LA MIA TERRA VOL.III

 

Fantilli silvano nasce il 26.01.1966, presso l’ospedale di Agnone (is) dopo un travagliato e tortuoso viaggio accompagnato persino dai carabinieri del posto (schiavi di Abruzzo ch)dove i genitori e tutta la famiglia risiedeva.

già dai preamboli ha tutta l’aria di una sciagura e non di una nascita che dovrebbe essere portatore di allegria e di sorrisi. Passa l’età della pubertà a schiavi di Abruzzo valli ch e a Roma, a un certo punto i genitori decidono di stabilirsi definitivamente a Roma per motivi di lavoro del padre, ma questa parentesi dura poco e sono costretti al rientro a schiavi per una grave malattia della madre, passa l’età adolescenziale a schiavi (valli) conseguendo le scuole medie del posto poi prosegui gli studi tecnici trasferendosi in un vicino centro in riviera sempre in pv. Ch scerni, passa i primi anni in convitto per la difficoltà di collegamenti e per le condizioni atmosferiche che la montagna possiede, li a breve si trasferisce in una casa in affitto sempre nello stesso centro per permettersi una vita più tranquilla e serena senza spirito di caserma che regnava in quel convitto, li a breve si trasferisce in un altro centro molto più grande che offriva molto di più Vasto che diventa la sua città adottiva e la porterà sempre con se sin all’età adulta, e qui inizia la lunga convivenza e rapporti con il fratello, continuò gli studi nella vicina università Gabriele d’annunzio di Pescara facoltà di architettura e diventò arch. designer d’interni, ben presto si trasferii a Pescara , sin dalla tenere età divenne comunista contribuendo prima nelle lotte schiavesi e poi abruzzese scolastiche e universitarie, ben presto entro nella fgci abruzzese e poi nelle file del PCI , rimane tutt’oggi coerente con le sue scelte giovanili, molto critico verso l’attuale sinistra italiana sia centro sinistra che la sinistra radicale, attualmente non milita in nessun partito politico

 

ben presto si trasferii a Pescara, per intraprendere il lavoro di interior designer e agente di commercio sett. arredamenti., per poi trasferirsi a Roma che passerà l’intera vita come arch. designer d’interni e imprenditoriale per interromperla per problemi di salute in particolar modo per retinopatia proliferante per poi dedicarsi alla scrittura e immergersi in un percorso di introversione esistenziale.

 

 

 

 

FANTILLI SILVANO

PREFAZIONE


“Dedicata alla mia esistenza “

 

 

 

In questa valle cosi estesa cosi rupa cosi gelida aspra e cosi calda e verde, questa valle cosi da me amata, si trova precisamente nel cuore dell'Abruzzo nella provincia di Chieti , Schiavi d'Abruzzo, e il paese più alto della provincia di CH, e situato sopra una montagna di 1162 m sul livello del mare, si estende su un territorio immenso che situa come estensione al secondo posto della provincia di Chieti, e si estende e si fa avvolgere prima dal fiume sente e poi dal fiume Trigno.
Le sue frazioni si inerpicano lungo le pendici tutto intorno, la mia frazione e situata più a nord di tutte le altre, per rendere più idea al lettore e situata nei confini tra Schiavi e Castiglione M.M, e si chiama VALLI.
In questa valle, che la mia vita ha preso forma e progetto e indirizzo nel lontano 1966, in cui la società contadina viveva la sua forma più espressiva, la mia adolescenza si trovava nel bel mezzo della società fatta di sacrifici, fisici-economici, i lavori agricoli svolti, non erano altro che sacrifici fisici e quasi di “sangue”
Però nel mio ricordo di bambino, li ricordo volentieri, anche se ricordo benissimo il sacrificio che costava, erano gli anni che la mia famiglia come tante altre, vivevano di agricoltura o con qualche pensione di anzianità. Ma il mio ricordo più forte, che fa quasi dimenticare tutto il resto, la convivenza quotidiana con un grande personaggio ,che approfondiremo più avanti e mio nonno (PALMERINO).
Il punto fermo della mia esistenza, il simbolo della mia vita, e la perdita e stata una cosa incolmabile, anche oggi all'età di 52 anni.
La mia valle artefice, di illusioni e di realtà avvolte perverse, affatto si che proprio quel territorio cosi accidentale cosi gelido così poco produttivo, pare che tutti ce l'avevano con noi.
La mia famiglia, uguale a tante altre, con le stesse risorse economiche sociali con la sfortuna di attraversare, una grave malattia che accompagnato tutta la mia esistenza, con non precise connotazione da parte di tutti i medici contattati.
Ma nonostante ciò, mio nonno, un grande uomo di mondo e di esperienza e di giudizio a portato noi ragazzi (io e mio fratello) a istruzioni che tutte le altre famiglie sognavano.
“Io e mio nonno siamo esistenti ,
mi tiene per mano 
mi da consigli, si trattiene con me 
la sera a darmi consigli
siamo ancora oggi insieme
e l'altra parte di me 
che mi accompagna sempre”:
Peccato che nella realtà non lo posso far partecipare alle mie gioie o ai mie successi terreni. Tutto questo ha fatto di me “LISADATTATO”; non ho potuto mai divertirmi ,senza pensare al mio problema famigliare, stavo a parlare con gli amici e pensavo sempre a quello, stavo in giro e pensavo quello, mi sono iscritto alle superiori ancor peggio mi isolavo mi appartavo per pensare sempre e solo a quello, e se qualcuno si avvicinava, pare che invadeva la mia area privata e intima.
Tutta la mia esistenza, è stata accompagnata da questo dramma, e molto spesso mi mettevo a pensare e mi chiedevo perché proprio a me ?
Ma tutto questo, mi e servito a maturare fuori dalle regole di tutti gli adolescenti, mi sentivo grasso per essere uguale a tutti; mi sentivo grasso per mettermi a origliare insieme a tutti, mi sentivo inadatto a troppe situazioni, fuori posto, il solo problema era dentro di me e nella mia testa, mai libera mai serena ,ma sempre compensata dal mio problema di sempre, anche se la vita va avanti e la nostra visione della vita cambia, ma il problema e sempre quello di sempre.
Il solo impegno politico, pareva aver fatto di me, una persona piena di stimoli, progetti, pieno di voglia di vivere, e perseguire un ideale, per cambiare il mondo, ma dopo un po’ anche quel mondo, che mi circondava non mi bastava più perché troppo reale, e spesso rincorrevano a sbagli.
E così mi sono sprofondato nei miei autori preferiti di cultura politica e filosofica, in cui volevo trovare l'affermazione della mia tesi politica e culturale, in maniera ideale fresca convincente, e non andare a presso a personaggi reali che non potevano darmi altro che delusione.
Per ritornare al discorso del LISADATTATO, continuo nella scuola superiore, nella vita sino ad oggi, non lo so se i problemi successi in tenera età non si cancellano più o sono io, che non ho voluto scollarmeli. Per dare una ragione di vita, al mio modo un po’ riflessivo, appartato, in solitudine con quel modo di vivere con se stesso, oppure se quando una persona si forma in certi ritmi, e per troppo tempo è costretto a inseguirli, è difficile cambiarli.
Ma una cosa mi è fissa dentro il mio cervello di adulto; la sfiducia verso tutti, perché l'essere umano, anche se piccolo, riceve tante cattiverie non riesce a fidarsi più di nessuno, anche se dopo tanto tempo, qualcuno pensa che hai dimenticato. Invece più gli anni passano più il mio cervello rispolvera, il bene e il male dell'esistenza, viene nella mia mente, l'immagine di mio nonno con il cappotto invernale che ci accompagna a scuola a noi ragazzi quando nevicava: con quel cappotto color militare non lo scorderò mai, il mondo in cui penso che questa perfezione la possiamo cogliere e dedicarla agli ulteriori anni di mio nonno.
Mio nonno (Palmerino), chiamato da me e mio fratello “nonno’”. Nel 1981 si ammalò di ictus e questo fu il suo decollo sia personale che emotivo, dopo un po’ che lo subì, si era rimesso per la troppa voglia di accompagnare noi verso il compimento degli studi, e cosi per qualche anno continuò a venire a scuola a domandare l’andamento dei mie studi, forse nessuno lo sapeva e nessuno lo saprà mai, lui già prevedeva che una volta decollato lui nessuno pensava a noi, e se è così, in parte è vero.
Più anni passavano e più il male lo attanagliava e gli levava le forme vitali dell'esistenza, sino a renderlo immobile a letto. Questo fu il periodo più drammatico della mia esistenza il suo essere si degradava e io non potevo fare niente, volevo ribaltare il mondo ma ero inerme.
Vedere il simbolo della mia esistenza, abbattersi, arrendersi, abbandonare questa vita, quasi volevo arrendermi anch’io, quasi volevo morire anch’io, perché pensavo che la vita senza di lui non aveva senso, non aveva futuro.
Una mia amica all’epoca mi scrisse “che la materia si trasforma e cambia solo forma, che si chiude una finestra e si riapre un portone.
Io la ringrazio per il conforto, però per me non è successo. Si è solo chiuso il portone e le finestre e non si è riaperto più nulla. Ha solo creato un grande vuoto che non si colmerà più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STUPRO BAMBINO

in quel coma glaciale
di bambina perenne
a solo sei anni
violentata 
abbandonata
giacente
i bardelli amari
di una veranda sconfinata
di una scuola scardinata
in quell’India di mare...

