaria e marginale, un movimento 

di corpi e cose. Costante e rilevante è stato anche lo sviluppo di mezzi tecnici che 

hanno consentito all’informazione di viaggiare separata e indipendente da vettori 

corporei, e anche dagli oggetti sui quali essa informava: mezzi che liberano i 

«significanti» dal vincolo delle cose e degli eventi «significati».  

17 

 

Inoltre l’utilizzo di Internet ha permesso non solo di accorciare o addirittura annullare 

le distanze, ma anche di abbreviare i tempi di trasmissione delle informazioni, rendendole 

accessibili ovunque e immediatamente.  

 

La percezione dello spazio: uno spazio senza distanze 

 

Questi mutamenti radicali non incidono solo sulla nostra libertà di movimento, ma 

condizionano anche la percezione, che abbiamo del tempo e dello spazio.  

18 

 

Anche “le 

opposizioni concettuali «dentro/fuori», «qui/là», «vicino/lontano»” 

 nel corso del tempo 

hanno progressivamente spostato i loro “confini”, le loro linee di demarcazione tra luoghi 

conosciuti e luoghi sconosciuti, tra luoghi sicuri e luoghi non sicuri e hanno ridefinito gli 

spazi familiari e non, in accordo con le trasformazioni, che hanno interessato le società.  

 

19 

“Vicino, a tiro è in primo luogo quanto è usuale, familiare e noto, quasi ovvio.” 

 

“Vicino” designa i luoghi dell’incontro e dell’interazione, quei luoghi dove si svolge la 

nostra routine quotidiana, dove siamo inseriti e ci sentiamo al sicuro, perché ognuno  

Al termine “vicino” è associato quindi tutto quello che è conosciuto e fa parte dell’abitudine, 

ciò che viene percepito come sicuro e rassicurante, per cui ad esso si associa anche l’idea 

di comunità. 

21 

 

Le innovazioni tecnologiche e le trasformazioni spaziali e temporali hanno avuto 

effetti anche sulle forme di organizzazione sociale. Le comunità non sono più compatte e 

longeve come in passato, si dimostrano al contrario fragili, precarie, sempre a rischio di 

estinzione. La comunicazione tra una comunità e le altre, tra una comunità e il mondo 

esterno, rispetto al passato, è facilitata, non è più difficoltosa e le distanze non sono più 

un ostacolo: questo spinge una comunità ad aprirsi verso l’esterno, a entrare in contatto 

anche con il resto del mondo. 

OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO 

1. Essere di sinistra significa riconoscersi in un'unica appartenenza, 

in una scelta di campo 

in un idee in cui riconoscersi e farne una filosofia di vita per le future scelte,  

in un contesto storico, politico, culturale, filosofico, 

Una scelta di vita, un modo di esistere, di essere, e un modo di porsi: 

 quella di un essere sociale e parte integrante di una comunità. 

In maniera libera laica e solidale e altruistica. 

 Non ci si salva da soli; 

 l'essere umano o è sociale o non lo è. 

2. Essere di sinistra è la risposta a un bisogno di significato che sia capace di unire e non dividere gli uomini. La sinistra è dunque un valore,  

prima (assai prima) e al di sopra 

di un partito di un movimento, 

o di essere un programma politico o economico. 

 Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore. 

3. Essere di sinistra è un valore, come tale, non è dimostrabile.  

Scegliere di stare a sinistra nel mondo non è scegliere una certezza, ma una possibilità.  

Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo su un'ipotesi razionale (il senso di appartenenza all'umanità) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide). 

4. Chi sta a sinistra è consapevole dei limiti della specie umana nell'universo,  

dei limiti di ogni valore e dunque anche dei propri. 

 Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, 

 sappiamo tuttavia cosa è il meglio. 

 In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime. 

5. La sinistra non si identifica oggi nel progetto di una organizzazione sociale ed economica.  

Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Essere di sinistra è tentare un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. 

6. Essere di sinistra significa credere che l'eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell'umanità.  

Ciò comporta l'esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria,  

nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. 

7.Essere di sinistra significa assumere una prospettiva planetaria,  

riguardante la specie umana nel suo complesso. 

Il pensatore o l'uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell'Occidente è solo un provinciale che collabora ad un sopruso.  

Essere di sinistra significa che non devono esserci più i cosiddetti confini ideologici ed economici, 

è extracomunitari.  

Finché ci sarà un extracomunitario da respingere alle frontiere,  

ci sarà una donna o un uomo di sinistra perché ci sarà bisogno di sinistra. 

8. Essere di sinistra in Occidente significa sapere che, anche in Occidente, anche in Italia,  

vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, 

di libertà compromesse o condizionate, 

 e cioè di gradi diversi di libertà economica,  

politica e culturale, 

 e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere.  

Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio di intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. 

9. Essere di sinistra significa perciò respingere la parte di noi stessi che,  

attivamente o passivamente,  

collabora all'infelicità di una parte di umanità. 

10. Essere di sinistra oggi in Occidente, e tanto più dinanzi alle conseguenze della crisi economica,  

significa essere consapevoli che si vive nel centro di un mondo capovolto,  

e cioè, intanto, della distorsione e del capovolgimento di fatto che tutti i principali valori della vita privata e della politica (come amore, libertà, democrazia, lavoro) 

hanno subito in una società che ha sottoposto ogni aspetto della vita umana alla legge del mercato e della speculazione finanziaria. 

11. Essere di sinistra significa rimettere al centro invece la persona umana, 

 INDIVIDUO.  

Come d’ignita umana,  

e mettere al centro la sua dignità,  

i suoi bisogni e diritti e la possibilità di una sua piena realizzazione attraverso forme  

solidali di vita collettiva e comunitaria. 

12. Essere di sinistra significa tutelare i beni comuni tanto del mondo naturale  

(aria, acqua, flora, fauna, ambiente, paesaggi),  

quanto di quello sociale  

(sanità, giustizia, scuola pubblica e ricerca, patrimonio artistico e culturale),  

salvaguardandoli dalla loro sottomissione al potere dominante,  

al profitto, alla speculazione, allo sfruttamento economico. 

