LA MIA TERRA III

LA MIA TERRA VOL.III
IL RISCATTO
 
buonasera a tutti
da oggi troverete il mio ultimo lavoro in tutte le librerie sia fisiche che digitali, in questo volume ce la chiosa di un ciclo di vita e di volumi poetici, sia privata che intellettuale politica che professionale, e si avvia verso una riflessione di riscatto, verso una nuova vita, che pareva persa perita e invece è stata capitalizzata verso un nuovo percorso di rinascita.
sara mio interesse e mia cura prossimamente indicare tutti i portali dove lo potete trovare par adesso lo troverete su:
Dedico questo mio testo
A tutti i giovani di schiavi di Abruzzo
Sia schiavesi romani
Che
Romani schiavesi
 
SCHIAVI DI ABRUZZO
CHE SVENTOLA LIBERTÀ TRA LE NUVOLE
 
In questo sasso
A forma di bandiera
Dove le rondini
Non osano toccare…
 
E il mio sguardo
Non trova vecchiaia
E si sperde tra i maestosi
Orizzonti senza fine…
 
Tu ragazzo uomo mio simile
Se tocchi questa terra
Tra le nuvole
Di libertà e magia…
 
Alza gli occhi al cielo
Senza padroni
Né capi da venerare
E apri le ali
E vola libero nel mondo
 
 
BIOGRAFIA
 
 
Il poeta Silvano Fantilli nasce nel lontano 26.01.1966 presso l’ospedale di Agnone (IS) dopo un lungo e travagliato e tortuoso viaggio accompagnato persino dai carabinieri del posto (Valli di Schiavi di Abruzzo in provincia di Chieti) dove i genitori e tutta la famiglia risiedevano. In quei tempi stretti e gelidi la neve da giorni tergiversava, nella piccola realtà di “Pischialta” (Valli di schiavi di Abruzzo) la coltre di neve sommergeva i tetti e spuntavano solo i camini che sbuffavano fumo, la strada si riduceva in un piccolo viottolo scavato dagli uomini della piccola grande realtà, ma l’urgenza e la fratellanza di tutta la piccola realtà, videro subito che fin lì nessun mezzo poteva arrivare e cosi organizzarono a breve il viaggio della partoriente, con una rete di fortuna con sopra coperte infagottate e legate e con dentro sommersa come un angelo ovattato, la madre dell’autore sollevata di peso dai numerosi uomini della comunità, per 4/5 km fin allo svincolo e l’incrocio dove la campagnola dei carabinieri affatica riuscì ad arrivare. Già dai preamboli ha tutta l’aria di una sciagura e non di una nascita che dovrebbe essere portatrice di allegria e di sorrisi. Passa l’età della pubertà a Schiavi di Abruzzo e a Roma. A un certo punto i genitori decidono di stabilirsi definitivamente a Roma per motivi di lavoro del padre, ma questa parentesi dura poco e sono costretti al rientro a Schiavi per una grave malattia della madre. Trascorre l’età adolescenziale a Schiavi (valli) conseguendo la licenza media e poi prosegue gli studi tecnici trasferendosi in un vicino centro in riviera sempre in provincia di Scerni Chieti. Passa i primi anni in convitto per la difficoltà dei collegamenti e per le condizioni atmosferiche, a breve si trasferisce in una casa in affitto sempre nello stesso centro, in una frazione vicina, per permettersi una vita più tranquilla e serena senza quello spirito di caserma che regnava nel convitto. Per poi trasferirsi in un altro centro molto più grande che offriva molto di più: Vasto che diventa la sua città adottiva e la porterà sempre nel cuore fino all’età adulta. Qui inizia la lunga convivenza e i rapporti con il fratello. Continua gli studi nella vicina università Gabriele d’annunzio di Pescara presso la facoltà di Architettura e  diventa architetto e poco dopo si specializza in Interior e product designer d’interni e pubblicista. Ben presto si trasferisce a Pescara, sin dalla tenera età diventa comunista contribuendo prima alle lotte schiavesi e poi abruzzesi scolastiche e universitarie. Ben presto entra nella Fgci abruzzese e poi nelle file del PCI. Rimane tutt’oggi coerente con le sue scelte giovanili, molto critico verso l’attuale sinistra italiana, sia centro-sinistra che sinistra radicale, attualmente non milita in nessun partito e non si riconosce in nessuno di essi, ma pur sempre mantenendo quei valori fondati e fondamentali ed ereditandoli e facendoli suoi, quel bagaglio politico e culturale che si tramuta e si estende in un modo di essere e di agire. Ben presto si trasferisce a Pescara per intraprendere il lavoro di arch. interior e product designer e agente di commercio settore arredamenti, e lì a breve fonda SF rappresentanze e progettazione per Abruzzo e Molise. Per poi trasferirsi a Roma nel 1995, fino ad arrivare nel 2001 quando si amplia sia professionalmente che personalmente con l’incontro che di lì a poco si trasforma in matrimonio con Giuseppina Bagazzini, con più forze e più coraggio il tutto ben presto si trasforma in Fangiustik rappresentanze progettazione in interior e product designer e imprenditoriale. Per poi arrivare all’età matura con nuove collaborazioni, la fondazione della Laperladesigner. E in questa città un po’ odiata e un po’ amata dove passa un parte importante della sua vita come arch. interior e product designer d’interni e imprenditore e agente di commercio settore arredi per poi interrompere per problemi di salute (in particolare per retinopatia proliferante), in seguito alle grave conseguenze, (nonostante le numerose cure), arrecate da questo problema di semi cecità e di condizioni d’invalidità cronica, decide con tutta la famiglia di rientrare nella terra natia Valli Schiavi di Abruzzo (Chieti). Nella casa natia dove da sempre ha dedicato numerose risorse lui e il fratello per i continui restauri e adattamenti per renderla da monofamiliare a bifamigliare. Rientrato nel suo mondo, nella sua terra ormai cambiata e rinnovata con il tempo inesorabile e con il continuo spopolamento, si
inserisce  in una nuova pace solitaria che gli permette di dedicarsi globalmente alla sua poesia e alla scrittura con diverse pubblicazioni di diverso genere vincendo alcuni concorsi poetici. Oggi è al III volume Della mia terra pubblicato. E questo nuovo percorso di riscatto e d’introspezione esistenziale gli dà nuova linfa e nuovo vigore per osservare oltre le forme visibili e immaginare e sognare l’invisibile per progettare il progettabile.
 