L’uomo vile
Di gesti disumani
Di pene non commensurate
In uno stupro bambino 
e ridotta brandelli di pezza
in tenera
fin di vita
in un arrestato velato…

Un ragazzo
Un verme squagliato
Tra i liquami terrestri
Di una società silente
E da un occidente ottuso…

Il suo confessare 
Il suo avvicinare
della piccola porpora
offrendole cioccolatini
e caramelle
con le mani di sangue...

Poi attirata nei suoi giacigli di fango
In una scuola ruvida
In una violenza
Forsennata...

Il suo Sostenere mi fa ardire
Mi fa ribollire
Violenze antiche
E Impotente
di essere lontano
E responsabile
Di tale supplizio
Di un mare cavernoso…

Nel suo giacere
malefico
di giustificazioni vane e vuote
di un panico
perverso
e sotterrato tra i lembi
di terra cocente
che mescola alle sue grida
bambine
di un aiuto negato
di un essere indegno di vita...

e non contento di tale meschinità
di non essere uomo
per renderla silente
e farla smettere
nel suo orrendo martirio
ha cercato
di coprirle la bocca
sbattendogli la testa
contro quel muro di ghiaccio
fino a fargli perdere i sensi…

il carnefice il vile
la vergogna di essere uomo
credendo nella sua liquame testa
convito della sua imbecillita umana
di averla uccisa,
se n’è andato
abbandonando i suoi bardelli
in terra morente…

 

LA MIA GUERRA PERENNE

dal ciglione del crinale 
che svirgola vento,
le sopracciglia
battono in ritirata…

il pantano
che sento dentro
in un gomitolo di latta torbida
che scivolano
in una società di riflessi
le parole rotolano vuote
dai letterati di carta…

sento la gola impastata
di una carta vetrata avversa
dagli antichi forni
masticano il fumo amaro
di concetti strani smussati 
per le circostanze…

ma il sangue lento silente
di passioni grigie
racchiuse nei cassetti dei ricordi
di una gioventù partigiana…

i sogni
sì sperdono tra concetti
apparenti di vite sorpassate
la filosofia del domani 
si ferma in uno zaino 
di sillabe musicate…

odo ancora i battiti
di una guerra antica
fatti di lebbi di sangue
che mi strappano via
di un capitale avverso
in ritirata tra i canneti scheggiati
dall’individuo distratto…

voglio godere la mia 
tortuosa storia
di illusioni e sogni 
dove la bandiera
galleggia in una libertà infinita…

SILVANO

 

 

PAROLE E SGUARDI CHE STRIDONO DENTRO

 

Quante parole 
si rotolano dentro
In un vulcano 
Di un alveare
Di sillabe planetarie…

 

Parole tremanti 
sbagliate, 
parole per non dire nulla,
parole sconnesse…

parole troppo affilate
che si fanno
strada
forma
e lama
fino al cuore irrequieto…

parole in estasi ubriache
che diventano troppo spesso vomito,
parole altisonanti e urlate,
parole emarginate 
nel cuore pietrificato
di una distesa di acquavite…

alzo lo sguardo,
la testa è pesante di nozioni, 
fuori in una natura blasfema
con i suoi coriandoli
di pioppi di zanzare...

Sono leggeri,
ondeggiano, 
nell’aria profumata,
ti salutano, 
fanno trasudare
e piangere i vetri...

silvia ancora
dorme tranquilla nel mio cuore
di sempre,
prima d’uscire dai miei sogni cullati
le do un bacetto,
uno specchio di sorriso
le sfiora le labbra
carnose e fantasiose...

Cammino
Lento pacato
tra le vie strette del selciato
tra i basilichi antichi
del centro borgata…

Per il borgo
sono una sagoma antica
senza nome riconoscibile,
con i miei pensieri di sempre...

Scavalco un ciglione amico,
mi sdraio,
oltre scorgo il muso
del mio cane bianco,
serpeggia tra l’erba delicata
il vento 
profumo di pane...

Passeggio sotto sotto le querce...

I loro bracci possenti
hanno fatto tela
in un’ombra scura
a uomini fraterni
di cuore
che non ci sono più…

da secolo in secolo,
di guerra in guerra,
sono qui come vessillo
senza dire 
cosa è giusto 
e cosa no
per l’essere umano…

regalano orgogliosamente
aria e ombra,
s’accontentano passivamente
silenti 
di essere querce secolari...

Mi siedo sul punto più in alto
Sul crinale di vento
sotto la caligine 
mi raccolgo
a meditare sul passato,
sul futuro,
voglio solo pensare…


Una ragazza corre disinvolta,
a capelli di seta al vento
è bella,
sudata,
è avvolta nel suo mondo
misterioso...

Mi lancia mi trafigge
Con uno sguardo di fuoco
Sono velati
Da un segno di malinconia…

Ma fugace e imbarazzata
nel ritmo frenetico
in un respiro affaticato,
quasi urlato,
che mi trafigge e mi prude dentro…

quasi in un aiuto silente
nel suo sguardo perso
tra il mio pulsare frenetico
il grido dei suoi occhi lo sento
ancora dentro
come lama tagliente
che asporta carne viva…

silvano

 

IN UN PUGNO D’ADDIO

In un giorno di vendo
soffio i petali delle margherite
e i soffioni galleggiano lontano
nell’aratura silente
in un momento
in un attimo
gli esseri speciali…

ti si staccano
abbassano le palpebre
il cuore si ferma
e dalle mani ti stringono,
per un ultimo saluto…

come in un’altalena di vento,
quando li spingi
in vagoni di anni
per un pezzo
e poi li lasci andare
e parte di te con loro...

Mentre salgono
Come in una nuvola di sogni
Come comete
più in alto
irraggiungibile
per te…

non puoi fare altro
che rassegnarti
e aspettare,
e sperare che si reggano
saldi alle tue corde
di sogni...

l’oscillazione te la senti dentro
I tuoi battiti quotidiani
Te li restituisce,
in odori sapori
in forme diversi
del tuo vivere tra le nuvole...

SILVANO

 

STUPRATA A SOLO 15 ANNI

Adriana
E piccola inesperta
Un angelo tra i veli di porpora
non volevo andare,
qualcosa, qualcuno
le parlava nell’anima
nelle viscere…

poi guardando la calura
l’orizzonte affollato
fissando uno di loro
e si incamminò…

nello scatto sanguigno
animale di un tronco beffardo
dei fiordi vomitevoli 
sì è girato
nelle sue spalle carnose
e ha fatto tutto di me 
soprattutto quello
quello che non volevo
che lui facesse…

adriana
trema, inghiotte
la saliva e come carta vetrata
Ha paura adesso, 
lì ha rivisti
riconosciuti baldanzosi
come dei porcili umani
che inghiottono vomito
e nutrono normalità…

adriana
muore a pezzi
nel quotidiano di morte
non lo vuole raccontare
a nessuno,
se lo grucciola se lo trastulla
in un’anima persa
e i batti frenetici
piange tutti i pomeriggi,
non sa che fare...

adriana
Singhiozza
In quel telefono di fuoco tremante
Parla si interrompe
Si dimezza…

io
Sento una voce
Un cuore...

che mi penetra dentro
come una lama tagliente
che penetra nella carne viva…

mi racconta a pezzi
perdo la ragione
ma nelle sue sillabe spezzetta
ritrovo un barlume di lucidità…

mi fermo
le dico calmati
ma la sentivo soffrire
tra i fili 
perché era stata
sfregiata umiliata
nell’anima, nel corpo 
da un branco
di ragazzi…

adriana
non desta, non si arrende
nei cavernosi labirinti 
delle gabbie sociali
con il suo coraggio,
finalmente li accusa di stupro…

più volte titubante
e prigioniera del dolore
di nasconderlo
dentro il suo cuore lacerato
quel segreto di fuoco...