La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare 

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La cultura politica della sinistra va aggiornata e ricostruita, anche attraverso un lessico nuovo, per «la sinistra che verrà». il tentativo di ricostruire un’identità, una cultura politica e una bussola per chi si riconosce in un campo – politico, ideale, culturale – che ha bisogno di essere ridefinito, animato e proiettato sulle nuove sfide poste dai processi degli ultimi trent’anni: la globalizzazione, economica e finanziaria, la digitalizzazione e la robotizzazione del sistema produttivo, la trasformazione del lavoro e delle relazioni sociali, l’esplodere dei nazionalismi e dei populismi e la radicale mutazione (e involuzione) della politica e della democrazia. 

Un tentativo ancora più urgente dopo la sconfitta del blocco comunista con il 1989 e della sua alternativa socialdemocratica e riformista, travolta dall’avanzata del modello neoliberista che a partire dagli anni Ottanta ha colonizzato l’economia, la società, l’ambiente, la cultura.  

Negli ultimi decenni siamo passati da:  

un’«economia di mercato»  

a una «società di mercato  

nella Grande siamo passati definitivamente dalla fase in cui il mercato era una funzione sociale  

(un modo di organizzarsi della società)  

all’incorporazione della società nel mercato, 

 che ne regola valori, 

 ritmi, relazioni.  

Una società di mercato alla quale siamo giunti  

Ha una conclusione definitiva, a partire dagli anni Ottanta una sorta di lotta di classe capovolta: non degli ultimi contro i privilegiati,  

dei poveri contro i ricchi, 

 ma degli oppressori contro gli oppressi, degli sfruttatori contro gli sfruttati.  

E così la quota di ricchezza detenuta dai capitali è cresciuta e quella dei salari diminuita, mentre l’indice di disuguaglianza si è ulteriormente accentuato. 

 Alla fine di questa lotta di classe capovolta i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, i potenti hanno avuto più potere e i deboli sono diventati sempre più impotenti. 

Il nuovo capitalismo si è radicalmente trasformato e la sua finanziarizzazione (espediente ricorrente nelle situazioni di crisi), allude oggi alla vittoriosa riproposizione di un’egemonia (anche culturale), e di nuove gerarchie di potere, ricomponendo identità e processi sociali e spazzando via il «compromesso fordista» del Novecento.  

Ma soprattutto ricostituendo lo spazio di una nuova espansione economica e commerciale dai caratteri inediti, sostenuta oltre che dai processi di finanziarizzazione (con la pressoché completa liberalizzazione della circolazione dei capitali negli ultimi trent’anni) anche dalla svalutazione del lavoro e dai processi di digitalizzazione e di vertiginosa innovazione tecnologica della produzione. 

A partire dagli anni Ottanta, la sinistra  

è stata colta assolutamente di sorpresa di fronte a questa autentica «mossa del cavallo» e non sono valse «terze vie» e «ulivi» nazionali o planetari a riportare in gioco una prospettiva di alternativa a questa onda lunga, iniziata trentacinque anni fa. 

La sinistra è in crisi dentro e fuori l’Europa. 

 La sinistra cosiddetta «riformista» – socialdemocratica e moderata – è scomparsa in Grecia, ridotta al lumicino in Francia, sconfitta in Spagna e in Germania, in grandissima difficoltà in Italia.  

In Gran Bretagna il Labour, per rinascere, ha dovuto affidarsi a un leader radicale e combattivo come Jeremy Corbyn 

In Europa la vulgata socialdemocratica è stata subalterna al paradigma delle politiche neoliberiste: non l’ha messo in discussione, l’ha soltanto temperato. A macchia di leopardo la sinistra radicale o quella che ha promosso politiche alternative ai dogmi neoliberisti ha dimostrato maggiore vitalità. 

 Da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna, dal Labour in Gran Bretagna a Mélenchon in Francia fino al governo di «alternativa di sinistra» in Portogallo esiste un campo largo di esperienze, soggettività, culture che danno un senso a una sinistra capace di rappresentare una società che chiede giustizia e uguaglianza. Ma c’è ancora molta strada da fare.  

Soprattutto di fronte alla crescita generalizzata dei movimenti cosiddetti populisti, xenofobi e nazionalisti che oggi sembrano rappresentare la reazione più significativa (da destra) alle trasformazioni di una globalizzazione che ha impoverito la società, svalutato il lavoro, eroso le identità. 

Concedendoci una parentesi sulla stretta attualità, un capitolo a parte meriterebbe l’Italia con un Pd che negli ultimi anni 

 – sotto la guida di Matteo Renzi 

 – ha portato avanti politiche di destra (insieme alla destra), 

 ha diviso il sindacato e ha alimentato la assurda e fallimentare prospettiva di un populismo di segno buono da contrapporre a quello cattivo di Salvini, Grillo e Berlusconi. 

Tutta l’agenda neoliberista europea dell’austerità ha trovato in Renzi e nel Pd dei fedeli seguaci:  

è stata ridotta la spesa pubblica (in particolare la spesa per investimenti pubblici, scuola e sanità e con un taglio ai trasferimenti agli enti locali di oltre cinquanta miliardi di euro); è stato precarizzato il mercato del lavoro (con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori);  

sono stati svenduti i beni pubblici (con un programma di settanta miliardi di privatizzazioni) e sono stati dati in mano al mercato (invece che alle politiche pubbliche) i soldi  

– con gli sgravi fiscali – per far ripartire la crescita, come in Europa con il piano Juncker 

Il Pd sotto la guida di Renzi ha rivendicato come obiettivo prioritario il taglio delle tasse (come Reagan e la Thatcher negli anni Ottanta e Tremonti in Italia negli anni Novanta), salvo tagliarle anche ai ricchi con l’abolizione della tassa sulla prima casa, sulle imbarcazioni di lusso e introdurre la flat tax per attirare i «paperon de’ paperoni» anche in Italia. 

  

In questo contesto in Italia la sinistra – nel complesso – è stata emarginata nella sua debolezza dalla incapacità di elaborare un progetto alternativo e schiacciata da tre processi convergenti: la crisi del Pd (con la crescita dell’astensionismo come effetto collaterale), l’affermazione del MoVimento 5 Stelle (che ha eroso lo spazio per la nascita di una Podemos italiana) e l’assenza di movimenti sociali capaci di dare spinta al processo riaggregativo della sinistra, che con le elezioni del 2018 sembra volere riaggregarsi nella dimensione unitaria, ancorché precaria, di Liberi e Uguali per recuperare il terreno perduto. 