PREFAZIONE
 
Dedicata al mio riscatto
Sono qui nudo e scalzo sommerso e immerso nel buio del silenzio
dove i miei passi non fanno rumore, immerso e amalgamato di note
che danzano come vocali di rime, a immergermi nel silenzio oscuro
come un pittore senza tela né pennelli, e in questo nuovo viaggio,
come tanti che mi avevano arricchito e consumato, ma in questa città
di Foza, si sfuma e i suoi palazzi scorrono veloci alle spalle di chi
sopporta i sacrifici e i sudori salati che scivolano, lungo la schiena,
e come in un temporale di sensazioni ed emozioni immersi in una
lacrima che scivola e solca il viso, e in un tifone volante, i palazzi si
frantumano e si sbriciolano e cascano le mille barriere, in quell’amore
e odio insopportabile e insostenibile.
In questo budello lastricato di nero che si snoda tra cielo e terra, mi
vesto di un nuovo mondo, e un nuovo orizzonte, e in un età, di un
riscatto consapevole, in uno sguardo condito d’euforia, mi avvio in
una traballante strada sconnessa di valle, come una spada che penetra
e si conficca tra il ventre di queste montagne fiere.
Le lontananze passate risuonano e si amplificano, in un rimuginare
di sogni e in uno spiare dall’altra parte di quell’orizzonte, si faceva
muro e barriera che sbatteva e si frantuma, tra i crinali di montagne
assenti e sconosciute, e io mi giro spaesato tra lo sguardo perso con le
lacrime che scendono e solcano il viso, e a stento deluso rassegnato mi
appoggio su un legno traballante di tarli di terre non mie.
Oggi mi vesto da uomo consumato con occhi appannati, venendo
da lontano e porto l’odore di cenere e petrolio, e mi spolvero di spore
nell’ultimo ruscello dall’acqua forzosa e gelata, per non inquinare la
mia terra, se pur ingrata e amara e artefice di mille dolori e ferite,
ma unico rifugio di ventre dell’anima mai persa tra i mille selciati di
asettiche chiese sconsacrate del mondo, e nelle voragini carnose di noi
stessi, nel mentre penetra il vento la brezza di un odore famigliare tra
le valli del fiume Sente alberate di sassi trascinati dalla corrente.
Ma in lontananza, lì appicco tra le antenne rosate, mi specchio e giro
in basso come una cupola tra i colonnati di storia, in una stratungola
affogata e dispersa in una sommersione di ricordi, in un nuovo mondo
sconosciuto e quasi mi perdo nel pensiero, alzo lo sguardo a nord e a
sud ma le barriere di frangimenti mi respingono, e in quel percorso
mi arrovello di curve fino in fondo alla voragine di nascita e che si è
consumata qui.
Mi immergo e mi perdo nei pensieri di ieri di quella partenza di
spini.
In un oggi stretto intrappolato in questa intercapedine corrosiva
di un orizzonte corto e appannato, lo svincolo e lo trattengo questo
fallimento di riscatto vivo, in una giravolta di stratungole tratteggiate
appena di un vissuto ormai spento e lontano, e giù in queste valli
spianate di boschi forvianti, che oggi mi perdo e mi inerpico spaesato,
tra i venti a tramontana, in una strada ormai liscia che serpeggiava
silenziosa tra i terreni di boscaglia acuta, e qui giù tra cinghiali e i
nidi silenziosi che i cuculi si sono ammutoliti, e le case deserte come
monumenti di ieri che non fumano né sbuffavano più, e la vita
diradata di uomini come lucciole, sono silenti e regnano in quella
poca pace, di un regno globale.
In questo nuovo ritorno di un oggi e di un ieri, disperso nella storia
profonda, che nessuno ha scritto e raccontata, e che nessuno scriverà
e racconterà più, e resterà come pietra biliare incisa e scolpita, nelle
nostre coscienze d’esistenze frastagliate.
E in questa veste di corallo serena e riposante, mi sono appisolato
di ricordi, e mi immergo in quelle ferite, di violenze fisiche e sessuali
vissute, da parte di gente o amici che restano appiccicati di normalità,
in uno sguardo spento che sprofonda nel personalissimo perbenismo
apparrente del mulino bianco, la mente svolta e divaga altrove ma la
carne, con gli odori di ribrezzo, di sesso adulto, resta incollata alla
mia carcassa invecchiata. E qui tra i viali di cicoria di terra battuta
bambine sbiadiscono ma scottano come crepe nell’occipite, che le
sento strappare come sillabe di acciaio bollenti, in una pagina cupa
e riversa, ma custodita nel profondo carnoso di noi stessi, e tutto
chiuso in tante gocce torrenziali di lacrime solitarie, che mi sbrana
e mi aggredisce l’anima e si trasmette tramite lo sguardo oscuro che
varca il visibile, per costruire l’invisibile e ricostruisce il ieri di ferite e
dolori, e si affossa in una tomba oscura senza risvolto.
E questi forse sono solo gli ultimi lampi di luce che raccontano, o
tentano di raccontare, di quel nuovo mondo che nascerà? Se nascerà?
Forse saranno rare o scompariranno del tutto?
Anche queste misere sillabe, di presenza appartate solitarie di un
tratteggio autonomo leggero e fiero di ricordi scritti con l’Ultimo velo
di sangue che scorre nelle mie vene.
Forse per qualcuno sono vincenti?
Per qualcun altro dirompenti?
E per quella massa che si accoda e si veste di normalità senza urlare e
senza opporsi è solo una voce, una visione fuori dal coro o fuori dalla
massa che guastava i piani, di quei quattro visi quadrati sempre, con
testa china, ubbidienti e d’accordo con il loro capo.
Sento il fiume dei ricordi
che mi sommerge e mi ingolfa la voce
e navigo d’istinto
in questa pozza di sangue…
senza vedere le forme
decapitate dal boato,
che mi ingoia e mi percuote…
In un segmento di conclusione e di forma e di ragione e passione che
la politica si appennica e si squaglia si sminuzza e affonda in lei stessa,
dove ormai tutti credono nell’inutilità dell’esistere.
Ma il mio oblio si fa sempre più profondo dove l’euforia di un sogno
è fallita in malo modo, e io fuggo e mi rifuggo in un anarchismo
schietto e profondo per dagli nuova forma per una reazione, e rifare
vivo ed esistente, quel sogno d’uguaglianza e di libertà dell’anima mia.
E di tutti i miei simili
silvano
 
 
 
 
 
 

la mia terra vol 2

carrissimi amici da oggi troverete on line sul portale sotto riportato il mio nuovo lavoro.

“Non ho molto

per alcuni nulla…

per alcuni tutto…

ma vorrei che fosse tuo

perché è tutto quel che ho

il mio cuore…

la mia anima…

il mio sapere…

la mia cultura…

che mi fa essere quello che sono…

Scambiamoci l’anima in sogno,

così saprai che non mento.”
POESIA / EUROPEA CONTINENTALE

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SINOSSI
La mia terra (La scelta - Volume II) è una raccolta di poesie di rara finezza. Frutto delle esperienze personali dell'autore ci racconta della sua infanzia e adolescenza, del suo percorso di vita personale ma soprattutto della sua terra di origine: il Molise ma anche l'Abruzzo con le sue montagne e i suoi splendidi tramonti. La sua sensibilità non tralascia però l'attualità, come nel caso della terribile guerra siriana. I ricordi che gridano, Guardo, L'ultimo grido di Aleppo sono solo alcuni dei componimenti che troverete in questa sorprendente silloge.

acquistabile on line:
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I SITI WEB PER L'ACQUISTO DEL LIBRO

 

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dal mio ultimo lavoro in libreria o nei siti sopra riportati dal 15 novembre in poi
troverete:

 

 

IL GIORNO BUIO DELLA MIA ESISTENZA

 