Ma poi si è ripresa
A ripreso lucidità
E consapevolezza di sé
In un parlare lacerante
Umiliante
In un rivivere
In uno spolpare il dolore 
Doppio triplo
In occhi giudicanti e avversi…

Ma e pur sempre vita
dignitosa…

SILVANO

 

VIOLENZE INFANTILI DOMESTICHE

Piter
L’invisibile amaro
Dei tuguri domestici…

Non ho più occhi
Perché sono gonfi,
non posso vedere
da dove sto strillando...

forse e colpa mia
sono stupido,
cattivo,
mio papà
e così arrabbiato con me!

Voglio essere buono,
voglio essere bello
cosi mia mamma
mi abbraccia 
per una volta nella mia vita...

Non posso sbagliare
non posso parlare
se lo faccio
mi chiudono tra le fosche mura
per tutto il giorno…

Quando mamma
tornerà 
cercherò di essere buono
cosi me la svignerò
e verrò colpito
solo una volta
questa notte…

sento dei rumori
di macchina cigolante
sarà mio papà
sta tornando da quel losco bar
ubriaco…

Le sue bestemmia
Mi entrano dentro
E strillano sudori
sento mio nome invisibile...

Mi strigo al muro,
me lo abbraccio 
cerco di nascondermi
vorrei essere non vedente
per non vedere i sui occhi maligni…

Ho paura adesso,
piango,
e mi blatera parole carnefici,
mi dà colpe 
di problemi lavorativi...

mi colpisce
mi dà calci
dove nessuno può vedere
o sentire…

riesco a scappare
e corro mi accovaccio
verso la porta rugosa,
ma sbatto in una barriera 
già chiusa a chiave,
piango 
e grido dalla paura…

Lui mi prende di peso
e mi tira con forza verso
quel muro di ghiaccio durissimo,
cado a terra,
con le ossa frantumate rotte,
e mio papà 
continua con parole
feroci...

mi sento in colpa
"mi dispiace"
Grido io…

Con lingua lacunosa
E impastata,
troppo tardi…

Il suo viso
Feroce, di peso
è già curvato su di me,
non riesco a vedere
la forma
per le lacrime 
che cadono…

La sofferenza
il dolore,
ancora persiste irrefrenabile...

le grida assente
nel silenzio soffocante
la pietà di me,
di quello che restava 
di fallo smettere…

finalmente smette
e va sicuro verso la porta,
sto senza muovermi,
i pochi brandelli
sdraiati riversi a terra…

Il mio nome è Piter,
ho solo tre anni,
e questa sera il mio papà
mi ha ucciso…

dentro le mie mura
con l’anima riversa
nel cannibalismo paterno…

silvano

 

IL MIO BULLO CANTA ANCORA

Io Paolo
Avevo solo sei anni
Nel martirio di pietra
Mi scavavano l’anima fragile
in quel giorno di settembre...

Mentre mi tradivano
In quel scavarmi dentro
Il vociare di mille scherni
Si facevano sangue gelido
Che mi assaliva dentro…

Tradito dall’amica involontaria...

In quel modo possente
Dove la pelle si fece rugosa

Io 
e i miei compagni
eravamo in mensa,
e lei 
non so per quale motivo
disse che mio padre di mestiere
faceva lo spazzino.

Nel mio ragionare
Non ho mai capito
Perché era tanto brutto
E non dignitoso
nel fare
l’operatore ecologico…

è un modo come tanti altri
di vivere
e mantenere la famiglia...

Peccato 
Che i compagni
Nel corneificare
non la pensassero così…

forse era inaccettabile,
perché erano 
figli di avvocati e dottori...

Da quello scherno
Era lama
Che colava sangue 
in gocce amare
E giorno dopo giorno
mi escludevano sempre più...

Successivamente 
Alzarono
le mani,
mi picchiavano 
mi insultavano…

arrivato 
al punto
in lacrime
di chiedere
a mio papà 
perché
facesse quel lavoro…

Ricordo il tono
Singhiozzante
Che gli imploravo di cambiarlo…

E loro gridavano ancora
di vergognarmi,
e non avvicinarmi a loro,
perché figlio di spazzino
puzzavo,
come mio padre…

ma non mi ribellavo
sopportavo e tacevo
in quella valle dell’incuria
ma sapevo
che un giorno
uscirà il sole anche per me…


ma
ogni sera
abbracciavo
papà 
con tanto amore, 
nient’altro...

Ne gridavo agli insegnanti…

Ma non gli interessava
minimamente…

tante volte in lacrime,
ma il problema
ero solo io…

non si scomodavano,
erano troppo
intente a parlare
e spettegolare 
tra di loro…

in quel continuo martirio
del giustificare
il ricordo ha perso forma
e sapore…

il bullo del gruppo 
senza grumo ne stecca
non mi guardava
e senza il gruppo
era perso e vuoto…

e li tra i ragazzi
al centro estivo…

Io ero solo,
appartato
come sempre d’altronde,
non davo fastidio
a nessuno,
passeggiavo tranquillamente…

ma lo scherno si fece vile
in un divertimento acuto
due ragazzi
due bulli
del gruppo…

più gradi di un anno
mi hanno preso
per il colletto di forza 
e mi hanno
sbattuto contro un muro,
picchiandomi 
ripetutamente…

Mi riempivano 
di parolacce 
"Bastardo" 
"Fai schifo"
"sei uno sfigato"
mi hanno buttato 
per terra
prendendomi a calci…

Io e il mio fardello
Ancora una volta
mi rialzai
a fatica…

andai ancora una volta
dalle maestre,
ma loro nulla,
in un giustificare di comodo
non hanno dato peso
all’accaduto...

il Dolore
e rabbia salivano 
e mi pervadeva,
il mio corpo sempre più debole
di un morale assente...

la voglia di reagire,
era tanta
ma non ce l'avrei mai fatta…

la paura era tanta
che la situazione
potesse peggiorare ancora
e precipitare…

un giorno,
non so 
quella forza,
dove sia uscita
quel coraggio…
e scatenai confusione
attorno a me
ed ai miei genitori...

Tutti i genitori chiusi
Nelle loro famiglie
si schierarono contro di noi,
e nessuno che fosse dalla nostra parte,
assurdo...

e io solo,
non avevo la forza 
il coraggio
di combattere…

le istituzioni assenti…

e anche per Paolo
un giorno uscirà il sole…

silvano

 

QUANDO NON L’ASPETTI
SUCCEDE

Nell’uragano di fumo e cemento
Il mio angelo ruppe
il gelido vetro 
in un gancio felino 
s’introdusse
nell’abitazione di cuore...

poco distanti
non più di qualche
metro ancora
stavano distese
tre persone…

nel giacere 
di un uomo,
una ragazza 
ed un bambino a accasciato
a terra...

Le fiamme e il fumo nero,
saliva lento
tra cuore e le narici
dentro quel guscio amaro
di una casa che tace,
rendevano impervio il cammino…

l’abitazione
era tutta invasa…

l’angelo di vita
con onda leggera
li raggiunse in solitudine silente 
e mise loro,
le maschere antifumo,
ad uno ad uno,
li mise in salvo,
ma con gran destrezza e lavoro…

era solo
e il nessuno portava dentro…

I suoi colleghi a muso duro
E occhi bassi
erano tutti occupati
a mettere in salvo
una signora,
con mezzi improvvisati
e di fortuna,
inopinati,
a causa della stazza
“sovrumana” …

Infine,
quando il fuoco
si arenò
e l’ultima persona 
fu messa in salvo…

una voce
tra i sperperi fumanti
un bimbo gli gridò…

Signore,
attento, 
c’è mamma dentro…

s’era immersa
allontanandosi
per prendere
il gattino su in soffitta...

l’angelo della vita,
da sempre generoso,
entrò di corsa scuro in volto,
in preda alla sconfitta,
il cuore zampillava
pensando ad un evento luttuoso…

Raggiunse la soffitta,
vide stesa,
la donna col gattino
tra le mani,
svenuta ed ebbe 
un sussultò
un moto di sorpresa…

un primo amore
che giaceva dentro 
in tempi assai lontani…

La prese tra le braccia
dolcemente,
sentiva il suo respiro
i suoi battiti
affaticati,
uscì nell’aria tremante
e lei si ritorse
e tornò cosciente,
la vide emozionata
e con un tono imbarazzato…

gli chiese… 
Piter ! 
E la mia famiglia?