Dopo quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle politiche neoliberiste bisogna capovolgere il paradigma che abbiamo sin qui subito. 

Le politiche neoliberiste hanno svalutato il lavoro come fattore competitivo nello scenario di competizione globale;  

la sinistra deve invece ridare dignità al e ripensare il lavoro (certamente in forme e pratiche diverse) come fattore di liberazione individuale, di identità sociale e di coesione comunitaria. 

 Le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato; la sinistra deve ricostruire una cultura dei beni comuni e del «pubblico».  

Il neoliberismo ha rilanciato la centralità dell’impresa e dell’individuo nel suo interesse privato;  

la sinistra deve rivendicare la centralità della società e della persona nel suo contesto comunitario.  

Il neoliberismo ha mercificato i diritti sociali;  

la sinistra deve tornare a de mercificare – come è successo storicamente con il welfare – la sanità, l’istruzione, la previdenza. 

 E l’ambiente, che è stato usato come «merce», deve venire considerato come un «bene comune» da accudire e salvaguardare. 

I temi tradizionali della sinistra vanno radicalmente aggiornati e innovati. 

 Il lavoro fordista non esiste più. 

 Globalizzazione e innovazione tecnologica (e in particolare robotizzazione e digitalizzazione) costringono a ripensare la vita di ciascuno e in particolare il lavoro: 

in prospettiva, per essere di tutti sempre di più il lavoro va redistribuito (con la riduzione dell’orario), accompagnato dall’introduzione di un reddito sociale complementare e dalla riorganizzazione di attività socialmente utili : 

L’età dello spreco.  

Disoccupazione e bisogni sociali).  

Lo «sviluppismo» o l’illimitata «crescita delle forze produttive» è archeologia, residuo fossile per la sinistra:  

la narrazione della crescita e già negli anni Ottanta  

Enrico Berlinguer diceva che il capitalismo conosce solo  

«indici quantitativi astratti» e ci invitava a ragionare su  

«cosa produrre, cosa consumare».  

Con dati alla mano, che gli alti tassi di crescita del  

«trentennio glorioso» sono una eccezione unica nella storia del capitalismo.  

Il tema allora è la «qualità sociale ed ecologica»  

(La qualità sociale. Le vie dello sviluppo) dei consumi, delle produzioni, del lavoro, nel contesto della redistribuzione sostenibile di ricchezza e risorse naturali, materiali e immateriali.  

E per fare un ultimo esempio, non solo gli Stati nazionali sono o in una fase di radicale ridefinizione delle loro funzioni o in profonda crisi (verso l’alto, la globalizzazione e verso il basso, il ritorno delle identità locali), ma con essi è entrato in grande sofferenza anche il concetto di pubblico-statale e quindi l’idea della realizzazione delle politiche della sinistra attraverso gli strumenti tradizionalmente conosciuti. 

 Da una parte l’introduzione e il riconoscimento della categoria dei «beni comuni» e dall’altra l’idea della loro realizzazione non attraverso la dimensione statale o istituzionale, ma con la costruzione di una dimensione sociale e pubblica-non statale (sussidiarietà, auto-organizzazione, comunitarismo locale) costringono la sinistra a un ripensamento radicale delle sue pratiche e della sua cultura politica secolare. 

La sinistra rappresenta il campo del cambiamento.  

 

Si possono usare certo anche altre categorie – come alto/basso, oppure esclusione/inclusione – e utilizzare al posto di «sinistra» un altro vocabolo, ma la sostanza non cambia.  

E per noi le vecchie parole sono sempre utili a disegnare la scelta di campo di chi si dice di sinistra:  

l’uguaglianza contro la disuguaglianza, i diritti contro il privilegio, la giustizia contro l’ingiustizia, la libertà contro l’autoritarismo, la pace contro la guerra, l’ambiente contro la sua riduzione a merce, il welfare contro la sua trasformazione in mercato, i beni comuni contro le privatizzazioni. 

Naturalmente, nel corso degli ultimi decenni, altri temi si sono imposti – e quindi altri vocaboli e parole chiave – dentro la cornice di una cultura politica all’altezza delle nuove identità e soggettività: 

 la questione ecologica e il modello di sviluppo, la dimensione di genere, il rapporto tra crescita e decrescita, la declinazione della libertà nelle libertà, 

 il rapporto tra stato e territorio, ecc. La riconversione ecologica dell’economia, o più in generale la «conversione ecologica», interroga la sinistra sui temi del modello di sviluppo.  

La dimensione di genere – la differenza – richiama il superamento del modello patriarcale e maschile della politica e del potere fondato su un codice escludente e generato da atavici rapporti di dominio e di violenza.  

Il rapporto tra stato nazionale (in crisi) e territorio che invoca autonomia richiama l’idea (tutta da sviluppare e articolare) di una democrazia diversa, includente, dal basso, municipalista, federativa. 

 La declinazione al plurale delle libertà invoca il superamento di una tradizionale concezione formale e difensiva della libertà (libertà da) nella direzione della sua contaminazione con due concetti, senza i quali la libertà positiva non esiste, quello di liberazione e quello di uguaglianza, come in fondo ci ricorda l’articolo 3 della Costituzione. 

Norberto Bobbio  

in Destra e sinistra 

individua nell’uguaglianza il concetto (il valore, la politica) su cui si costruisce il discrimine tra destra e sinistra. 

 È a fondamento della nostra Costituzione (articolo 3) e informa ogni proposta e progetto che sia di sinistra:  

l’uguaglianza deve improntare ogni ambito – economico, sociale, politico, giuridico, civile – della nostra convivenza civile. E non è un caso che in quarant’anni di dominio neoliberista le disuguaglianze economiche, sociali e politiche siano enormemente aumentate. Il problema non è semplicemente la crescita della povertà.  

Studiosi degli anni Venti del secolo scorso amava ripetere:  

«Quello che i ricchi chiamano il problema della povertà, per i poveri è il problema della ricchezza».  

Il tema è quello della redistribuzione della ricchezza o come più moderatamente si diceva una volta «la politica dei redditi».  