Era una giornata fredda e ghiacciata, ed era da giorni che la neve resisteva e i suoi ghiacci a matita sui tetti decoravano le giornate gelide e serene a pischialta.
Roberto nella sua tenera età si svegliò a un’ora piccola quella mattina qualcosa lo preoccupavano lo attanagliavano nel suo cuoricino di ragazzino già adulto per le circostanze, si affacciò dalla finestra della sua cameretta e diede uno sguardo all’orizzonte di sempre e i tetti sempre più colmi di neve e il caseggiato del borgo di pischialta già era in vita e i loro camini già sbuffavano nuvole ingrovigliati di fumo, come pipe, più in là a valle verso il vallone, (R vill) il rumore era incalzante dell’acqua forzosa che scorreva a valle, e trascinava grossi massi per la sua furia delle acque gelide, a rifocillare le macro e micro sorgenti fino a gonfiarsi e trasportare alberi e cespugli e gonfiare il fiume Sente, i fitti alberi famigliari erano rivestiti tutti di bianco, gli uccelli e i pettirossi per il gran freddo si annidavano nei poveri tetti o nei pagliai circostanti, per proteggersi da una natura avversa per loro, verso nord in lontananza si vedeva il crinale dolcemente scendere da schiavi paese e si estendeva a valle fino al fiume Sente, reso molto più dolce e armonico dal manto nevoso, però in cima dove si ergeva Schiavi con il suo alto campanile il rumore delle campane arrivavano fin in fondo alla valle e rendeva il luogo il borgo di pischialta spettrale e armonico e isolato e invalicabile per uno spostamento anche per i più avveduti uomini, ma di fronte al paese un'altra montagna quasi gemella come a fargli sponda e amica si ergeva a picco con i suoi piccoli pini indolenziti e infreddoliti.
Roberto quella mattina, dopo aver svolto i servizi primari di bambino e aver osservato i suoi orizzonti di sempre, la sua cameretta si posizionava in un umile caseggiato(massaria) al secondo piano, scese i gradini a ventaglio che lo conducevano al primo piano e notò subito la gran folla che si muoveva come un formicaio, e un gran fuoco che rendeva l’ambiente dai lineamenti umili e sobri accogliente e riscaldato, gli si avvicino una vecchina gentile e affabile e con voce sussurrata gli chiese che voleva per colazione, il piccolo Roberto la guardo quasi con occhi lacrimanti e arrossati come da giorni ormai e le disse che gli andava bene qualsiasi cosa c’era disponibile, la vecchina con modi matriarcali e attempata dai lunghi abbigliamenti scuri e con un fazzoletto scuro raggomitolato sulle orecchie a forma di conchiglia, la vecchina era una zia del padre ma può essere definita mamma nonna di tutti da diverse generazioni dal nonno al padre a lui e il suo fratellino che da pochi mesi ha fatto ingresso in quello spazio tempo,
il piccolo Roberto, prese una piccola seggiola di foglie di canna, disponibile in quella folla e si mise vicino al fuoco dove un altro vecchietto si riscaldava con un'altra seggiola, e le disse come mai non era restato a letto che faceva freddo?
Ma al piccolo Roberto dai piccoli occhi bambini si posarono sui gradi scarponi del vecchietto di suola dai gradi chiodi rotondi e ribattuti(vtarell) e poi silente e lo fissò nei suoi occhi stagionati ed emozionati e la loro conoscenza antica in un silenzio radente dell’ambiente gli tese una carezza senza parlare. 
Erano ormai giorni mesi che la sua umile casa era piena di gente che andavano e venivano come un formicaio, di gente amica e conoscenti in corsa d’aiuto per la tragedia, e più medici si avvicendavano nel visitare sua madre.
Il piccolo Roberto si alzò dalla sua esile statura e si fece largo tra i conoscenti e amici e arrivò finalmente all’altra stanza dove prendeva posto il gran letto in ferro ricamato bordo e blu dove sua madre si annidava, come in una bomboniera di rosa fra i cuscini, e chiamandola a lungo una sua esile bianca mano dalla sua esile voce e dai suoi occhi stanchi e dolci lo chiamò, e le chiese come mai così presto, lui non rispose e la fissò ed entrambi gli occhi si incrociarono e parlavano in una lingua segreta dove solo una mamma e un figlio possono dialogare, tutto intorno seduti tutti i famigliari, se li osservò dettagliatamente, e li fissò e tutti silenti e con occhi increduli lo inchiodarono come una spada a quel supporto metallico di emozione, come un tripudio di battiti e sensazioni bambino lo marmorizzò.
Il piccolo Roberto però non era cosciente che lì a breve cosa già era organizzato dal mondo dei grandi, il vociare si faceva falciante e prepotente tra suo nonno suo zio e suo padre, nel parlare di reti e brande rigide e resistenti, ma il piccolo Roberto non capiva non comprendeva, la sua prepotenza si fece largo e spazio per comprendere i programmi che avevano pianificato contro di lui, a un certo punto dal cuore in gola e gambe tremanti domandò al nonno, cosa stava per succedere?
E il nonno uomo robusto e alto dai suoi capelli brizzolati dall’aria paterna e rassicurante dalla voce tremante e più volte interrotta dall’emozione, si gratto la nuca più volte, gli disse bisogna portare tua mamma da medici esperti per guarirla e bisogna portarla a Lanciano.
Il piccolo Roberto nella sua tenere età era un condensato di emozione e reazioni le sciabole e i Cortelli affilati li sentiva dentro di lui, voleva piangere, urlare, scappare, ma nulla di tutto questo gli fu concesso, come un lusso, ma dentro lui non capiva e non sapeva dove era Lanciano o in quale posto preciso era destinata sua madre ma una cosa gli era chiara e netta che voleva dire un distacco, tra lui e sua madre.
E lì a breve in quella umile casa e nell’animo dibattuto e perso del piccolo Roberto, in quell’arsura invernale dove il borgo di pischialta era stretto da giorni da ghiacci e metri di neve, e in lontananza gli orizzonti nord verso la montagna di castiglione m.m e Capracotta e Belmonte del sagno tutto rivestito di bianco e la tramontana radente e gelida si alzava e trasportava con se spolverandola qua e la e costruendo dune morbide e lievi qua e là di neve fresca, sui cumuli stagionati, e nel fare ciò emanava nebbia a volte fitta a volte diradata che permetteva allo sguardo preoccupato del piccolo Roberto di sperdersi tra le grandi querce innevate e i vigneti, oliveti circostanti.
E qui che si consumava il più grande supplizio, il buco nero di un esistenza spezzata e offesa per sempre per il piccolo Roberto.
E cosi gli uomini potenti robusti e amici in compagnia di suo nonno e di suo padre si organizzarono a turno per effettuare il viaggio in branda di sua madre, malata fino a nord della contrada dove la strada rotabile arrivava, (alla croce) sopportata e sorretta da braccia e forze umane, presero grandi coperte e lenzuola impermeabili e legate tra loro, per rendere confortevole e sopportabile quel viaggio all’ammalata.
L’animo del piccolo Roberto era a pezzi, vedere quella rete, quella branda traballante tra i ghiacciai e le nevi immense navigante tra colonne umane che a turno sorreggevano e spingevano verso nord, mentre la strada innevata si faceva pesante insopportabile e ripida(la vi dll’ulm) ma lui era li il quella testiera di ghiaccio che la mamma con tutta la volontà e la forza riuscì a estrarre la sua piccola e esile mano che raggiunse la manina del piccolo Roberto, era orgoglio e affranto in quel gelido trambusto stringere la mano e sentire il cuore battere e vibrare in una lingua segreta tra le piccole anime di mamma e figlio, si sentiva sua partecipe laborioso e attivo di una didascalia dell’ epilogo avverso in quella aratura di ghiaccio.
E cosi il viaggio si consumava e s’impennava e il piccolo Roberto li aggrappato a quella piccola esistenza sfuggente, e i passi gli sembravano tagli e ferite indelebile i passi faticosi bambini si inoltravano in un labirinto esistenziale, e cosi arrivarono al primo gruppo di case, e nonostante il tempo glaciale e il cammino sopra a un metro e mezzo, e nel circondario le grandi distese di prati innevate e lisce interrotte dalle sole tracce del passaggio dei cani indolenziti e superstiti e volenterosi affianco ai loro padroni, il solo solco di neve aperto dove la gente amica e fraterna di una frazione solidale continuava ad aggregarsi e nell’arrivo in un saluto una carezza al piccolo viso di Roberto, ma lui distratto e pieno di moltitudine interne era immerso nel suo dramma sanguinante.
E cosi in questo supplizio di carovane e folla umane che il viaggio si consumava e si inoltrava sempre più a nord, a un certo punto il passaggio a picco scivolo verso un vecchio pozzetto dell’acqua comunale, e la ripidità e la robustezza della salita e il livello di neve sempre più alto, la carovana si fermò per un passaggio di braccia tra gli uomini amici e fraterni di una volontà solidale che sorreggevano la branda, la rete, di sua madre, e una donnina esile garbata vestita di nero usci da una umile e bassa casa dal camino fumicante con tetto scosceso e coperto di pietre pine, (lisce) da un ingresso un cunicolo ricavato dalla neve stagionata e affumicata, con atteggiamenti materni si avvicino con un commensale accompagnato dal marito anche lui dai chiari segni sofferenti di una malattia perenne e offrii dolci e salati e bevande alla carovana dalla testa ai piedi di chi ne accettava, tutti con garbo e silenzio ringraziarono la cortesia e la gentilezza della vecchina.
La carovana riprese il suo cammino lento faticoso in quel percorso perverso, il piccolo Roberto sempre marmorizzato alla testata del letto e mano nella mano ormai solidificata fra sua madre e lui. Con l’animo in ebollizione e le ferite interne si facevano sempre più cocente e vive e gli occhi si abbagliavano e si annebbiavano e scomparivano e si inorridivano dentro quel panorama incantevole come una sposa vestita all’altare.
A un certo punto la folla la carovana gonfia e numerosa arrivo ad uno spiazzo con al centro un pozzo a cupola con una porticina chiusa che al piccolo Roberto era più che famigliare e nel lato sinistra fiancheggiata da una casa dal recinto orlato da ringhiere in ferro si affacciò tutta una famiglia compresi i suoi figlioletti a scala una femminuccia e un maschietto più adulto e si avvicinarono alla testa della carovana verso il nonno del piccolo Roberto confabularono a bassa voce e con delicatezza fraterna dando una carezza al piccolo Roberto e alla sua mamma tra le grandi coperture, e il più anziano si aggregò alla testa della carovana vicino a suo nonno domandando notizie, ma dalle espressioni e gesti di suo nonno si notava chiaramente l’animo perso del nonno con tutta l’aria di una cosa più grande di loro, e cosi il viaggio continuo tra le ultime due case dove quello che rimaneva di una strada serpeggiante a tramontana in un cunicolo si svincolava e si snodavano le ultime due curve costeggiate da alberi pazienti e indolenziti dal freddo e neve e ghiacci pendenti, finalmente si arrivò all’altro vecchio pozzetto dell’acqua comunale e da li si apriva un nuovo squarcio di orizzonte dove poter guardare a est verso Casali (altra frazione di Schiavi). 