L’angelo della vita
Rispose…

Stai tranquilla,
il bimbo 
tuo marito
con tua figlia,
son salvi…

c’è dell’altro che ti assilla?

Ci fu uno sguardo,
perso
tenero 
eterno…

Tra quei silenzi
i battiti parlavano
e il cuore,
sì ridestò, 
in mezzo al 
e all’inferno,
il loro primo unico,
mai sopito, 
amore…

Con gli occhi fissi
Emozionati
dilaganti
e viso affumicato,
si guardarono 
sconcertati 
al di la del viso
sorrisero 
all’incontro fortunato …

però, 
entrambi…

erano sposati…

silvano

 

CARA MAMMA DI GELSOMINO

Mamma
In una rosa
Dai petali rossi
Dai pigmenti orbitali
In una goccia di ruggiata
in una corsa di ricordi 
di occhi abbassati 
di palpebre mai spente…

su quei campi sudati
rivestiti di verde vermiglio
e oro di grano
dal pane cocente
il sole ci radeva la vita
in una culla di vento…

Mamma
Sei tu
In quella guerra di odori
si infrangevano mi intersecavano
sulla punta
del mio naso avvalente
e sei lì,
dolcemente,
tra i miei battiti antichi
entri nel respiro
delle mie narici…

 

Il profumo acre 
dei marmi possenti,
in viaggi traballanti
di curve di fuoco
di nuvole al vento…

ma sei la mia unica
margherita,
tra i fiori di camomilla
di odori e sapori
che porto dentro
ma il tuo gelsomino di cuore
a occhi chiusi di sogno…

voglio ancora vedere
sentire quegli odori,
scorrere lentamente
sulla mia pelle di sale
bagnata dal tuo respiro
e dal sudore condiviso...

abbiamo corso per anni,
e chilometri prima di arrivare
fin qui,
nella meta di corallo...

Eravamo stanchi,
sfiniti
pieni di gioia,
e d'amore eterno…

Guardai quel tuo paradiso 
di sole ancora una volta
per inciderlo dentro
e ancora a occhi chiusi
sognai 
con i tuoi stessi occhi...

Volevo essere distrutto,
dilaniato da quel tuo sole...

Voglio restare perennemente
Inebriato dalla tua aria profumata,
e ventosa,
che mi porta i tuoi semi
dei tuoi fiori di giro,
soffierò i tuoi petali di gelsomini
sparsi nel mio cuore
e sul tuo viso,
volevo ancora sentire
i miei piedi sulla sabbia soffice e dorata,
di un calore di cuore...

Anche a occhi chiusi 
Riuscivo e riesco 
sempre a sentire
A udire il tuo cuore
e farmi pulsare sotto pelle
le tue vene, 
le tue tempie,
nel mio petto.

E mi ricordo che da bambino
Nei tuoi occhi distratti
E distrutto dal dolore
Vedevo sempre il mare 
e i fiordalisi...

Mi sdraiavo accanto a te
Nel tuo letto di dolore
e stavo ore ad ascoltare i battiti
del mio e del tuo cuore…

Anche oggi sdraiato, 
ancora una volta
sul pavimento glaciale
freddo 
lontano dalla tua casa
ma sei sempre li ad accarezzarmi il viso...

mi sdraio spesso sull'erba
pungente e amabile
dello stesso nostro prato
che chiamavamo
e chiamiamo
dolcemente
"nostro"…

nel nostro prato
trovevamo
e troviamo
sempre il sole
ed i gelsomini
ad accoglierci…

silvano

 

LA GUERRA APPESA A UN FILO

In quell’aratura di ghiaccio
In sudore scendeva lento
Tra le virgole del mio passato
E le gambe da tronchi di benessere
Tremavano in un suolo rilassato…

Gli occhi di mio figlio
Mi strillavano dentro
In un sorriso d’incoscienza
Di un disastro che mi rabbuia…

Dai strilli di una voce mia
Di un corpo sostituito al mio
Di un sangue
Di un aiuto
Che non riuscivo a raggiungere
Perché la mano tremante 
E troppo lontana…

Negli attimi fuggenti
Di una vegetazione rigogliosa
La vita 
le cellule
Lavoravano lente e silenti
E il mio cuore scoppiava dentro…

Volevo scomparire svenire
E far parte delle valli cavernose
Dove solo le pietre respirano
In un accompagnamento secolare…

Più volte
Mi sono rivolto al cielo sfumato
E a quegli occhi di pericolo
Ma incontravo solo amore
Di un ronzio copernicano…

Tra le mura glaciale 
Negli occhi miti
Di una voce discontinua
Soffiavano allegrie
In un affanno reciso…

Nell’alveare vorticoso
Di battiti amari
Dove la vita
Si riappropria dei suoi spazi secolari
Ho ritrovato i miei occhi coraggiosi…

SILVANO

 

 

I GRILLI CANTANO ANCORA


tra gli arcani 
e le antitesi di giudizi
le parole si ribellano
in un vorticoso tripudio
un cane mi consuma l’anima…

 

sento i suoi occhi
che mi strappano lembi 
di vile carne
mi giro e troppo memorie
mi accompagnano…

in un decennio
di arcate di dolore
trovavo il suo sguardo
avverso e avversario
ma lo amo…

sono battiti
sentieri 
di vita tra i violenti alveari
tra i fumi e i cementi
i miei occhi che sbiadivano tempo
di un’esistenza amara
da lui ho trovato la forza…

silvano

 

IL CUORE STRILLA ANCORA


mi sei veduta
ancora una volta
dentro un sogno 
e mi hai posseduto
come amici dell’anima
non mi dai tregua…

Si
ti ho veduta consumandoti, 
con il cuore palpitante
e tremante
e mi saliva fin in gola…

Così mi hai sorvegliato
il tempo amaro
che in un attimo,
inceneredo
la mia anima sperduta…

Prima di chinare
il capo inquieto,
commosso 
silenzioso
in una disperazione,
perversa
di me stesso
in un sogno appiattito…

Prima
di allontanarti 
da me
e raggiungerti
in una carezza
nelkla tua compagna d’eternità…

tu nutri
la mia anima
i tuoi baci carezzevoli 
e profumati
in melodie
del essere…

felice lei
che riposa
il capo sul mio grembo
palpitante…

Mentre 
io,
blasfemo
infedele, 
ti amo
di un amore puro
innocente…

Mentre io,
folle
solitario,
nei tuoi giorni
e nelle tue notti,
in un l’angelo sconosciuto…

e io femmina
sono in te…

ti richiamo in me
e in quel sogno,
bruciavo 
di un’insana disperazione,
e urlavo
quel sacro nome
che mi danna d’infelicità perenne…

Così mi sveglio,
col tuo dolce
nome
tra le labbra bisbigliante
arse di sete,
sotto lo sguardo Tranquillo
della natura
che tace....


voglio scappare
via da questo mio letto
di brace 
e cenere,
prendo la mia testa
foderata di un’anima
guardo fuori dal balcone,
dove la notte 
mi avvolge
in un lenzuolo nero
infuocato 
sulla mia valle addormentata
nel cantore perenne....

silvano

 

 

NEL TUO SGUARDO C’E’ UN EMOZIONE

 

tra queste mura di pietra
e questo selciato di ghisa
sento ancora il tuo vociare di festa
tra queste fessure
di fiori e basilico
scorgo i tuoi sorrisi di pace…

 

tra le ombre di pioppi
e le panchine di leppo
l’odore del vino
che frizza tra i denti…

il gobbo tra i muri fioriti
trascina anfore d’acqua
in un sorriso trascinate
tra camomille di neve…

la vecchina china
in un orlo di vuoto
sfila la mano
e accarezza il mio cuore…

sento l’odore che mi impenna
in una vista di ghiaccio
tra gli erbari pretendi
trovo il tuo nome
inciso tra i denti…

la mia mano
ancora trema
d’istinto
in quell’ultimo saluto
di sabbia
tra i visi pendenti…

ma il mio cuore
ha il tuo nome…

silvano

 

IL DESIDERIO DELLA MIA NATURA

Muoio 
in questa spinta naturale
di salire 
di volare
verso nuovi mondi
attraverso il tetto 
e voglio volare
verso 
altri paesi
dove non sentirai
più parlare dei miei guai.

ma 
una forza dentro di me
al di sopra
di me 
mi trattiene
nelle voragini oscure 
di questa mia sudata terra…

silvano

 

LA PANDERA DI FUOCO

Tra i lumi di seta
Saliva l’ardore di pietra
In un cunicolo di storia
ci tirava dentro…

noi Pantera di sale
di studenti arditi,
graffiavamo
e ruggivamo,
corredavamo i rettori,
e i partiti…

occupanti
e polizia allo sbando
una pantera viva
sguscia 
fra cacciatori
e prede di corallo…

il fascino
l’eleganza
di animale lucente,
felino assoluto
dall'alito profumato e cocente…

non 
spaventava le prede,
ma le attirava con il suo odore…

Questa è
La mia storia cavernosa
di una storia incarnata 
Fatta di solo
cento giorni
di occupazioni,
ma l’Italia tremava…

eravamo
migliaia di ragazzi
fatti di politica,
e violenza
per
porre fine
ai bui anni '8o
di solitudine
e disimpegno generico...