E proprio Thomas Piketty nel Capitale nel XXIsecolo ha ricordato che in questa accentuazione delle disuguaglianze conta enormemente da una parte il diverso tasso di accumulazione e valorizzazione tra lavoro e rendita/capitale (che cresce molto di più del lavoro) e dall’altra il peso della trasmissione per via ereditaria delle posizioni di vantaggio (economiche, ma non solo) che consolidano e accrescono enormemente le disuguaglianze. 

 

 E allora bisogna intervenire a monte, attraverso un diverso modello di accumulazione, di produzione e in definitiva un nuovo sistema economico, e a valle, con politiche redistributive prodotte dal welfare e da misure fiscali progressive. 

È una cultura politica che deve essere aggiornata e ricostruita.  

E a questa si deve accompagnare un lessico nuovo.  

Perché le parole contano.  

In questi anni l’ideologia neoliberista ha contaminato non solo percezioni e culture, ma anche le parole e il modo di esprimersi. Non ci sono più i cittadini, ma i consumatori; non più i diritti, ma i bisogni; non più il welfare, ma i mercati sociali; non più le prestazioni ospedalierema i consumi sanitari 

non più la proposta ma l’offerta politica;  

non più il mercato del lavoro, ma il mercato dei lavoratori. 

 Abbiamo bisogno di decolonizzare l’immaginario e riconquistarci le parole che l’ideologia del mercato ci ha sottratto. 

Ricostruire un lessico per la sinistra che verrà è un compito enorme e fondamentale.  

Questo mio contributo vuole essere un appunto alla ricostruzione di una cultura politica della sinistra. 

 Che significa anche la capacità di farsi capire e di trovare una sorta di connessione sentimentale con le speranze del popolo e le sue profonde aspirazioni. 

 La globalizzazione, le guerre, i flussi migratori, le trasformazioni del lavoro provocano paura e insicurezza, che in questi anni hanno prodotto fenomeni sociali di destra:  

populismo, razzismo, egoismo sociale.  

Compito della sinistra è di trasformare queste paure in una spinta verso il cambiamento positivo, contrapponendo l’uguaglianza alla disuguaglianza, la giustizia all’ingiustizia, i diritti al privilegio, il tutti ai pochi. 

Ricostruire la cultura politica della sinistra fa il paio con la capacità di osmosi, di empatia, di connessione umana con la sofferenza e le speranze della gente che si vuole rappresentare. 

La politica (e la sinistra) vince o vincente quando sa interpretare questa domanda che viene dal basso. 

 Alla domanda, ho votato Labour perché così avremo il servizio sanitario nazionale e per la prima volta potrò curarmi i denti e avere gli occhiali gratis. 

 L’uomo di mezza età afferma: 

 ho votato per i laburisti, perché così quando smetterò di lavorare avrò una pensione pubblica. 

 La donna che viveva in una catapecchia dice: 

 sto con i laburisti perché così avremo un programma di edilizia popolare e potrò vivere in una casa decente. 

 Churchill – l’eroe della seconda guerra mondiale che non seppe capire quello che la gente voleva: 

 non il trionfalismo della vittoria bellica, ma risposte ai problemi materiali – perse le elezioni. 

 A vincerle fu un leader laburista meno esuberante, un po’ noioso e non altrettanto noto: 

Che seppe captare i bisogni della gente in quel preciso contesto storico. 

Questo dovrebbe fare la sinistra: 

 pratiche sociali e politiche capaci di riconnettersi con la «povera gente», accanto alla ricostruzione di un lessico adeguato ai tempi (conseguenza di un punto di vista critico nuovo, di una chiave di lettura e di un progetto capace di innovazione). 

- Contano in questo senso non solo le politiche (comprendere quali sono le speranze, i bisogni) e le pratiche, ma anche  

– in tempi di biopolitica  

– l’esempio e la testimonianza e con queste la sperimentazione di relazioni e forme nuove dell’agire sociale:  

dal nuovo mutualismo al fare comunità, dagli stili di vita sostenibili ed ecocompatibili alla sperimentazione della gratuità della dimensione collettiva e pubblica. 

 La sinistra deve tornare a interpretare l’«attesa della povera gente» dell’individuo come potenzialità unica e irrinunciabile, e più nello specifico le speranze di chi è precario o non ha lavoro, di chi vede calpestare i propri diritti, di chi va avanti (quando succede) solo per meriti e non per le sue «relazioni», di chi pensa che ciò che è pubblico è quello che è di tutti e non ciò di cui ci si può appropriare per fini privati. 

Ridefinire un lessico per la sinistra è in qualche modo prefigurarne un progetto, una prospettiva e un obiettivo.  

È questo il contributo che questo lavoro collettivo vuole proporre. 

L'OCCHIO SUL MONDO

18. Mar, 2018

Caro ponte Pontello amore mio

Caro ponte Pontello amore mio

Caro mostro tu che ti sei avventurato e squarciato, incementato, intorbidito, deviando le dolci acque del nostro Sente, che scendeva soave dalle montagne, e che dividi l’ultimo petroso scorcio del Molise dalla nostra dolce valle nel lontanissimo e profondissimo anni sessanta che hai interrotto i nostri giorni avvolti e impastati del solo cantore del canto delle cicale e di sudati giorni delle stagioni che passavano in quel mondo chiuso ed emarginato, senza strade e senza telefono, ci hai accompagnato per tutti questi lunghissimi anni con i tuoi rumori assordanti e le tue barriere che guastavano l’orizzonte, ma ormai piano piano ci siamo amalgamati vissuti amati odiati, e ormai sei parte di noi, sarà pure stato un sognatore un utopico chi desiderava collegare queste dolci valli desertiche in assenza di gravità, dove il mondo non ci era vicino, a un mondo moderno e industrializzato della riviera, noi che in quelle valli osservavamo e periziavamo giornalmente l’avanzamento dei lavori, avventurandoci nelle feste e nelle domeniche nelle giravolte delle coste scoscese che appicco scendevano al Sente e percorrevamo e costeggiavamo le dolci e irrequiete acque che dirupavano pietre e terra a valle nel Trigno, e più il viaggio e in percorso si faceva vivo e impervio e più guardavamo quelle due antenne maestose che ci sovrastava su nel cielo che tirava via quintali e tonnellate di cemento, sino ad arrivare alle tua fondamenta per quadrarne la consistenza e l’ampiezza come un grattacielo si apriva nel boato, nel mentre nelle nostre giornate primaverili e soprattutto invernali che ci davi sicurezza e presenza in un mondo morto isolato che pure noi eravamo parte integrante di un cosmo di umanità, tu che hai portato tecnologie in quella valle che la vita si consumava a stenti tra i dolci grani arrossati gli olivi e le ciliegie rosse.
Ne so passati di anni e di lustri nelle acque precipitose del nostro Sente e ormai li ti sei pietrificato e ti sei stagionato e la valle non sa vivere più senza di te, e spero in questo cuore ormai stanco dopo aver solcato monti e realtà dagli appennini alle Ande, difficile e gioiose e aver deciso di rientrare, che non saprei guardare quei due lembi di territorio senza vederci passare sopra rumori e boati di civiltà, e or dunque mostro mio dacci fiducia e vita e seguici nella nostra anima di sognatori verso quel sogno utopico di tanti anni fa, di persone e umani che non si volevano arrendere nel vivere tra le pietre verticali di questi dirupi copernicani e fai che le nostre vite proseguono in parallelo tra i solchi sorridenti di questi borghi insieme a te.