cosi a breve questo martirio questo supplizio dall’ultima curva tra i boschi la carovana e la testa della carovana di quella rete navigante, tra le nevi navigante arrivò alla croce dove finalmente si intravedeva la macchina del padre del piccolo Roberto, tutta innevata e si notava a malapena i suoi lineamenti, una 1100 fiat, si notava lo sgombro in una pista stretta ma pulita dalle gradi cumuli laterali di una pista rotabile, e qui in questi istanti che per il piccolo Roberto tra il cuore in gola e le sue esili gambe tremanti che lascia e crea il buco nero della sua esistenza quel distacco di quella manina gelida bianca e raggrinzita dal freddo, si staccò e con lei si squarcio dentro di lui un groviglio un boato di sensazione, una carne viva che si tagliava per sempre fin dai suoi capelli grigi, il distacco era imminente, di una lunga e perenne tragedia avversa amara dai latrarti spigolosi e perversi di un anima candida e pura.
E cosi in quell’aratura di ghiaccio e neve dagli occhi ragazzini inermi del piccolo Roberto li appeso a quella testata fredda e morta si staccò, e sua madre dai suoi piccoli esili brandelli si sollevò con braccia amiche e venne posizionata all’interno di quel gelido abitacolo, di quella fiat 1100 nemica e avversaria del piccolo roberto e colpevole di un distacco sanguinante, li a breve il piccolo Roberto entrò in quell’abitacolo e strinse per l’ultima volta le esile mani di sua madre e con occhi emozionanti, piagenti incrociarono i suoi e si immedesimarono in quella stanchezza avversa che si salutarono e poi il piccolo Roberto venne strappato via e accompagnato dalla nonna perché la macchina con sua madre doveva partire alla volta di Lanciano. 
E cosi il padre del piccolo Roberto mise in moto, e salirono in macchina il padre alla guida con affianco suo zio e dietro vicino a sua madre il nonno, lo sguardo perso del piccolo Roberto fisso ininterrottamente in quello di sua madre che si allontanava con difficolta per i continui slittamenti delle ruote della macchina tra la neve fino a scomparire del tutto, la macchina si inerpicò in quella strada dalla stretta carreggiata verso schiavi paese e lasciando la contrada di Valli fino a scomparire.
Il piccolo roberto rassegnato e perso e impotente di non poter fare più nulla per sua madre si avviò con la nonna e tutta la carovana verso casa e lungo il tragitto la carovana amica e fraterna salutandoci affettuosamente arrivate vicino alle loro case(massarie) ci lasciavano e rientravano e loro continuavano il loro tragitto verso casa, arrivato a casa trovarono la vecchina sempre affettuosa e materna dopo avergli domandato dettagliatamente del viaggio e aver detto alla nonna tutte le faccende svolte, e disse che il fratellino dormiva, ci salutò e se ne andò nella sua casa (massaria), che non era distante dalla loro era al di la dell’ara (androne dietro casa), rimasti soli il piccolo roberto e la nonna vicino al focolare seduti con le loro seggiole di paglia un silenzio blasfemo li avvolgeva, il piccolo Roberto guardava la fiamma e nello stuzzicare con il soffietto ci vedeva gli occhi di sua madre dentro come per fargli compagnia e sorvegliarlo anche nella sua sventura, la sera si inabisso si consumò nel silenzio tombale degli occupanti e a notte fonda ancora nessuno era tornato e notizie dal vecchio telefono pubblico taceva, che era l’unico ponte di collegamento in quella realtà.
Per il piccolo Roberto e tutto il caseggiato e il borgo di pischialta in una morsa di gelo e di neve in un aratura tra monti e valli tutta era silenzio di una frustrazione perenne dove le ferite non trovavano pace e riscontro, in un alba tirata a secco in una notte vegliante l’aurora si fece avanti come se tutta era come il giorno prima, con i stessi panorami i stessi uccellini pigolanti e uomini e famiglie del borgo in un loro risveglio metodico e secolare dai camini spippanti di un fumo avvolgente che si alzava in volo e invadeva la valle del sud tra il ciglione e il fossato del fiume Sente.
Il piccolo Roberto nel suo lettino solitario in una camera sospesa di solitudine la notte fu perversa e l’aurora dura e dibattuta per un risveglio sofferto,
per una nuova giornata coraggiosa, il sole tra la neve all’orizzonte colorava di rosso quel manto rosso e rigido di ghiaccio e penetrava tra le finestre del caseggiato e invadeva le stanze silenziose mentre il fuoco scoppiettava e aleggiava nel camino di pietra mentre la nonna silenziosa si muoveva tra i mille lavori di sempre, anche il fratellino rumoreggiava dalla culla dal piede lavorato in arancione, la tramontana fischiava dall’esterno impaziente tra i vetri, e solo quando il giorno si stagionò videro i famigliari muti ritornare, tra i berretti e i cappotti innevati.
Il piccolo Roberto li pietrificato in quella seggiola minuta di foglie di canna dai suoi occhi speranzosi e tremanti e stretto tra i mille battiti e la morsa in gola attendeva notizie e speranze di una madre lontano da se, ma il nonno il padre e lo zio infreddoliti presero posto in seggiole di paglia e silenti si sedettero solo dopo lunghe riflessioni tra il calore avvolgente del camino iniziarono a dialogare con parole dimezzate e dibattute e quasi singhiozzate, quelle parole quelle sillabe di sassi rotolanti in quell’anima segnata nulla di nuovo comunicarono, la stanza fu tabernacolo di ardore di uomini persi e di famiglia mancata.
Il piccolo Roberto con le sue membra di ragazzino e i suoi combattimenti interni, pensava quando doveva durare quella lontananza?
Ma gli uomini tra loro e la nonna si dilungavano a descrivere quel viaggio di fuoco e ghiaccio del giorno prima, solo il nonno dagli occhi arrossati e con voce discontinua gli disse che la cosa era lunga e che nei prossimi giorni nella speranza di un tempo più mite tutti partivano e la potevano andare a trovare in quell’ospedale gentile per la mamma.

 

 

ERO LI A PISCHIALTA DI COSTE,
A IMPATTASSARMI DI GROVIGLI DI MEMORIA

 

Mi amalgamai di odori e sapori che in un giorno passato chiamavo sudore
e oggi li seduto su quel ciglione di sempre
a ridosso di quella rupe accidentata
mi faccio dolcemente attraversare e saziare da quel silenzio e quel rumore lontano di sente e il fruscio di foglie di un leggero alito di vento, che scivola dolcemente la mia pelle rugosa del tempo. 
Il mio sguardo è rarefatto ma pungente e incisivo nel percorrere le giravolte che nello strapiombo avvolgono il crinale di raso a tramontana, si sperde in una sinistra di vuoto rumoreggia in un vallone di vita che corrode le coste e scivola via giù a valle in quel Sente del Trigno che gonfia i mari, che già i sanniti risalivano, a destra in quella cava che un tempo gli umani sudavano e noi bambini ci saziavamo di amori ed erotismi infantili. Rivivo emozioni e frastuoni rimbombanti in me di voci e immagini passate, da lontano si erge e mi guarda il mostro laterizio che ormai è un ammasso di pietra che deturpa la mia valle di vento e di neve, in quella terra dimenticata.
Non so e non voglio sapere cosa farò domani, ma il mio busto andato e silenzioso in quell’equilibrio di foglie e di erbe verdeggianti circostanti mi fanno essere felice tra loro, qualche pensiero lontano mi deturpa e mi amareggia di sogni e utopie passate di gioventù e di lotte di gente deludente che hanno deluso e infangato i miei sogni. Oggi sono vivo, libero di sognare, svincolato da bandiere e schieramenti, in autonomia e al di sopra e al di fuori posso tracciare un equilibrio di pensiero mio.
In questa terra soave un tempo stretta e astrofobica di una voglia e di un valore di sete e di fame, di un sapere tra gli ingorghi astrali di città sconosciute e di professioni assetati di materie volanti, anni di dolori e spade interne che si impantanavano in ferite dolorose di barriere di non poter più abbracciare la mia terra. Oggi urlo e riurlo tra la vegetazione selvaggia e il mio alito fumante tra i pigmenti fitoclorofiliani mi restituiscono linfa per sentirmi vivo e ritracciare un nuovo percorso per la sola ragione di essere vivo e libero di volare tra i sogni.
In questa mia vita di culture ed esperienze mezze secolari, costate ferite e dolori, vedo l’alone che mi avvolge l’odore losco di una decadenza di una terra abbandonata ed emarginata e calpestata da gruppi di “cruni” arsi assaporano e si chiudono in gruppi di affari privati orgogliosi ed impenetrabili, gli stessi che ne soffriranno soprattutto e maggiormente gli effetti, in un mondo d’incolti e d’incuranti. Mi persuado e mi convinco che un giorno queste pietre e queste rupe gelide si ribellano, come sempre nella storia avviene, e spero vivamente che anche nella storia schiavese questo riavvenga.
Certo a mio malincuore i sensi della storia quasi sempre si riavverranno ma i protagonisti cambiano, e anche il mio assenso sarà assente per ovvie ragioni di vita naturale.

 

silvano
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IN QUESTO SQUARCIO DI RICORDI

In quella fessura di un lembo accidentato di una terra assolata in un boato rimbombante di un uomo che grida libertà dai suoi occhi luminosi e longevi, era quella voce desertica che aleggiava ondeggiava tra i viali di terra battuta e tra il grano a spighe venere e si disperdevano tra i valloni che lo assaporavano di suo. E noi con sguardi persi bambino tra i cenci e i cappelli al vento ci abbeveravamo di nuovo e di vento, era alto inarrivabile quel sapere libero di un uomo vezzo in terra sbagliata, di vocaboli incompresi di un sole di vino.
Di uomini spersi di sudori dell’aria che brucia su una pelle consumata in un rumore di falce che taglia i gambi di grano, voci di canto si sperdono nei campi affollati di lavorii di un sole cocente che penetra e arroventa di falci tra i grilli che gracchiano e io bambino subissato di domande di quell'aria pesante e di fatica, nello sguardo muto di un nonno che sfalcia tra l’anta di grano e il pozzo di frigo di bevande fresche, i panorami irradiati verde in collina che tace lo strillo un battito in altura per aizzare occhi e orecchie per riunioni impreviste di festa o di guaio.
Il sole scendeva lento dietro il monte sulle teste impagliettate di paglia per dare l’ultimo raggio di bruciore e di lacrime agli uomini di fatica, e con se un nonno rastrellava gli attrezzi sellando un cavallo nelle frescure circostanti e ponendo i più piccoli in groppa e tutta la famiglia per incamminarsi su nel picco di rupe sin alla prima quercia che orgogliosa ci rigenerava di fresco e nell’ultima sosta si incamminava nei selciati di traverso e d’impennata fino ai muri di stretto in un caseggiato vociante e di animali nel rientro all’ovile, e anche il nonno con il suo cavallo fece capolino nella fontanella antistante per l’ultimo abbeveraggio rigenerante di un cavallo soffrente e poi dritto nella ruca selciata a barriere di rosmarino incatenata per scaricare gli ultimi attrezzi per il ricovero in stalla nel suo posto beato e protetto di sbarre.
E noi bambini urlanti e correnti a nord e a sud dei selciati di una pischialta rumorosa e fumante di odori e sapori che le cene pronte sui tavoli bassi di legno regnavano, noi avvezzi di cenci festanti per l’ultimo grido tra gli amici prima di un ritiro per i compiti di scuola per prepararsi dopo il riposo a un nuovo giorno di aurora e di fresco inforcandosi i calzoni dopo l’ultimo grido delle nonne e delle mamme in uno zaino pesante tra le spalle piccine trascinandosi fin su all’apice del colle dove regnava le casupole d’istruzioni di maestre che a stento o di fortuna arrivavano, il passaggio e lo scivolo di giorni uguali in una catacomba di chiuso di un mondo dimenticato.