Questo è il mio cuore
tra i mille cortei d’Italia
tremavano i palazzi
e il potere…

la storia era scritta 
con il sangue
di una Pantera 
con le armi 
dalla
accuse e incuse
di memorie di terroristiche...

le note di De André,
ondeggiavano
nei fumosi arpeggi
rossi
di una storia
da dimenticare,
e una storia sbagliata
e una storia un po’ complicata...

cento giorni di fuoco
e di cuore
d’inizio e di fine 
di una storia
interrotta e assimilata 
senza voglia
né potere 
di
affrontare il futuro frastagliato…

ei partiti...

silvano

 

I RICORDI DI VINO

in un cuore irrequieto
di rabbia e di brividi
i suoi occhi mi penetravano
e mi consumavano vivo…

sentivo la vita
comporsi e scomporsi
tra le lacrime
di macerie frastagliate
di poesie nette e radenti…

e nel camminare
tra i cunicoli appesi
sentivo una voce
che mi consumava
tra le tenebre…

in quell’oasi di nascita
nasceva un fiore
nei verdi campi
immacolati…

su in cima eretto
il campanile di lode
sorvegliava la valle
del Trigno che solcava silente
tra i rumori dei venti…

vecchie lodi sannitiche
ripercuotono tra i tetti
di un nonno 
che tace tra le mie viscere
di batti rimbombanti
di carne cocente…

SILVANO

 

 

NON RUBATEMI LA MIA LIBERTA'

 

parole ridondanti
di un aria vizia
di poteri puzzolenti
in una libertà soffocata...

 

nazione stracciata
bandiera piangente
partigiano soffocato
in un labirinto ingiustificato...

di un potere maleducato...

tu che dovresti ammainare la bandiera
guarda con i miei stessi occhi
soffri con il mio stesso cuore...

alza il capo
guidaci nella pace
dacci onore
in questa valle di lacrime e sangue...

SILVANO

 

PISCHIALTA DI VITA

in quel vicolo di fossa
in un ombra assolata
in una pischialta soave
le cicale che prudono...

gli alveari rumoreggiano
gli uccelli ti salutano
in un odore di grano e di spighe
che ondeggiano
nella valle del cuore...

sento le antiche pietre
che mi raccontano
il festoso mondo andato
e ancora mi alzo per guardare
i visi famigliari che mi corrodono dentro...

in questi stessi capelli bianchi 
e occhi sbiaditi
trovo irreale gli antichi sudori
versati su terreni 
che oggi boscaglie
li rivestono a festa...

solco i stessi sentieri 
richiusi dal tempo
e dalla natura madre
ma i miei occhi sovrappongono immagini...

sento ancora il vociare babino
di aratri radenti di cavalli affaticati
di contadini amici 
che lottano per un raccolto frastagliato...

una pischialta antica
amica e fraterna
in una compagnia perenne
e trasportata tra gli avvezzi e i sogni
di mondi che non mi appartenevano...

oggi tra questo ciglione di vento
di vegetazione inesplorata
che mi ostacolano l'orizzonte
e mi batte tra il viso e i capelli...

mi ritrovo già stanco
in quel punto nel cuore
che mi racconta e mi protegge
in una pischialta diversa 
ma innamorata di me...

silvano

 

PISCHIALTA LA MIA TERRA SOAVE

In un aurora di fiori
in questa finestra dormiente
antichi camini pischialdesi silenti
dal cielo coprende
da nuvole di fiori...

il mando verde orgoglioso e incontaminato
si confonde con l'orizzonte amico
in lontananza intravedo torrenti
solcati dai miei piedi babini
e oggi sfila tranquillo tra i sogni...

la valle traquilla beata
in un sermone sannitico 
in un secolare spento
trova la voracità astuta...

l'impotenza di volare
si fa pesante
per non poter visitari
antichi lotti di giostre banbine...

il mio albero di rami
cresciuta tra i miei brandelli di povertà
ormai secolalare
si e reso in confusione
per la sua libertà naturale...

oggi sono diventato piccolo
incapace per solcare tutto
e mi limito ad ammirare e sognare...

che in un altra vita giovanile
ci ritroveremo tra le coccole
ad assaporare l'aria pura di libertà
di una terra pischialtese amica...

silvano

 

 

QUEL SORRISO DIVENTO

 

CICATRICE PER ME

 

 

 

in quel sorriso inciso

 

tra i denti e memoria

 

pensato immaginato

 

in un debito mancato

 

In un’anima che piange

 

Di un incontro irrealizzato…

 

 

 

E come un vessillo

 

Di un brandello che piange

 

tra i morbidi alveoli

 

che porta il tuo nome

 

di una casa che tace…

 

 

 

tra quelle lettere melodiche

 

nei strumenti d’immagine

 

sentivo vibrare una tastiera

 

che mi rotolava dentro

 

il tuo dito snello gentile tremate

 

sciabola ossuta

 

che penetrava dentro

 

nel cuore agitato…

 

 

 

tanti giorni mesi

 

trattenuti tra la membrane pulsante

 

di un cuore che mi avevi sciolto di dolore

 

e non ritornava dentro…

 

 

 

ti sento ti vedo

 

come una clava profonda

 

di un fardello che mi porto dentro

 

conservo gelosamente ancora

 

i tuoi messaggi che ha la forma

 

delle tue cicatrici…

 

 

 

nei tuoi ultimi istanti

 

di partenza da me

 

volevo volare da te

 

anche se eri già con me

 

e dentro di me

 

con le tue battute

 

di libertà acuta…

 

 

 

negli ultimi giorni

 

ti ritrovo avvinghiata

 

in una nuova felicità

 

in una nostra terra condivisa…

 

 

 

sono qui tra i fiori gialli delle ginestre

 

di una soave armonia

 

di un posto

 

di un luogo

 

studiato e incarnato in te…

 

 

 

ma non sapevo parlare

 

e guardarti in quel sorriso soave

 

in quel marmo di ghiaccio

 

volevo oltrepassare e venire da te

 

ma sono diventato marmoreo

 

come un cencio di memorie…

 

 

 

l’emozione collegata

 

di un genitore

 

coraggioso e delicata

 

di una timidezza conservata

 

per te…

 

 

 

ero un muro piangente

 

dentro quegli occhi parentali

 

svincolavo e fissavo in profondità

 

tra le acque del nostro fiume grigio

 

sfuggente e silente a valle se ne va…

 

 

 

l’emozione

 

di un groppo in gola

 

singhiozzava

 

non sapevo reagire

 

ma prendevo coraggio

 

perché dentro me cera il tuo sorriso

 

concretizzato

 

di forma e di viso e di cuore…

 

e qui in questa nostra terra

condivisa e amata

tra l’olmo e il ciglione

non pensavo di ritrovare

serena dormiente per me…

 

Silvano

 

REPUBLICA MIA
FAMMI VIVERE ANCORA

In questa rotta di polvere
Non trovo più la voce
L’anima e avvinghiata
Stretta
In un patio di patina
Di scivolo e di unto…

Sento il vento fermarsi qui
In questa democrazia fermata
Sospesa
Ma il mio urlo trattenuto 
In gola…

Mi dà i brividi
E le vene zampillano
E mi danno alido
Per alzare ancora il mio solitario 
Unico pugno chiuso
Di fiori e ghirlande
Di una bandiera sventolante…

Padre mio
Tutore e garante
Portaci via 
Da questa sabbia e cemento
Dove i liquidi soldi
Hanno ingabbiato la mente…