silvano

DAL TETTO ALL’OVILE
DELL’ALTO VASTESE

Mi trovo dopo tanti anni a ritornare nella mia amata terra, per troppo tempo sognata e vissuta tra i tanti sogni di un labirinto frastagliato di natura avversa della mia vita, in altre città non mie.
Ma purtroppo a mio malincuore l’oppio sornione lungo il crinale della mia vita mi fa svegliare e vado a sbattere lungo le pietre gelide e spigolose di una realtà avversa e ottusa che mi rifà sprofondare nel fallimento di tante lotte della mia vita, dando ragione e alido alle mie parti avverse e avversarie, del catacobismo democristiano, vissuta tra questi crinali e rupe amiche.
Più mi adagio e mi ambiento in questa nuova vita tra i muraglioni della mia nascita dove i miei avi hanno vissuto dolcemente tra le dolci aurore e profumate di biancospino rose e fiori di ginestre
E basilico e prezzemoli di sughi odoranti domenicali.
Tra le viuzze e piazze di selciati di passaggi sudati di uomini e cavalli laboriosi tra ombre e soli cocenti e di feste frastornati di vino e dolci e di organetti squillanti.
E mi sveglio sbattuto e dibattuto da tante domande ma soprattutto tante rabbie per le tante faticose lotte fatte sulle mie spalle e di tanti miei compaesani per far progredire questo angolo di mondo e oggi mi trovo in un isolamentismo inesorabile e di un abbandono storico delle istituzioni provinciali e regionali, che trovo inutile e superfluo
Contribuire dibattendosi in tante pieghe di una faticosa vita in un percorso avverso di queste istituzioni.
Mi fa ripiombare ancora una volta in una adolescenza faticosa e avversa degli anni 60/70 dove i fanghi e le polveri erano nostre amiche e compagne.
Ma per approfondire in questo oppio di un sonno perenne d’incredulità verso questo percorso anti storico e sociale, che queste incantate terre non meritano, e mi costa sudore e sangue sganciare bombe e pugnali verso una mia ferita interna, contro me stesso, e la mia esistenza, che si chiama “LA MIA TERRA”.
Ma vedere questo decorso inesorabile da parte delle istituzioni regionali e provinciali, di tutto il nostro comprensorio io non ci riesco a stare zitto e passivo e assistere al nostro supplizio quotidiano verso l’annientamento totale.
E vorrei innanzitutto richiamare tutta la popolazione del comprensorio e invitarla a sollevare la testa e non permettere in nome dello spopolamento delle zone interne e venire nelle nostre incantate zone solo per fare le vedette, le sfilate e i bellissimi reportage, da parte della massima carica della regione, per annacquare e sommergere nell’alone del silenzio tutta la popolazione del comprensorio.
Assistere e solcare il nostro territorio con una rete viaria e di collegamento del nostro territorio, sono cartellate che ogni giorno ogni singolo cittadino riceve, e fa sorgere delle domande il perché i cittadini di questo territorio non hanno diritto di avere una rete stradale e collegamenti degno di questo nome?
E vedere un isolamentismo che vige in tutto il territorio verso tutte le maggiori arterie di zona, strada per Atessa franata, strada per Fraine franata, strada per Torrebruna franata, per Schiavi solo i bulldozer ormai degni a passare, per poi di tutte le altre strade definite percorribili di quale odissea l’individuo di queste zone è costretto a vivere sulla propria pelle, e con tutte le conseguenze che ne consegue per i pullman che collegano tale arterie da centri di vitale importanza per le nostre zone, e per l’economia di tutto il comprensorio, qui a breve tra pini e panorami e pale che girano vedremo aleggiare elicotteri che ci permetteranno di collegarci con i maggiori centri nevralgici per la nostra vita lavorativa e per recarci ai tanto decantati centri di mesosomi sanitari di zona.
Forse mi sorge un dubbio tra le tante menti freddi da scrivanie traballanti di clientele perverse, ci hanno scambiati per zone faunistiche degne di solo attenzione per ripopolamento per gli ungulati e per far scorrazzare cacciatori bracconieri liberamente. In tutte le ore del giorno e soprattutto della notte, e mettendo quotidianamente in pericolo la vita della cittadinanza duri e puri che ci abitano ancora.
Ma in questo percorso di oppio sornione e assente inesorabile, sbattuto in una realtà perversa, che da parte dalle istituzioni regionali e provinciali, c’è l’assenza in una cultura dell’marginalità che si respira e si palpa in maniera sistematica e durevole, che anche da parte delle società di forniture elettriche vedo un abbandono totale in linee accroccate fatiscenti e valvole saltate e mai sostituite e fili penzolanti che il solo punto di appiglio sono i canali dei singoli cittadini che con piccoli temporali o intemperie la sospensione elettrica è di rigore.
Se poi tra questi mondi hai la sfortuna “la colpa” di sentirti male e finire nelle grinfie padronale delle lobby sanitarie di zona di ogni ordine e grado, fuori controllo ricattatorie e arrogante e ignoranti di chi dovrebbe gestire le organizzazioni sanitarie e soprattutto di chi si dovrebbe occupare della salute dei cittadini del comprensorio. Per non parlare di signorotti di commissioni sanitari da amare
Che la parola d’ordine offendere emarginare, pensando il paziente l’utente, di fronte è uno sprovveduto come loro che naviga in un ignoranza irreversibile, ma il cittadino paziente di queste zone loro sono assenti e non connessi per sapere i sacrifici lavorativi e culturali hanno dovuto affrontare e sopportare per arrivare a pagare le tasse e anche i loro stipendi e le loro scrivanie che loro abusivamente usano perché le società liquide e scivolose di clientele gli hanno dato alito per esistere.
Ma la storia individuale del comprensorio è lunga e perversa e si ripete sempre, tutte queste lobby sono le stesse che abbiamo combattuto negli anni 60/70/80 del blocco democristiano, hanno solo cambiato pelle, casacca o facce e referente politico
Io penso senza esagerazione e peccare di arroganza retorica siamo risprofondati in una sanità e del corpo medico nei profondi albori e antitesi della salute del cittadino, con i don Ciccio, don Peppe, che arrogantemente trattano il paziente come numero e lo guardano dall’alto in basso senza lontanamente pensare chi hanno di fronte e che la loro funzione la loro ragione d’esistere, che ancora esistono gente prodicosa dura e pura che resistono nell’abitare nei loro territori e compressori.
A qualcuno del corpo medico ho domandato se la sanità abruzzese fa dei corsi accelerati di arroganza e ignoranza?
Il soggetto tace arrossendosi negli occhi.
Riaprendo vecchie diaspro tra lotte antiche tra cittadini tra signorotti e cafoni, l’abuso di potere e l’umiliazione e sistematica è penetrata in loro stessi che non possono fare a meno, forse in queste zone e tra queste ottuse menti asfittiche non si annidano e non trovano ancora residenze il tribunale dei diritti del malato che sono sicuro farebbe i soldi con la pala, per i continui abusi e angherie che il cittadino di queste zone sono costretto a vivere.
Nel concludere a malincuore le ferite che mi sanguinano dentro sulla mia amata terra, posso tranquillamente affermare, che in queste zone, nel nostro comprensorio, sicuramente una cosa è cambiata e si è ribaltata, una volta i singoli comuni del comprensorio più povero del cittadino che le abitava faceva la lotta per far diventare le singole strade provinciali o statali cosi se le scaricava dal bilancio comunale e venivano curate meglio, adesso succede il contrario le uniche strade sistemate e percorribili sono quelle comunali e non dimenticandoci delle risorse comunali e dei sforzi che sono costretti a sopportare sia collettivamente che individualmente i sindaci nei mesi invernali.