 

RITORNO NELLA MIA TERRA

sai quella mattina, dopo tanti anni, li tra i rovi e cespugli, mi vestivo di un verde solitario che nessuno mi vedeva, il silenzio si faceva vivo e tagliente, per me, e per il mio essere di nuvole li atterrato come un airone ero sazio, ma quella società decantata e sognata da tanti e trafficata di voci e strilli muli asini e esseri sudati passati, era come se mi avvolgesse e mi sballottasse giù nel dirupo li a pochi passi della ripa pendete di “pischialta”, ero impastato di odori e sapori passati, ma il mio addentrarmi nella vegetazione fitta e inesplorata di una solitudine pungente, non credevo non sentivo più casa mia, in quei campi di sussistenze passata dove io da bambino e adolescente aravo e solcavo con aratro e cavalla, e giocavo più in la tra i sentieri battuti tra la boscaglia e le ginestre fino al sopra all’apice di “ciaramaccia”, con i miei coetanei a giocare al dottore che tanto ci saziava.
Ero li pietrificato di un trentennio in più, desolato e deluso fino a non sentirla più mia quella terra, mi fermai e l’orizzonte era bloccato da barriere di vegetazioni immense e insormontabili, e mi guardai quasi allo specchio con l’aspetto invecchiato di capelli persi e imbiancati ma la mente sovrapponeva immagini passate di volti e sorrisi, li straziati a mangiare le “sagne” e a bere vino frizzante fresco con sorrisi smaglianti, ma rinvenni in me e ad un angolo mi osservava dei cuccioli nuovi in apparenza imponenti e mastodontici ma con una delicatezza di sentimento e d’amore che trapelava e impastava come emblema di quel nuovo mondo di quella faccia ripulita e rivestita di un'altra natura incontaminata e vergine.
Ma ero li a scardinare passi e a inclinare sguardi pungenti di odori e sensazioni che il mio cuore sobbalzava di battiti e più andavo avanti e più i battiti aumentavano, al punto di snaturarmi e di sognare avventure di territori boreali o di corsi d’acqua oceaniche e non un semplice tratturo battuto per anni a “pischialta” nel cuore sconfinato di un Abruzzo di confine dimenticato.

Silvano fantilli
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 POESIA DEL GIORNO

 

 

PISCHIALTA VIVE TRA NOI

 

 

in una pischialta tra i sogni
e un viaggio tra le nuvole
ci sono a battere presenza,
scendo,
mi infilo
squarcio
con piedi leggeri 
nella mia terra silente e beata...

 

tra la boscaglia di pioppi e di olmi
si snoda a serpente tra le curve scoscese
una fine strada silente
e hai bordi vigneti e uliveti piagenti
alberi sfruttati da un tempo che tace…

mi guardano e mi chiedono pietà
gli stessi che da piccolo
appiccavo altalene
e inchiodavo ricordi e sogni…

e tutto intorno si trovavo muretti
in pietra secca scalfita
e infrattati da canne
fra i nostri orti di fiori…

oggi vedo sento il deserto
tra i stessi muri rigidi
che dividono il nostro mondo
dal mondo dei nostri stessi padri…

e i tunnel di memoria
che ci imprigionano,
e il nostro divenire di vita
tracciate tra le schegge di fortuna
che ci fanno schiavi
per servire i nuovi invisibili padroni
nati sotto un’altre stella…

la voglia di rinascere
di rivivere
tra i ceppi e i dirupi di memoria
e in altura tra le pietre
mi fanno sentire libero...

mi aggrappo alla mia stella,
per scrutava l’orizzonte
di memoria che tremano di ricordi
come una foglia di vite
tra i venti gelidi
nel mezzo di una tempesta…

non vedevo l’ora 
di risognarmi bambino
per rivivere trai campi
di grano
e vigneti acuti...

e correre tra i vicoli 
battuti dai selciati
e dai bordi di basilico e lavanda
e i vecchietti curvi nei tavoli di pietra
versavano vino rosso
e frittata nella pizza calda dei forni fumanti…

io
in quel mio passato bambino,
che saltello di gioia
tra cuori e sentimenti
di un grumo di case contigue
come anello di fede
per un matrimonio di fratellanza
unica...

silvano
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IN QUELLA CITTÀ
DI VUOTO E CATENE

 

città solitaria 
e sdraiata sul fiume,
in quella prigione effimera
senza pietà e considerazione
ornata solo da muretti e barriere
fra gli orti di verde...

 

vedevo sentivo non filtrare parole
un muro di cocci 
a dividere e schierare
il mondo dal mondo…

un tunnel buio asfittico
per far passare scarni bagliori di luce,
schiavi di sudore
a servire i balordi…

e noi figli di questa stella di mare
mi infossai nel niente, 
per la troppa voglia 
di reagire e rinascere 
in quel bordello di vili...

Saltai giù dalle vette carnose
In quella mia stella di mare,
scrutavo e mi avvitavo 
In quell’orizzonte 
di vita furtiva…

In quella foglia 
di mezza stagione
nella tempesta epocale,
non vedevo l’ustri degli avvinazzati 
di rimpastarmi con la mia gente
dei monti di pietra
nei capi d’avena...

mi inerpicavo e Correvo
per i vicoli travagliati
di un passato tetro,
e saltellavo in una gioia profonda
nel prato verde di rugiada...

poetavo silente e attento
in rime che non disturbavano
a chi dorme tra i sogni dei canneti…

occhi bui 
e ventri celesti
a proteggere il cielo di mare
in tempesta...

il nemico mi vieta 
e mi danza sulla corteccia dannata
per le vie imbrillantate
di finestre…

silvano
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LA ROTONDA

 

In quei Spazi in altura lussureggianti
Di verde e di cuore
silente la natura che tace
con il suo smalto…

In un cono 
la stradina lampionata
in circolo costringe
in penombra mano nella mano
gli occhi emozionati si sperdono
in orizzonte di pace e d’amore…

lo smeraldo dei ricordi
si e fatto tetro e profondo
il campanile in argento
sventola fiero
in campane a festa…

e noi qui in questa rotonda
in una scalinata d’amore
sento respirare i ricordi
avvezzi di un passato che affiora…

Occhieggia la mia anima
Tra i pini bassi maestosi
con foglie acutizzati
ancor più verdi…

E rami in rima
Si espandono ad arte
che m'ispiri ancora 
un futuro tra i sogni…

il cammino si fa raro e lento
i miei occhi non focalizzano
la fantasia
penetra a spada
in un’anima orgogliosa…

SILVANO 
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PISCHIALTA TRA LE VENE D’ESISTEZA

 

in questo luogo da sogno
scoscese tra i sassi
dalle viuzze alberato di pioppi
tra il monte pizzuto
e il fiume sente
in fondo alla valle di fiori
noi abbiamo la casa
in cui nasce la vita…

sembra di tutti
per uno sguardo rapito 
dal monte
e da un calpestio tra i selci 
distratto
ma nel mio cuore ti ingabbio, 
come un fortino di vita,
in un’espressione di mondo...

È in questi luoghi di prati e di roccia
in cui sono cresciuto tra i cenci
e trascinato tra i rovi,
e primule di memoria 
a gattoni tra i viottoli amici…

sono dovuto partire
con il sangue nelle vene
impazzite,
con le mani tra i venti
in una volontà ardita
tra i fiordi…

tra le curve di legno
per caso mi sono girato,
tra i visi sfuggenti
e lo sguardo chino tra le lacrime…

ho toccato e represso la gioia
di un corpo impigliato tra le mani
che sgusciava
e si faceva vivo
tra i sentimenti antichi…

un sussulto aguzzo,
di una nuova consapevolezza,
mi ha lasciato un segno di terra
o una ferita benedetta tra i denti,
una traccia una sostanza
che resta indelebile
e di cui sono grato...

in una pischialta silente
tra i monti a picchi
e i crinali soavi
che mi rendono dolce amaro 
tra i dirupi,
e i sapori
e odori di vita
mi sento per sempre sazio 
avvolto
fino all'abisso del mondo…

silvano

 

 

 

 

 

 

MI SENTO ANCORA MALE DI TE

 

 

 

Non ho più occhi

 

per guardare

 

Nel sacrario di morte

 

Dove tu gemevi,

 

Ogni angolo porta le tue

 

Pinne…

 

 

 

Sento ancora il tuo odore

 

I tuoi occhi di cristallo

 

Sono sciabole quotidiane,

 

Il mio cuore piatto

 

Non sente ragione

 

Le insonnie le dedico a te…

 

 

 

Vorrei volare tra tenebre

 

Per poterti abbracciare

 

Un istante

 

Si

 

Un solo istante

 

Per baciarti

 

Accarezzarti

 