Repubblica avvezza 
Ritrova la voce
In quegli occhiali di latta
Tra carte e poltrone ingessate…

Qui giù nella valle degli inferi
tra polvere e sangue
Si muore
Di un cannibalismo mediatico…

Sento quel colle
Ancora che si dimena
Dentro di me
Tra anima e cuore…

Tu bandiera della mia anima
Alza ancora la tua voce
E fanne nazione…

silvano

 

MI OFFUSCHI L’ARIA

Con quei grumi di parole
Che tiran via gli affetti
Di un alveare cavernoso oscuro
Di un rispetto mancato all’origine…

Le ferite d’esistenze
Mi asciugano sangue
Di un’identità vacillante
Di una guerra di sudore e sangue…

Dai miei percorsi
Tra i vacilli e i brandelli
Di una povertà d’idee
Di una scelta ripiegata…

nei miei otto anni
tra le spighe
e paglia al vento
di un odore di grano secco…

un urlo
tra la steppa 
scelsi e mi avvolsi 
come bandiera…

i miei pantaloncini corti
tra le polveri 
delle stoppie radenti 
il cuore si fece fiore
e sorriso
di una libertà aleggiante…

tremo offuscato
tra imperizia
e qualunquismo
di negazione d’esistenza…

caro amico 
dagli occhi bassi
che ti nutri della mia liberta
troverai sempre il mio partigiano
tra i tuoi fumi spenti…

silvano

 

NON MI INCHINO ALLE TUE IDEE

Da un pugno di sassi
Ho trovato il tuo giudizio
Di un selciato vile oscuro
Delle tue catacombe…

Da quel ventre ossuto
Ho guardato i tuoi occhi
Che affocavano al di là del mare
Aggrappato in un lembo di terra
In un legno spezzato…

In quelle bombe serene
Di proclami nulli
Di mani macchiate di sangue e cemento
Che me le mostri nuove
Rinnovate 
Di oro zecchino…

Io in questi frammenti d’idee
Mi trovo silente
Non accolgo la tua voce
Ma resto partigiano…

Sono libero 
Di osservati al di là delle scarne parole
E dai miseri gesti
Dove racchiudi il tuo malessere
E voi trovare la tua pace d’interessi…

Silvano

 

MI CHIUDO DENTRO UN EMOZIONE

Tra i vicoli
Si consumavano emozioni 
Di odori penetrati
Tra il suolo e il cielo
Sono piccolo 
nonostante vecchio…

Mi ritrovo a camminare
Dentro una goccia 
Di quell’amore trattenuto
Tra il cuore e l’emozione
Di agire…

Io sono qui
Nei miei capelli grigi
A sopportare il fardello secolare
Per cullare e custodire
Il tuo mancato amore perenne…

Il mio sguardo si sperde
tra il selciato in altura
mi sento in alto 
quasi volo
e sbattendo le ali 
tra le tue membrane emozionate…

mi ritrovo sempre 
a guardare il picco
di quelle monde
animato dai crinali scoscesi
tra le viuzze di un cuore che traballa…

ti sento ancora 
tra il tuo odore 
tra le mie braccia
a custoditi 
e far scivolare gli anni impervi…

silvano

 

IL MIO MONDO SI SENTE ANCORA

in quel borgo di pace
il verde mi attraversa
mi impasta
mi fa volare dentro 
una goccia di rugghiata…

i miei piedi leggeri giovani
si sollevano in volo
dove il tutto
parla di me
e ritrovo quei sorrisi circondari…

in quel bivio raso
di terra di giostra e di scontro
circondato da siepe pendete
che quasi ostacola
e non vuole essere disturbata…

io la solco silente
l’attraverso
come una lucciola di notte
in quel mese di grano maturo
le spighe dolce cornice
del mio divenire…

gli amori sparsi
sento ancora le vibrazioni
e quegli occhi bambini emozionati,
oggi le mie mani tremano
ma l’intelletto si affina
e il mio cuore suona ancora…

silvano

 

OLTRE L’APPAREZA CE IL MIO CUORE

tu 
mondo di carta
che al di là delle bende
crei il dolore
e le lacrime di sangue
tu donna che mi sfili
tra i veli 
e mi obblighi 
a guardare la tua bellezza di veste…

io voglio restare 
accanto
e dentro
e impigliato
nella carne viva 
a una donna viva,
che al di là del sorriso,
e al di là dei tuoi occhi incantevoli 
che mi perdo continuamente...

non voglio solo scivolare
e aggrapparmi tra le sue gioie
ma fautore
e legno massello per le sue lacrime…

il mio amore
e l’angelo 
e l’alone
e l’aria pura che respiri…

e non ti permetterò
di chiuderti
isolarti
nei momenti bui
e difficili…

e aggrapparti 
in solitudine in quella finestra di ghiaccio
dove le tue lacrime
bucano i legni puri
cavernosi…

e chiusa in te stessa
ti riesci
a rialzarsi in solitudine
e io chiuso nel buio 
dei miei pensieri mi perdo…

io uomo della stessa carne
sangue
cuore
e con i stessi occhi piangenti
riuscirò a diventare
ancora, 
ali
e porgerò le mie mani
per aiutarti,
nei labirinti d’esistenza…

ti farò capire che non sono qui
per quello che sei fuori
per quel banale manifesto d’apparenza
per lo struscio di folla…

ma per quello che ogni giorno
rappresenti dentro me
e che ti sento scorrere sotto pelle
e come mi fai sentire dentro
in ogni attimo d’esistenza
e diventi ragione d’esistere ...

silvano

 

L'ATTIMO

L'attimo
d'immedesimarsi
in questo spazio tempo
in una poesia acuta
si gira,
ci sfugge
se ne va, 
scompare e mi lascia solo
reclino...

in una solitudine volontaria...

quello che mi ha suscitato
e parte dei miei battiti
e non se lo porta via...

ha scavato inciso il mio cuore...

ormai mio
dello stesso
sapore del mio alito...

Resta dentro di me
a scavare 
e a nutrirsi del mio fiato
di libertà e di ardore...

silvano

 

L’EMIGRANTE IN ME

Non è grossa,
non è fine
non e abbastanza 
non è pesante 
la valigia dell'emigrante...

c'è un po' di terra
del mio sudore passato
della mia pischialta di sole e odori
per non sentirmi
solo in viaggio...

un vestito,
che odora di casa e di terra 
un pane,
di rosso cappella
un frutto,
della rupe tra i fardelli
e questo è tutto
della mia pischialta
di odore e di schiuma...

Ma il cuore
E gonfio di sensazioni
Emozioni
Schiamazzi 
Quelli non entrava
in qella valigia 
perché lui non si faceva opprimere...

Troppa pena
Paura
Tremavano le mani
Sudavano,
Prima di partire,
perché oltre
il ciglione
l’olmo di rugghiata
ce un mare di emozioni
di visi amici fraterni
che non vogliono venire via con me…

Lui resta,
silente
nel battito lento secolare
fedele come il mio cucciolo
dal pelo rasato
e del sangue caldo…

vado nella terra
sterile e secca
che non mi dà pane
solo cultura labirintica
e confusa…

la
e si perde in un cuore tagliente
in un piccolo campo
d’aratura rasente
proprio lassù
nei foschi martiri...

a valle
il treno sbuffa e corre
stritolato rotaie
tra i pensieri di ghiaccio
in un attimo non si vede più tra le acque
e i morbidi monti di pietra…

silvano

 

IL MIO SENTE MI AVVOLGE

in quel viso scosceso
di curiosità orizzontale
di giravolte strette
appicco nel fiume 
a valle scorre
che si sprofonda nell’infinito
in un lamento paludato
sannitico…

mi si avvinghia forte
Il sapore l’odore 
nella pelle 
che scivola dentro
fino ad entrare
e far parte del mio sangue…

l’atmosfera mi taglia,
coinvolgendo ogni singolo organo
ancora integro sapiente
e ti ricorda
quel poco 
quel grande
che di veramente
tuo che ti è rimasto di lui,
ma lotti per vederlo ancora,
non ti arrendi pronunci il suo nome
nell’eco della valle
ma il lento dissapore
desolante ti fa morire lentamente con lui...

in quella pischialta serena
calma asettica 
incontaminata
in un solo disturbo dai miei
miei piedi delicati
sento il suo
fracasso interiore 
ma non mi arrendo dal dolore
e lo cito ancora
nonnooo...