SILVANO FANTILLI


VOGLIO RESTARE NELLA MIA TERRA.
MA SONO COLPEVOLE DI SENTIRMI MALE
SCHIAVI DI ABRUZZO

In questo lembo
Di carne e petrolio
Tra le rupe e i crinali
E spiazzi di oro e vegetazione…

Gli uomini del passato
Come ruderi delle chiese
vaganti
Dalle valigie di cartone
Si inclinano hai loro vecchi ricordi
E Vogliono trovare
La pace di una terra amica…

Uomini di tacita provenienza
Con lo zampillo tra le pieghe delle clientele
Di chi gode e non sa alzare la testa
Si aggirano arrogantemente
Negli uffici dei servizi sanitari
In direzione avverse…

Il gergo arrogante di chi vuole emarginare
Uomini che tacciono nei loro dolori
Accumulati nella loro travagliata vita
Costretti a sperdersi tra le pieghe
Di un’esistenza amara…

Ma io dico no
Alle Lobbi di potere
Alle padronanze amiche
E ti strizzo l’occhio
E ti dico no alle tue angustie
Alle tue vigliaccherie…

Perché sono vivo
Anche tra queste mura
Di carta oliata
Dove tu da padrone
Diventerai il mio servizio
Amico dovuto…

E in ogni tua arroganza
Troverai i miei occhi
Che tra le tue beghe d’ignoranza
Ti ricorderanno che sono
Il tuo capo
E tu sarai il mio servo
Per un territorio
Che respira aria inquinata
Di un abbandono perenne…

Ma in questo lembo di terra
Tra gelo e neve
Io sarò il tuo nemico
Che debellerà la tua arroganza perenne…

Io tra musica e gelo
Mi avvolgerò nella mia bandiera
Per urlare a squarcia gola
I miei diritti di vita e esistenza…

Io in questo campanile di pietra
Saro la tua tortura
E guarderò lontano
Tra i cespugli e le spine
Dove tu con la tua arroganza
Affogherai dissanguato…

Godi i passi lenti del silente
Di un dolore che tace
Ma lui e il tuo sostentamento
E lui uscirà sempre vittorioso
Senza rassegnazione…

silvano

LA FILOSOFIA E LA RELIGIONE DEI DOTTI

LA RELIGIONE E LA FILOSOFIA DELLE MASSE

 

LA MIA RELIGIONE E LA LIBERTA' 

 

 

La mia liberta

 

 

 

Diseguali solitudini,

 volontariamente mi apparto,

 dal contesto sociale,

 evitando quando è possibile

 coinvolgimenti emotivi,

 schieramenti aberranti

 dettate da convenzioni,

 convenienze…

 sentirsi estraneo

 necessario per tentare

 una testimonianza vera,

 libera, originale,

 e non imposta dal mondo

 circostante

 seppure o maggiormente,

 o maggioritaria,

 dando dimensioni e universi,

 di comportamenti differenti,

 che possono appartenere

 a minoranze infinite,

 costringendomi…

 a l’isolamento…

 che vengono vissute

 con dignità,orgoglio,

 addirittura con fierezza,

 con sconforto…

 di chi si sente

 abbandonato…

 Uomini vili…

 Che si aggrappano

 Alla miseria

Materiale del vivere….