E chiederti scusa

 

E dirti che adesso

 

 sei libera di volare…

 

 

 

In queste boscaglie bambino

 

Sento ancora

 

I tuoi ultimi gemiti di resa

 

Però sento l’aria

 

Calma riposante

 

Il tuo fiato

 

Irresistibili…

 

 

 

Guardo ancora con i pochi occhi rimasti

 

Giù nell’oliveto

 

E tu che scodinzoli tra le palme

 

E segui passo

 

dopo passo le mie orme,

 

Non sono quieto

 

Mi sento masochista

 

Di un divenire di follia…

 

 

 

 

 

 

ADDIO AMORE MIO DAL PELO BIANCO

 in questo lembo

 

dove la serenità la cantano gli uccelli

 

il buio a le vesti bianchi

 

il un cuore spezzato e sanguinante

 

se ne va tra i tuoi peli BIANCHI

 

ti sento ancora viva

 

dentro le mie vene…

 

 

 

in una colpa

 

che si mastica e si impasta

 

in un dolore

 

in mille cicatrici

 

di un volto sorridente…

 

 

 

dal tuo sguardo vispo attento

 

tra le sbarre

 

traevo la vita

 

e mi seguivano e mi seguono

 

 e mi corrodono dentro…

 

 

 

il tuo divincolarti tra i pericoli fumo

 

ti aggrappavi e mi chiedevi aiuto

 

le mie lacrime erano pietre

 

dentro un pavimento di ghiaccio

 

ma non mi mollavi

 

fino a ultimo sospiro di vita…

 

 

 

caro amore mio

 

dal pelo bianco

 

 e occhi da compagna

 

che mi hai accompagnato

 

per dieci luoghi anni

 

e sostenuto dalla tomba

 

alla vita…

 

 

 

io vacillante

 

tu ferma e perspicace

 

mi perdonerai in una prossima vita

 

dove i nostri cuori si rincontreranno

 

per riabbracciarci tra le nuvole

 

e l’arcobaleno…

 

 

 

cara amica mia

 

amore mio

 

il mio cuore a smesso

 

di battere tra quel giaciglio bianco

 

e quelle zolle

 

sento che mi perdonerei

 

per farti sentire libera

 

con le ali

 

tra le tenebre

 

di una boscaglia amica

 

che ti incornicerà per sempre….

 

 

 

Ciao amore mio

 

Il tuo richiamo tra i crini

 

e il pelo bianchi

 

Sara il mio urlo

 

Per lanciarti l’ultima carezza

 

E l’ultimo bacio…

 

 

 

IN QUELL’AMORE GIALLO GINESTRA

in quelle tarde dita
strimpellavano il mio cuore
in quel rumore acque tra i sassi
nel sottofondo di vino
il tuo viso tra le mie mani
colsi una luce
tra i tuoi occhi
che sguerciavano i miei…

il un maggio ragazzo
tra il grano verdeggiante
cera un fiore
legato alla mia mano
con capelli di seta
che ondeggiavano tra le spighe…

in quella giovinezza
si confondevano i confini
e ci impastavamo
in quel paesaggio
dai rigagnoli tra i pioppi
e i sentieri sperduti 
tra i fiori di ginestra…

era il tuo sorriso 
e i tuoi occhi arrossati
che mi facevano sentire leggerò
tra le nuvole…

sotto quel cielo
dall’azzurro in alto
in una porzione di paradiso
che mi faceva sentire vivo
tra i tuoi capelli
e tuoi baci 
dal sapore amarrandola…

eravamo li
in quella terra sposata
che parlava di noi
i ciuffi ci incorniciavano
tra i dolci venti
e il nostro amore 
che ondeggiava tra i respiri profondi…

SILVANO

 

NON MI INCHINO ALLE TUE IDEE

 

Da un pugno di sassi

Ho trovato il tuo giudizio

Di un selciato vile oscuro

Delle tue catacombe…

 

Da quel ventre ossuto

Ho guardato i tuoi occhi

Che affocavano al di là del mare

Aggrappato in un lembo di terra

In un legno spezzato…

 

In quelle bombe serene

Di proclami nulli

Di mani macchiate di sangue e cemento

Che me le mostri nuove

Rinnovate

Di oro zecchino…

 

Io in questi frammenti d’idee

Mi trovo silente

Non accolgo la tua voce

Ma resto partigiano…

Sono libero

Di osservati al di là delle scarne parole

E dai miseri gesti

Dove racchiudi il tuo malessere

E voi trovare la tua pace d’interessi…

MI OFFUSCHI L’ARIA

 

 

 

Con quei grumi di parole

 

Che tiran via gli affetti

 

Di un alveare cavernoso oscuro

 

Di un rispetto mancato all’origine…

 

 

 

Le ferite d’esistenze

 

Mi asciugano sangue

 

Di un’identità vacillante

 

Di una guerra di sudore e sangue…

 

 

 

Dai miei percorsi

 

Tra i vacilli e i brandelli

 

Di una povertà d’idee

 

Di una scelta ripiegata…

 

 

 

nei miei otto anni

 

tra le spighe

 

e paglia al vento

 

di un odore di grano secco…

 

 

 

un urlo

 

tra la steppa

 

scelsi e mi avvolsi

 

come bandiera…

 

 

 

i miei pantaloncini corti

 

tra le polveri

 

delle stoppie radenti

 

il cuore si fece fiore

 

e sorriso

 

di una libertà aleggiante…

 

 

 

tremo offuscato

 

tra imperizia

 

e qualunquismo

 

di negazione d’esistenza…

 

 

 

caro amico

 

dagli occhi bassi

 

che ti nutri della mia liberta

 

troverai sempre il mio partigiano

 

tra i tuoi fumi spenti…

 

silvano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

REPUBLICA MIA

FAMMI VIVERE ANCORA

 

In questa rotta di polvere

Non trovo più la voce

L’anima e avvinghiata

Stretta

In un patio di patina

Di scivolo e di unto…

 

Sento il vento fermarsi qui

In questa democrazia fermata

Sospesa

Ma il mio urlo trattenuto

In gola…

 

Mi dà i brividi

E le vene zampillano

E mi danno alido

Per alzare ancora il mio solitario

Unico pugno chiuso

Di fiori e ghirlande

Di una bandiera sventolante…

 

Padre mio

Tutore e garante

Portaci via

Da questa sabbia e cemento

Dove i liquidi soldi

Hanno ingabbiato la mente…

 

Repubblica avvezza

Ritrova la voce

In quegli occhiali di latta

Tra carte e poltrone ingessate…

 

Qui giù nella valle degli inferi

tra polvere e sangue

Si muore

Di un cannibalismo mediatico…

 

Sento quel colle

Ancora che si dimena

Dentro di me

Tra anima e cuore…

 

Tu bandiera della mia anima

Alza ancora la tua voce

E fanne nazione…

 

 

 

NON RUBATEMI LA MIA LIBERTA'

 

parole ridondanti
di un aria vizia
di poteri puzzolenti
in una libertà soffocata...

 

nazione stracciata
bandiera piangente
partigiano soffocato
in un labirinto ingiustificato...

di un potere maleducato...

tu che dovresti ammainare la bandiera
guarda con i miei stessi occhi
soffri con il mio stesso cuore...

alza il capo
guidaci nella pace
dacci onore
in questa valle di lacrime e sangue...

SILVA

 

 

I RICORDI DI VINO

in un cuore irrequieto
di rabbia e di brividi
i suoi occhi mi penetravano
e mi consumavano vivo…

sentivo la vita
comporsi e scomporsi
tra le lacrime
di macerie frastagliate
di poesie nette e radenti…

e nel camminare
tra i cunicoli appesi
sentivo una voce
che mi consumava
tra le tenebre…

in quell’oasi di nascita
nasceva un fiore
nei verdi campi
immacolati…

su in cima eretto
il campanile di lode
sorvegliava la valle
del Trigno che solcava silente
tra i rumori dei venti…

vecchie lodi sannitiche
ripercuotono tra i tetti
di un nonno 
che tace tra le mie viscere
di batti rimbombanti
di carne cocente…

SILVANO

 

LA MIA GUERRA PERENNE

 

 

 

dal ciglione del crinale

 

che svirgola vento,

 

le sopracciglia

 

battono in ritirata…

 

 

 

il pantano

 

che sento dentro

 

in un gomitolo di latta torbida

 

che scivolano

 

in una società di riflessi

 

le parole rotolano vuote

 

dai letterati di carta…

 

 

 

sento la gola impastata

 

di una carta vetrata avversa

 

dagli antichi forni

 

masticano il fumo amaro

 

di concetti strani smussati

 

per le circostanze…

 

 

 

ma il sangue lento silente

 

di passioni grigie

 

racchiuse nei cassetti dei ricordi

 

di una gioventù partigiana…

 

 

 

i sogni

 

sì sperdono tra concetti

 

apparenti di vite sorpassate

 

la filosofia del domani

 

si ferma in uno zaino

 

di sillabe musicate…

 

 

 

odo ancora i battiti

 

di una guerra antica

 

fatti di lebbi di sangue

 

che mi strappano via

 

di un capitale avverso

 

in ritirata tra i canneti scheggiati

 

dall’individuo distratto…

 

 

 

voglio godere la mia

 

tortuosa storia

 

di illusioni e sogni

 

dove la bandiera

 

galleggia in una libertà infinita…

 

 

 

SILVANO

 

 

 

STUPRO BAMBINO

 

 

 

in quel coma glaciale

 

 di bambina perenne

 

a solo sei anni

 

 violentata

 

abbandonata

 

giacente

 

i bardelli amari

 

 di una veranda sconfinata

 

di una scuola scardinata

 

in quell’India di mare...