I muscoli tesi
distesa dagli occhi di piombo
che penetrano la valle, 
in solitudine
sono cosciente di essere ancora vivo…

vorresti sparire 
omologarmi fondermi
con la vegetazione
ma sono debole e non riesco
a sopportare la sua assenza
in quelle sensazioni di estasi
per il luogo...

Le mie ossa
I miei occhi
invecchiate fragili 
Come cristalli pronti a spezzarsi
Frantumarsi
Di un penetrante ricordo all’orizzonte
in un movimento brusco
irriverente...

Ma ciò che mi distrugge
e la voglia,
che in tutto questo trovo la forza
vitale
di voler spaccare il mondo,
di sollevarmi in volo
e battere le ali verso
quella infinta luce dei suoi occhi vivi
che mi trafiggono dentro
e mi fanno brillare
e mi fanno sentire angelico...

La voglia di vivere
Tra quelle querce pischialtese
amiche e fraterne,
quella voglia di esserci,
e sentirti
dentro di me...

mi rincorrono
ridondati parole spigolose
di pace e di vino 
fresco frizzante
e il sudore bambino
che si faceva acqua
di ortaggi odorosi
e di ulivi ombreggianti
e di tovaglie imbandite al vento…

SILVANO

 

TRA I MIEI BATTITI TI CUSTODISCO

In quel Dolce sguardo
Suadente
I tuoi occhi succinti
Che al di là delle palpebre
Vedevo il mio mare
dove il mio cuore batte
E cade a pezzi…

ma sento un infuso nell’aria
di un amaro sdraiato
di uno sguardo circondario
di un’invidia pungente
come una lancia
un veleno di fumo
che mi attraversava dal di dentro…

Sparisco mi perdo,
mano nella mano 
tremolante
con te stimolante,
in una fortezza
di cuore
ma con la coscienza consumata
di una vita longeva…

che oggi con la consapevolezza 
di esserci,
e grido
nella valle erbosa
che si fa manto e spiga
in odore di festa
per noi...

Come un peccato
Originale
ti rincorro tra gli alberi amici
ed io peccatore del ieri…

oggi debbo
e voglio essere punito
per non averti amata
in un bel ieri giovanile,
ma sei sola 
nella mia mente ferrea e plebea
rimarrò avvinghiato
tra le tue membra di cuore
di ieri e di domani
per sempre...

Voglio sgusciare 
E sgusciarti d’amore
In una vita vera
E sostanziale…

voglio che tutte notti
sincere, emozionate
traballanti tra cuore e anima
diventino echi di memorie 
passate
presente e future
e i nostri cuori 
i nostri sguardi
si fondono
nei colori dell’arcobaleno…

SILVANO

 

L’ADOLESCENZA TRA I FICHI e i CANNETI

in una bufera
di ricordi e di battiti
di odori e sapori
di pelle e di sangue
in una pischialta tra i denti…

in una trebbiatrice fummante
e i schiamazzi
tra il borgo e il selciato
di un odore di grano 
inpaglizzato tra i sacchi…

il vento castiglionese
che batteva e puliva
le pagliuzze dorate
che ondeggianti
che batteva
in un suolo cocente
di galline svolazzanti
per l’ultimo chicco
portato in gola…
in quella festa 
di povertà di sudore e di danno
trovavano il sorriso tra i denti
che sgusciavano
abbondanze di cuore
e di palato…

il vino frizzava
tra l’olmo e il vigneto 
di un’ombra fugace
di foglie pendule
che rigenerava la vita
dal sole cocente…

pischialta tra i venti
di un formichio
tra i viottoli
dell’ultimo
venditore di pomodori rossi
che strilla
con il suo somaro di sempre
il sudore lo lava
e gli cade tra i piedi…

eravamo li
con i nostri tempi bambini
tra le reglie e i ciglioni
che scorrazzavamo 
tra i calzoni corti
e magliette sfilate
e le madri e nonne strillanti…

silvano

 

DA QUESTI URLI DI FANGO

Da questi urli di fango
Di slogan impastati 
Di miseria culturale
E dall’inciviltà amara
Mentre la gente muore…

Negli alveoli bui
Dal sapore acro
Di chi non tace
Per fare onore alla storia 
E alla nostra speranza…

Io ultimo degli ultimi
Di un partigiano
Che si impasta nella vita
E si confonde tra le bolle dell’olio
E del petrolio…

Tu fratello
Giaci sul mio stesso fardello
E attraversiamo a piedi scalzi
Tra i cenci di memoria
Di occhi luridi che incavernano la vita…

Ho tremato
Isolato tra le stelle 
Per sorvegliarti la tua stessa vita
E tra i tanti giacigli
E ingombri vari 
Spunta la vita urlante
Di chi vuole vivere…

Urliamo e ammainiamo la bandiera
E spariamo a questi artigli di marmo
Che si sono rotti di retorica
Per urleggare 
Slogan di miseria
E di ottusità storica…

silvano

 

L'ULTIMO SBARCO TRA IL NOSTRO CUORE L'INCREDULITA'

I colori e i profumi si abbassano
Ti entrano dentro
Li senti sulla pelle
L’alba marina sta
sfumando e ti avvolgono
in un alone di burro…

quando la sagoma,
una freccia
una macchia movente
galleggiante
una nave compare nell’orizzonte
in lontananza…

in quei frammenti di storia
tra la vita e la morte
alle sette e mezza 
in quell’attracco 
che stava finendo…

si comincia l’oblio
di un cuore che batte
di un volontario che trema...

l’incredulità
ci fanno dire
ci fanno tacere…

«Oddio,
quanti sono...»?

lo realizzANO soltanto dopo
i ragazzi
della Croce Rossa…

Sono 932…

Uomini,
donne
e bambini
partiti
chissà 
chissà
in quale posto
in fondo al mondo…

passati dalla Libia
e imbarcati
su qualche bagnarola
barattolo
galleggiante,
disperati di memoria
senza nessuna certezza
E arrivaTI fino a qui…

Hanno facce stravolte
Occhi stanchi e profondi
dalla stanchezza
e voglia di scendere
di filato ordinati
tra i piedi lucidi screpolati
di fago e petrolio
si vede la carne viva…

e nell’addentraci
nella calura di stagno
si vedono i segni di una sofferenza
che tace con orgoglio…

tra petrolio
fago e cielo
tacciono brandelli di pace
dove la memoria tradisce…

corpi arresi secchi periti 
tra piedi
e abbracciati tra loro
per l’ultimo
saluto di un Mediterraneo
stanco di polemiche…

SILVANO

 

IN QUESTO MANTO DI RICORDI

in questo manto verde
sfacciato dai ricordi di fieno
di un sudore solcante
di una fronte grinzosa
di un nonno che diventa spirito…

in una pischialta che tace
e diventa fuoco
in un’anima
che si perde 
tra l’erba bagnata 
di rugiata spenta…

era lì tra gli orti
d’avena e di olivi forvianti
del pozzo
di un sapore di ciliegia
che il refrigerio si faceva acqua e vino
dei miei ricordi
in agrodolce…

eravamo a giacere
nella pischialta
vociante
di umiltà e di dolore
tra i sentieri e i rigagnoli
che scorrevano a valle
in una pennellata
di vento
che inebriava
le fronti avvezze…

un manto di gioia
tra i miei occhi appannati
che mi fa guardare al di la
dell’orizzonte di sogno
dove giaceva un muro secco
di una rosa rampicante…

sento ancora
quell’odore
nelle vene rallentate
di una acquavite di gioia
in una goccia
di un sorriso lontano
trovo la mia voce…

SILVANO

 

TI ANNULLO NELLE TUE STESSE PAROLE
La vita è
In quei dolci ricordi
Di un verde di mare
Un viso sfuggente 
Tra le mani tremanti
Un urlo mi azzanna nel vento
E mi percuote
In un cielo sereno pischialtese…

Il ricordo di un risveglio bambino
di un treno triste
in un all’alba
cocente
Che serpeggia la valle
Dei ricordi
Tra un fiume sannitico
In un vessillo antico
In un cuore verace…

e avere avuto occhi limpidi
nella luce incerta
e aver sentito
nel cuore rotto
tremante di malinconia
la voragine e aspra
dell’aria pungente…

Ma liberarsi dell’oppio
carnefice
Di un bagaglio d’ipocrisia
che muore
e sentirsi più dolce
in Una tenaglia di vento…

mi sento carne 
partigiana
di un marinaio 
giovane povero,
e non
dell’azzurro e del bianco 
di questa nuova divisa…

e fuori
un mare tutto fresco
ondeggiando di un colore
libero...

nelle urla acre
di un fumo nero
che attraversa la tranquillità
della vita foresta…

mi strozzi mi uccidi
in una democrazia mozzata
mi voglio liberare
di parole nulle…

SILVANO

 

LA TERRA CHE TACE

La mia Pischialta
triste tra i venti,
da un sorriso ermetico
dai viottoli incantati
e dai crinali
secchi e schietti
a valle…

discendono sospesi 
tra le nuvole nelle acque
candenti di un popolo
assente…

nell’abitato,
verde sommerso
tra i boschi invadenti
i vecchi
cornicioni cadenti
ti indicano la strada tra i vicoli...

nelle stradine fasciate
tra i papaveri rossi
inerpicate su pendii,
lontani dagli occhi 
di assenti
di un uomo che tace…

i vecchi cantori di libertà
acuta,
perennemente seduti sdraiati
sulle panchine di legno 
di vecchie querce sguerciate...