 Di apparire

E non dell’essere…

 

SILVANO FANTILLI 

SCHIAVI DI ABRUZZO
VALLI - PISCHIALTA

 

 

CENNI STORICI GIOGRAFICI

del mio paese


Schiavi di Abruzzo
comune
Schiavi di Abruzzo – Stemma Schiavi di Abruzzo – Bandiera
Schiavi di Abruzzo – Veduta
Veduta del centro abitato
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Abruzzo-Stemma.svg Abruzzo
Provincia Provincia di Chieti-Stemma.png Chieti
Amministrazione
Sindaco Luciano Piluso (lista civica) dall'8-6-2009
Territorio
Coordinate 41°48′57.73″N 14°29′05.22″ECoordinate: 41°48′57.73″N 14°29′05.22″E (Mappa)
Altitudine 1 172 m s.l.m.
Superficie 45,58 km²
Abitanti 808[1] (31-3-2017)
Densità 17,73 ab./km²
Frazioni Badia, Cannavina, Casali, Cupello, Salce, San Martino, Taverna, Valli, Valloni
Comuni confinanti Agnone (IS), Belmonte del Sannio (IS), Civitanova del Sannio (IS), Castelguidone, Castiglione Messer Marino, Poggio Sannita (IS), Salcito (CB), Trivento (CB)
Altre informazioni
Cod. postale 66045
Prefisso 0873
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 069088
Cod. catastale I526
Targa CH
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti schiavesi
Patrono san Maurizio
Giorno festivo 22 settembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: ItaliaSchiavi di AbruzzoSchiavi di Abruzzo
Schiavi di Abruzzo – Mappa
Posizione del comune di Schiavi di Abruzzo all'interno della provincia di Chieti
Sito istituzionale
Modifica dati su Wikidata · Manuale
Schiavi di Abruzzo è un comune italiano di 808 abitanti della provincia di Chieti.

È noto per le viste panoramiche e per il ballo locale, la Spallata.

Data la posizione isolata tra le montagne, ha mantenuto tipiche caratteristiche del Medioevo e del Rinascimento.

Trattasi del comune situato più a sud della provincia di Chieti.

Fa parte della Comunità montana Alto-Vastese.

Indice
1 Geografia fisica
2 Storia
3 Monumenti e luoghi d'interesse
3.1 Architetture religiose
3.1.1 Chiesa parrocchiale di San Maurizio
3.2 Architettura civile
3.2.1 Case-mura del centro storico
3.3 I templi italici
3.4 Parchi comunali
3.5 Attrazioni
4 Società
4.1 Evoluzione demografica
4.2 Lingue e dialetti
4.3 Religione
5 Cultura
5.1 Eventi
6 Infrastrutture e trasporti
7 Note
8 Voci correlate
9 Altri progetti
10 Collegamenti esterni
Geografia fisica
Il paese si trova nella parte più meridionale della regione Abruzzo, al confine con il Molise. Distante 56 km dal Mare Adriatico e 225 km da Roma. Il territorio è suddiviso in nove contrade composte da abitazioni rurali e da un centro storico posto sulla sommità di un monte all'altitudine di 1.172 m s.l.m.

Storia
Il territorio fu abitato dal 600 a.C. al 290 a.C. dai Sanniti Pentri.[2] La loro presenza è testimoniata dal ritrovamento di alcuni edifici sacri (i cosiddetti "Templi Italici") nella frazione Taverna, in località Torre.

Il nome del borgo (anticamente chiamato Sclavi) trae origine dal fatto che fu fondato da una colonia di slavi; ai tempi dei Normanni esso divenne feudo di Roberto da Sclavo. Il documento più antico ove si parla del territorio di Sclavi risale all'anno 922. Le antiche popolazioni slave lasciarono traccia evidente del loro nome, in questo caso, in quello che poi divenne un comune.[3]

La prima citazione scritta del paese risale al Medioevo, nella prima metà dell'undicesimo secolo. Inoltre i nomi di Schiavi e Sclavi apparirono per la prima volta nel Libro delle Decime nel 1309 e il 1328.[4]

Dal 1285 al 1816 il paese fece parte del Regno di Napoli. Dal 1626[5] al 1806[6] il paese fu anche un feudo dei Caracciolo di Santo Buono, un ramo del clan di Caracciolo di Napoli, e amministrato da San Buono, un paese a 34 km[7] di distanza.[8] Castiglione Messer Marino era controllato dalla stessa famiglia.

Dal 1816 al 1861 il borgo venne annesso nel Regno delle Due Sicilie, e fu di nuovo governato dai Borbone di Spagna.

Dopo l'unità d'Italia, il paese passò sotto il controllo del "nascituro" Regno d'Italia.


Vista dalla passeggiata panoramica "La Rotonda"

Municipio

Via Umberto I, una delle vie principali del paese

Tempio italico di Schiavi
Monumenti e luoghi d'interesse
Architetture religiose
Chiesa parrocchiale di San Maurizio
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di San Maurizio (Schiavi d'Abruzzo).
Architettura civile
Case-mura del centro storico
Nel centro storico oltre la chiesa di San Maurizio Martire vi sono le case-mura con muri a scarpa con archi e sottoportici, molte case sono realizzate in pietra calcarea, inoltre non vi è una prova certa dell'esistenza di un castello tuttavia rimane una traccia toponomastica in Piazza largo castello, nella zona vi è inoltre una traccia di una costruzione semicircolare e la forma della piazza denota una forma rettangolare. Il centro storico risale a circa il XV secolo.[9]

I templi italici
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Santuario italico di Schiavi d'Abruzzo.
Nella valle 200 m sotto il paese si trovano i resti di due templi, che risalgono al periodo dell'Antichità classica, dal III secolo a.C. circa, fino al massimo sviluppo dell'Impero Romano. Conosciuti come i templi italici, riferendosi alle popolazioni italiche di cui facevano parte anche i Sanniti. Scavi archeologici degli templi sono stati condotti dal Dipartimento dei Beni Archeologici dell'Abruzzo.

Il sito archeologico è situato nel distretto di Colle della Torre a 864 m sopra il livello del mare. È situate lungo la strada di campagna che porta dalla valle del Trigno al paese. La posizione panoramica dominante sulla valle sottostante e le catene montuose del Molise dove visse Pietrabbondante. Due templi paralleli, costruiti uno vicino all'altro ma in periodi diversi e usando una tecnica di costruzione diversa, sono visibili ancora oggi. Si trovano in una radura terrazzata da un lungo muro in muratura poligonale e ashlar, comprendente la parte occidentale del santuario.