 

 

 

 L’uomo vile

 

Di gesti disumani

 

Di pene non commensurate

 

 In uno stupro bambino

 

e ridotta brandelli di pezza

 

in tenera

 

 fin di vita

 

in un arrestato velato…

 

 

 

 Un ragazzo

 

Un verme squagliato

 

Tra i liquami terrestri

 

Di una società silente

 

E da un occidente ottuso…

 

 

 

Il suo confessare

 

 Il suo avvicinare

 

della piccola porpora

 

 offrendole cioccolatini

 

 e caramelle

 

con le mani di sangue...

 

 

 

Poi attirata nei suoi giacigli di fango

 

 In una scuola ruvida

 

 In una violenza

 

Forsennata...

 

 

 

 Il suo Sostenere mi fa ardire

 

Mi fa ribollire

 

Violenze antiche

 

E Impotente

 

 di essere lontano

 

E responsabile

 

Di tale supplizio

 

Di un mare cavernoso…

 

 

 

Nel suo giacere

 

malefico

 

 di giustificazioni vane e vuote

 

di un panico

 

perverso

 

e sotterrato tra i lembi

 

 di terra cocente

 

 che mescola alle sue grida

 

bambine

 

 di un aiuto negato

 

di un essere indegno di vita...

 

 

 

 e non contento di tale meschinità

 

di non essere uomo

 

per renderla silente

 

e farla smettere

 

nel suo orrendo martirio

 

 ha cercato

 

di coprirle la bocca

 

 sbattendogli la testa

 

 contro quel muro di ghiaccio

 

 fino a fargli perdere i sensi…

 

 

 

il carnefice il vile

 

la vergogna di essere uomo

 

 credendo nella sua liquame testa

 

 convito della sua imbecillita umana

 

di averla uccisa,

 

 se n’è andato

 

abbandonando i suoi bardelli

 

in terra morente…

 

silvano

 

 

 

 

 

IN QUELLA BANDIERA MI AVVOLSI

Danzavo 
Sul soffice sonno
Di neve sul ciglione
del costato soave
sfinito tra i tiepidi piedi bambino…

nell’ultima goccia
di un grumo di sangue
in un abbeveraggio perenne,
in una poesia dai versi sanguigni
mi trascinava
una sconsolata musica
ribelle,

i vampiri assetati
in me regnavano
e consumavano
le prima neonate luce 
delle soglie dell’alba corallo,

in quel mare ondeggiavo
a oltranza sudato,
mi deprimevo
in una squallida saggezza
alleviata con amara sudata
allegrezza
di una vita
oltre la morte 
a cuor leggero degnavo…

un tempo 
uno spazio finito
mi illude ancora
nel rinascere nel nulla,
di qui la sua perfezione,
mi dona 
e riprende in sé 
una doppia
tristezza perversa
e mi guardarvi tra le luci...

la nostra opera di vento
a mani pulite
a coscienza sporca…

io riverso giaccio
sul dorso aperto
del torace 
sconosciuto scivoloso
in uno spigoloso,
legno,
lo scafo traballante 
rotto dalla corrente assolata…

mi cresco spontaneo
al ciglio
della strada pendente
in un piantume di fiore
mi ornamento d’immenso…

mi adorna mi addobbo
mi distoglie la voce
lo sguardo faticoso
di ciò che non appare
la ragione troppo confusa
per averne memoria viva…

in un neonato
nascituro sentimento
di una commozione tremante
l’acqua nel cielo 
umiliata
dalla misera terra…

vincente
sollevato
da un alito vento 
di un soffione volante
tra i canneti viventi…

i miei occhi socchiusi
in una stanchezza longeva
toccarono luce
in una mano di sabbia
il mio bacio 
tra i ciuffi d’erba si spersero…

SILVANO

L’ULTIMO GRIDO DI ALEPPO

 

Quando le immagini
si rotolano dentro
e si mischiano
con i fatti 
con le azioni
del momento 
nel sangue e nel sudore
delle ferite fresche…

 

il conflitto
non si racconta
Ma si vive
con le perdite
con i morti
con le lacerazioni
perdendo pezzi di carne
di cuore d’anima
di midollo
di un odore 
di un sapore
famigliare
scritti con l’inchiostro del DNA…

 

L’ultimo fotogramma

Di un ricordo amaro
glaciale
Lo sento dentro che mi corrode
Come una lama affilata…

L’ultima immagine 
stampata nell’anima
nel cuore
la sento scorrere sotto pelle
in un sangue vivo…

di un tramonto estivo
afoso
polveroso...

quella luce
quel sole
calante filtrante
che dipingeva i contorni delle case
delle macerie fumose 
di un insolito scenario lunare…

in quel colore arancio, 
gli stormi sbigottiti
spezzettati
che si alzavano in un volo astrale…

a ogni sparo, 
la mia carne
il mio essere si sfibrava
sì sfarinava a terra
con le stesse esplosione...

La mia auto 
Veloce che sobbalzava
svincolava veloce
sulla strada dissestata,
tra le voragini 
e i crateri…

in quella metamorfosi
di ghiaccio e ricordi
deponevo il mio passato
e deviavo il mio futuro
in quelle bombe
esplodeva e moriva
parte di me...

il mio sguardo lacrimante
cadente
su quel muro
su quel colore
sì voltata e si rigirava
più volte,
in una dolorosa sensazione
d’addio
alla mia città
alla mia terra
e parte di me stessa
forse mai conosciuta…

gli ultimi fotogrammi
di fuoco
lì ho scattato con il sangue
con il DNA
di chi ho lasciato a terra li
che sono parte di me…

e nel mentre i miei compagni
mi osteggiavano
mi sorreggevano 
i pochi brandelli
rimasti di me stessa
in quel viaggio forsennato
tra gli stormi
tra le nuvole fumose
e cadenti
per avvicinarmi alla frontiera
di luce...

Silvano

 

 

 

I RICORDI MI PERCUOTONO

Avanzava a picco 
In quella strada tra gli olmi, 
scalciando e sormontando
lievi colline ondulate di neve
soffice profonda
con i piccoli piedi tremanti
e sulle spalle curve
gravava i ceppi 
e la fascina...

Era un uomo bambino
Giovane e disgustato
Dai tremori del tempo
Di una vita esile...

Si chiamava
Piter pischialta abitava
tra i selciati 
di spiazzi ardui e severi…

in quelle strada retinate
e mulattiere,
dove uomini avviliti sudano
e sul ciglione
del pioppo si rifocillano
la vita amara...

Aveva freddo,
in quell’ aratura di ghiaccio
le sue scarpe improvvisate
sfondate dal tempo...

Quella mattina
Di aurore perse
le aveva
rattoppate tra i cenci
e pezzi di cartone di fortuna...

il fuoco ardeva lento
e traballante tra i tizzoni
il paiolo evaporava
di piccole bolle
tra il coperchio traballante…

la tramonta soffiava forte
i vetri tremavano
di un suono metallico
e la bufera ostacolava
gli orizzonti amici…

i tetti in poesia curva
tra i camini sbuffanti
di un isolano 
di merli e pettirossi radenti
di ulivi e querce intristiti
di un gelo che tace…