Recenti lavori di scavi hanno incrementato la conoscenza della zona grazie ad alcune nuove scoperte: L'altare monumentale opposta all'edificio minore, una necropoli che si estende sul versante a sud-est dei templi, usata dal X secolo a.C. fino all'apogeo dell'Impero Romano, e per questo è in parte contemporaneo al santuario vicino, e un altro sito religioso leggermente giu il versante, con un edificio composto di due camere abbandonato subito dopo la guerra sociale.

La torre medievale di due piani è visibile oggi, costruita dietro il muro in muratura poligonale del santuario. Questa zona deve il suo nome, Colle della Torre, a questa struttura.[10]

Parchi comunali
Nel territorio comunale troviamo la passeggiata panoramica denominata "La Rotonda" dedicata a Salvo D'Acquisto.

Nelle vicinanze vi è un piccolo giardino comunale dedicato a San Pio da Pietrelcina.

Attrazioni
Una replica della Grotta della Madonna di Lourdes è in via di costruzione nella valle sottostante il paese e i templi italici. Nel 1995 un abitante del paese ricevette una cura miracolosa dopo un pellegrinaggio a Lourdes. In una visione la Beata Vergine indicò che venisse fatta una grotta simile a quella presente a Lourdes a Schiavi di Abruzzo.[11]

Società
Evoluzione demografica
I confini municipali coprono una superficie di 45 km². Con una popolazione di 1265 nel 2004, la densità di popolazione era di 28 persone per km².

La popolazione nel 1861 raggiungeva i 3.657 abitanti. Come le altre regioni rurali dell'Italia Meridionale, il paese subì un'emigrazione di massa verso l'America settentrionale e l'America meridionale tra il 1861 e il 1914.

L'emigrazione portò a un declino dell'economia agricola.

La popolazione arrivò a un picco di 4.526 abitanti nel 1961; è poi vistosamente scesa fino ad oggi a causa della forte emigrazione dal paese verso le città più importanti d'Italia (in particolare a Roma) durante il boom economico.[12]

Abitanti censiti[13]

Lingue e dialetti
Il dialetto presente è conosciuto come Schiavese parte dell'abruzzese orientale adriatico.[14] Probabilmente ha mantenuto qualche influenza slava, ipotizzabile non soltanto dal supposto contributo di questi alla fondazione del paese, ma anche dalla vicinanza di Schiavi di Abruzzo ai paesi sul Trigno di eredità croata.

 

EMIGRAZIONE

 

 

Una particolarità riguarda il fenomeno dell'emigrazione, che coinvolge Schiavi di Abruzzo in un modo davvero singolare: tre i tanti che hanno, per necessità, lasciato il paese, alcuni sono andati all'estero; per la maggioranza invece, si è trattato di una "migrazione interna": molti schiavesi si sono infatti trasferiti a Roma, dove lavorano come tassisti e gestori di autorimesse, trovando comunque impiego nell'ambito di attività legate ai trsporti.

Schiavi ha seguito, dunque, il medesimo destino degli altri centri montani teatini; se nel 1951 il paese contava 4.444 abitanti, oggi il numero è drasticamente ridotto: circa 1700, con un depauperamento annuale, secondo le stime del Sindaco, di 100 unità, nonostante il risveglio dell attività rtigianali e commerciali.

Ad ogni modo gli schiavesi costituiscono una comunità attenta al rispetto delle proprie radici, sensibile al richiamo del paese lontano. Per questa ragione, in ogni estate, il ritorno è vissuto come una grande festa.

Una personalità - di rilievo internazionale - originaria di Schiavi è quella di Almerindo Porfilio, nato nel 1887. Trasferitosi in America con la famiglia ai primi del '900, diede avvio ad una precoce carriera (strillone all'età di sette nani, edicolante a 12) sfociata poi in molteplici attività imprenditoriali che lo avrebbe condotto alla Presidenza del Banco di Sicilia.

Amico fraterno di Fiorello La Guardia, forse il più famoso Sindaco di New York, egli resiedette a Roma presso l'Hotel Plaza dopo aver conosciuto Mussolini ed essere diventato suo consulente finanziario.

Dal 1965, anno della scomparsa, Porfilio è sepolto nel cimitero di new york, accanto all'amico Fiorello La Guardia.

Scriveva Papini di Auro D'Alba (pseudnimo di Umberto Bottone), poeta, giornalista, scrittore partecipe dell'esperienza futurista insieme con Marinetti,Palazzeschi, Frontini, Govoni, vincitore del Premio Viareggio, amico di Corazzini e, soprattutto, nobile figlio di Schiavi d'Abruzzo: "Auro D'Alba fra i poeti del '900, collocato nel Pantheon delle patrie lettere, rimase fra i più vivi e fedeli alla vera essenza della poesia".

Nato nel 1888 a Schiavi e scomparso a Roma nel 1965, Auro D'Alba guadagnò fama ed onori nel mondo letterario ed ottenne prestigiosi riconoscimenti da parte della critica per la sua attività di scrittore e poeta.

Tra le opere affidate alla posterità, offriamo la lettura dei versi composti da Auro D'Alba in memoria del suo paese natale, dalle vallate e dai panorami al cui orizzonte si scopre "l'occhio d Dio", e della sua gente col "cuore negli occhi": Schiavi di Abruzzo.

 

Ho ritrovato il mio vecchio paese

dove la pasta arrivava

una volta alla settimana

il mio povero vecchio paese

con le vie strette

e la piazza senza fontana:

ma dentro le antica mura

a picco sul monte

vedi il cuore negli occhi della gente

scopri l'occhio di dio al'orizzonte.

Della fatica volontaria di Schiavi diedero i nome gli antenati al monte;

nome duro scavato nelprofondo

dei millenni,nel solco

acido, quando i primi patriarchi

da frontiere aborigene discesi

scelsero per la lorra queste alture:

solitudini amare abbandonate

dai pavidi ai più forti.

Vive il bifolco per la terra ingrata

e fra pietre semina e raccoglie

fin sulle vette più vicine al cielo:

per ogni goccia di sudore un chicco di grano, grano avaro

più che al sol, maturato nella preghiera.

Ma quando è primavera

e di luce s'inebriano le nevi

la catena dei monti apre le braccia

come un invito a chi fatica.

Pace!

 

Cordiali saluti

silvano fantilli