silvano

IL PUNTO DI VISTA

18. Mar, 2018

DAL TETTO ALL’OVILE DELL’ALTO VASTESE

DAL TETTO ALL’OVILE
DELL’ALTO VASTESE

Mi trovo dopo tanti anni a ritornare nella mia amata terra, per troppo tempo sognata e vissuta tra i tanti sogni di un labirinto frastagliato di natura avversa della mia vita, in altre città non mie.
Ma purtroppo a mio malincuore l’oppio sornione lungo il crinale della mia vita mi fa svegliare e vado a sbattere lungo le pietre gelide e spigolose di una realtà avversa e ottusa che mi rifà sprofondare nel fallimento di tante lotte della mia vita, dando ragione e alido alle mie parti avverse e avversarie, del catacobismo democristiano, vissuta tra questi crinali e rupe amiche.
Più mi adagio e mi ambiento in questa nuova vita tra i muraglioni della mia nascita dove i miei avi hanno vissuto dolcemente tra le dolci aurore e profumate di biancospino rose e fiori di ginestre
E basilico e prezzemoli di sughi odoranti domenicali.
Tra le viuzze e piazze di selciati di passaggi sudati di uomini e cavalli laboriosi tra ombre e soli cocenti e di feste frastornati di vino e dolci e di organetti squillanti.
E mi sveglio sbattuto e dibattuto da tante domande ma soprattutto tante rabbie per le tante faticose lotte fatte sulle mie spalle e di tanti miei compaesani per far progredire questo angolo di mondo e oggi mi trovo in un isolamentismo inesorabile e di un abbandono storico delle istituzioni provinciali e regionali, che trovo inutile e superfluo
Contribuire dibattendosi in tante pieghe di una faticosa vita in un percorso avverso di queste istituzioni.
Mi fa ripiombare ancora una volta in una adolescenza faticosa e avversa degli anni 60/70 dove i fanghi e le polveri erano nostre amiche e compagne.
Ma per approfondire in questo oppio di un sonno perenne d’incredulità verso questo percorso anti storico e sociale, che queste incantate terre non meritano, e mi costa sudore e sangue sganciare bombe e pugnali verso una mia ferita interna, contro me stesso, e la mia esistenza, che si chiama “LA MIA TERRA”.
Ma vedere questo decorso inesorabile da parte delle istituzioni regionali e provinciali, di tutto il nostro comprensorio io non ci riesco a stare zitto e passivo e assistere al nostro supplizio quotidiano verso l’annientamento totale.
E vorrei innanzitutto richiamare tutta la popolazione del comprensorio e invitarla a sollevare la testa e non permettere in nome dello spopolamento delle zone interne e venire nelle nostre incantate zone solo per fare le vedette, le sfilate e i bellissimi reportage, da parte della massima carica della regione, per annacquare e sommergere nell’alone del silenzio tutta la popolazione del comprensorio.
Assistere e solcare il nostro territorio con una rete viaria e di collegamento del nostro territorio, sono cartellate che ogni giorno ogni singolo cittadino riceve, e fa sorgere delle domande il perché i cittadini di questo territorio non hanno diritto di avere una rete stradale e collegamenti degno di questo nome?
E vedere un isolamentismo che vige in tutto il territorio verso tutte le maggiori arterie di zona, strada per Atessa franata, strada per Fraine franata, strada per Torrebruna franata, per Schiavi solo i bulldozer ormai degni a passare, per poi di tutte le altre strade definite percorribili di quale odissea l’individuo di queste zone è costretto a vivere sulla propria pelle, e con tutte le conseguenze che ne consegue per i pullman che collegano tale arterie da centri di vitale importanza per le nostre zone, e per l’economia di tutto il comprensorio, qui a breve tra pini e panorami e pale che girano vedremo aleggiare elicotteri che ci permetteranno di collegarci con i maggiori centri nevralgici per la nostra vita lavorativa e per recarci ai tanto decantati centri di mesosomi sanitari di zona.
Forse mi sorge un dubbio tra le tante menti freddi da scrivanie traballanti di clientele perverse, ci hanno scambiati per zone faunistiche degne di solo attenzione per ripopolamento per gli ungulati e per far scorrazzare cacciatori bracconieri liberamente. In tutte le ore del giorno e soprattutto della notte, e mettendo quotidianamente in pericolo la vita della cittadinanza duri e puri che ci abitano ancora.
Ma in questo percorso di oppio sornione e assente inesorabile, sbattuto in una realtà perversa, che da parte dalle istituzioni regionali e provinciali, c’è l’assenza in una cultura dell’marginalità che si respira e si palpa in maniera sistematica e durevole, che anche da parte delle società di forniture elettriche vedo un abbandono totale in linee accroccate fatiscenti e valvole saltate e mai sostituite e fili penzolanti che il solo punto di appiglio sono i canali dei singoli cittadini che con piccoli temporali o intemperie la sospensione elettrica è di rigore.
Se poi tra questi mondi hai la sfortuna “la colpa” di sentirti male e finire nelle grinfie padronale delle lobby sanitarie di zona di ogni ordine e grado, fuori controllo ricattatorie e arrogante e ignoranti di chi dovrebbe gestire le organizzazioni sanitarie e soprattutto di chi si dovrebbe occupare della salute dei cittadini del comprensorio. Per non parlare di signorotti di commissioni sanitari da amare
Che la parola d’ordine offendere emarginare, pensando il paziente l’utente, di fronte è uno sprovveduto come loro che naviga in un ignoranza irreversibile, ma il cittadino paziente di queste zone loro sono assenti e non connessi per sapere i sacrifici lavorativi e culturali hanno dovuto affrontare e sopportare per arrivare a pagare le tasse e anche i loro stipendi e le loro scrivanie che loro abusivamente usano perché le società liquide e scivolose di clientele gli hanno dato alito per esistere.
Ma la storia individuale del comprensorio è lunga e perversa e si ripete sempre, tutte queste lobby sono le stesse che abbiamo combattuto negli anni 60/70/80 del blocco democristiano, hanno solo cambiato pelle, casacca o facce e referente politico
Io penso senza esagerazione e peccare di arroganza retorica siamo risprofondati in una sanità e del corpo medico nei profondi albori e antitesi della salute del cittadino, con i don Ciccio, don Peppe, che arrogantemente trattano il paziente come numero e lo guardano dall’alto in basso senza lontanamente pensare chi hanno di fronte e che la loro funzione la loro ragione d’esistere, che ancora esistono gente prodicosa dura e pura che resistono nell’abitare nei loro territori e compressori.
A qualcuno del corpo medico ho domandato se la sanità abruzzese fa dei corsi accelerati di arroganza e ignoranza?
Il soggetto tace arrossendosi negli occhi.
Riaprendo vecchie diaspro tra lotte antiche tra cittadini tra signorotti e cafoni, l’abuso di potere e l’umiliazione e sistematica è penetrata in loro stessi che non possono fare a meno, forse in queste zone e tra queste ottuse menti asfittiche non si annidano e non trovano ancora residenze il tribunale dei diritti del malato che sono sicuro farebbe i soldi con la pala, per i continui abusi e angherie che il cittadino di queste zone sono costretto a vivere.
Nel concludere a malincuore le ferite che mi sanguinano dentro sulla mia amata terra, posso tranquillamente affermare, che in queste zone, nel nostro comprensorio, sicuramente una cosa è cambiata e si è ribaltata, una volta i singoli comuni del comprensorio più povero del cittadino che le abitava faceva la lotta per far diventare le singole strade provinciali o statali cosi se le scaricava dal bilancio comunale e venivano curate meglio, adesso succede il contrario le uniche strade sistemate e percorribili sono quelle comunali e non dimenticandoci delle risorse comunali e dei sforzi che sono costretti a sopportare sia collettivamente che individualmente i sindaci nei mesi invernali.

SILVANO FANTILLI


CARO BERLINGUER.
LA MIA FERITA ANCORA SAGUINA

In quel sentore
Del battito saliente
Di un uomo
Tace tra i singhiozzi
A stendo e malincuore ci saluta…

Anni tra sterpaglie
Di fumi confusi
Di chi non sa agire
Ho sofferto e soffocato
Per comprendere le motivazioni
E le ragioni di quel lutto...

Sostengo
E contrappongo
di avere tante difficoltà
ad afferrarlo e viverlo appieno
quel trauma quello smarrimento
di quel non sapere più agire…

afferrai assai bene,
quel ferplei,
di quella portata storica
di quel pensiero storico
e politico
e le implicazioni emotive
di quello che accadde
in quei istanti di fuoco...

il movimento,
il mio essere
motivato a discendere
in quella questione morale …

senza farsi coinvolgere
e schiacciare
dall’ultimo sguardo piangente
rivolto all’indietro di chi tace...

la storia
la sinistra
la mia motivazione
di quel periodo reazionario,
di un gruppo fumoso e violento…

scorreva fresco sotto pelle
di una volontà di non farsi coinvolgere
e non lasciarsi andare
tra i tanti coinvolgimenti emotivi…

Per tanti anni
E ancora oggi
Resta l’amaro
Di quel cuore Pci
Continua a battere e a emozionarsi
E Scendono lacrime di sasso
Anche involontarie
In quel nome
Berlinguer…

Ad essere bambino
uomo
di quell’ossatura di ciò che si è
resta nelle vene
nel modo di essere uomo
di una sinistra italiana
ormai volata via…

la svolta
combattuta dibattuta
tra gli ultimi battiti
di una sinistra che va
e di compagni intorbiditi
di una pelle camuffata dai contrari
la motivazione fu profonda
e lacerante
ma già coscienti di essere altro…

i combattuti diventarono noi
si voleva gettare altre basi
con retoriche e filosofie astratte
per cambiare la storia futura
della sinistra…

Forse l’intenzione la presunzione
e di molti “svoltisti”
di essere cosmopolitici
e anticipatori di ciò che non era
e non riconoscere di ciò che si era
e le conseguenze di un risultato storico culturale...

e oggi il pensiero l’agire
di chi tace sdraiato
deluso e offuscato
di chi non trova orizzonte
percorribile
e si avventa nell’anarchismo libertario…

Silvano

LA MIA POESIA

La mia poesia

La mia poesia vuole essere un fermo immagine,

 una forma espressiva, libera, libertaria

patologica per un animo irrequieto

un modo per opporsi e imporsi, su problemi culturali filosofici, politici e storici, accarezzando dolcemente i soggetti circostanti oppure dare delle pugnalate

Come stimoli di reazione e opposizione di verità nascoste e diverse, in un’analisi dei contrapposti, verso una società liquida e piatta,

il tutto basandosi e dando voce libera e autonoma ogni singolo vocabolo

come forma volubile e spigolosa

di una verità diversa e non conforme alle convezioni date dalla società consumistica.

Cordiali saluti

silvano fantilli