Pischialta tra i borghi,
sperduti e sconosciuti
in un grappolo di case
e un grumo di vecchi ricordi…

tra i tetti irregolari
di muschi verdeggianti
nelle sperdute alture,
che tacciono memorie
di vecchi ricordi…

la strada volteggia
stretta tra le nuvole 
in una valle cometa
che congiunge le acque
del sente al Trigno…

con un abbraccio stretto
tra ginestre fosforescenti
di un giallo nascente
di coste e ciglioni
ripidi tra i denti
immerse in vecchie silenti
liturgie sannitiche…

i miei piedi piccoli
e invecchiati dal tempo
ondeggiano tra cuore anima
per non far rumore
e interrompere quell’oblio
di serenità acuta…

silv

 

A DENTI STRETTI

Con questo giullare di fumo
E del niente
Di una politica tra i barbari
Sento l’odore acro dei fiordi…

Si aleggiano forni
Amari di una violenza
Antica tra i polsi
Il sangue si fa fango…

Sento nei tuoi occhi
Vecchi odi 
Mal odoranti
Di quella confusione
Tra i canneti che scheggiano fuoco…

Sento l’acro lercio
Di politiche avverse
Di una propagante
Assente e vuota
Tra fiumi d’inchiostri amari…

Vedo i tuoi occhi 
E schiena reclina
Di ordini fumosi
Avversi…

Nelle tue offese
Ci sono la tua dignità 
E personalità di vento
troppo vacillante
per essere vera…

silvano

 

TRA LE PIETRE ATAVICHE PISCHIALTESE

in quella fessura di verde
in una pischialta di miele
che si infilava
tra i canneti di vento…

il grano giallo paglierino
e spighe nere
mi scuotevano la vita,
da una cintola di fame
il cavallo dalla nera criniera
mi teneva a se…

mi rimpinzavo 
in una curva di nuvole
dal rumore crosciante
di chi sudava fuoco e dovere
in un canto inebriante
di una nonna che chiama…

le cicale nel loro cantare soave
in una valle pischialtese
dove i sanniti rimembravano
in una solitudine millenaria,
in piedi docili
tra le polveri di secoli…

nei vicoli
tra i tetti cadenti 
pergolati di legno
ornati da orli di granduchi 
dalla paglia gialla intrecciata
e peperoni rossi
che ballano a tramontana…

sotto il radente selciato
ornati da camomilla fiorita,
gli odori
e i gusci di un uomo che invecchia
sì inebria tra gli odori bambini…

sento ferite 
incipriate da visi sgusciati
di un tempo remoto
di chi e vissuto tra le polveri
e le nebbie essenziali…

silvano

 

QUEL SENTIERO DI BATTITI

mi
infilo a fil di voce
in gocce di parole
con rime di fuoco
in una poesia di vita…

sentivo traballare
quella penna di spada
che cercavo di infilarla
nel morbido del tuo mondo…

vedevo sudare il tuo orgoglio
i tuoi occhi di carta
recitavano amore
ma sentivo una barriera
di blocco
e io li volevo liquefarmi…

per amalgamarmi
di ogni sostanza vitale
di te di me
e volare in ondivaghe 
onde di mare
tra l’arcobaleno di cuore…

sento il battere di una natura
vergine e natia
che mi ingloba e ci ingloba 
in una dolce metamorfosi 
di vento…

ci sperdevamo
in cuori di rugiada
come boccioli
della stessa lena
che ondeggiavano
nella giacitura
a mezzogiorno di fieno
di rosso e di verde…

silvano

 

siete un muro di ghiaccio,
rintorcinati su voi stessi,
di storie mal digeriti,
di fiordi cavernosi, 
di menti obsolete...

 

SCHIAVI NEL CUORE

Eretto schietto sul colle
Fiero con il suo campanile
Tra le nuvole sonnecchia
Vigile sulla valle controlla…

Con orizzonti morbidi
In una dolcezza in un filo si abbassa
Con le sue colline
Venteggianti tra i filari 
E l’oro di grano 
Che fa capolino…

Le ragnatele di strade
Serpeggiano tra i salici 
e querce secolari
A grappoli le case
Si collegano tra loro tra le frazioni…

In un vociare di uomini che sfalciano
Il fieno radente
E i greggi che si spappolano
Tra il verde e le nuvole…

I torrenti rumoreggiano a valle
Con un liquefarsi di sogni 
Di un Trigno sannitico
Tra il costato 
E le sorgenti pietrificate…

L’acqua schiuma
E batte a sud
Nelle giravolte soave
Di un morbido accarezzare

le stradine mulattiere
che sperdono nelle ombre
fitte tra i pioppi
muli e cavalli
dai finimenti spaccati
e alzati in groppa
Che sgobbano in salita a picco
Con fascine e legni
di meraviglie fiorate…

silvano

 

IL VIAGGIO TRA I RICORDI VIVI
PISCHIALTA

in questa macchia di verde
in una bandana 
di vegetazione acuta
i sapori gli odori
si impastano con la vita
in una pischialta silente e serena…

corrono e mi rincorrono
ricordi di visi 
e di vita
che si sentono dentro
che in un rumore sottopelle
mi risanano un’anima colta…

più mi abisso nel fossato
del costone dal ciglione severo
in una pianura
di olivi sommersi
dove ricordi di sudori passati
mi fanno gocciolare di sangue gli occhi…

ero io che con piedi piccoli
in una pischialta giovane armonica
che solcavo questi dolci prati
dalle erbe fresche e verde
in cui le mie caprette
e la mia cavalla 
sì, sperdeva al galoppo fiero…

ma oggi in pace che tace
tra i spintoni di stighi
di ruderi legnosi
mi accovaccio nel mucchio di selci
di sempre in un’altura di vento
e mi gusto i stessi sapori bambini…

ma sento un rumore duraturo
al di la della mia vista stanca
e offesa dal mondo
lo stesso rumore bambino 
dello stesso fiume sente
che a sud batte tra le pietre giganti
in una schiuma tra i muschi 
serpeggia vita secolare sannitica…

in una valle gigante
che si apre e squarcia il passato che parla
mi apre un orizzonte
dagli occhi di un uomo piccolo
tra le nuvole dei sogni…

e vedo dei confini abruzzesi e molisani 
che tacciono e si confondono
e si fanno bagnare da un fiume vivo 
tra i costati aguzzi e severi
di vegetazioni resistente e sterile…

silvano

 

ERI TU CHE MI SUGGERIVI LA VITA

ti sento da una pietra incisa
tra i fiori gialli di memoria antica
nella notte cavernosa mi parli
mi voi dire quando piange quel cuore
di un sorrise tra le nuvole di rosa…

sento tra il mio inciso
di quelle tue ferite
di lettere di versi 
di poesie mai recitate…

sento le tue virgole sospirate
che mi offrono quell’amore sospirato
di una pelle vellutata
tra le ombre di geranio incrociate…

vedo i tuoi balconi
illuminati di un Sorrisi di dolci soavi
una pendola un mandarino
infuso di cipolla
di sentori di nasi persi…

staccati dai dolci averi 
e fatti cullare
dai ricordi di cuori 
che sentono la tua voce melodica
in un’eternità di porpora…

il sogno si fa vezzo
le mie braccia si fanno ali
e volano nel tuo collo di materia astratta
ma si fanno vivi
tra i miei battiti d’esistenza…

silvano

 

GUARDO NEL FONDO DELLA STORIA

nello squarcio della storia
dove il sasso si fa peso
e la punta dell’aratro si umilia
in un traino storico
di un cavallo tra la rupe di vento…

eri a faticare sudori
di una terra bianca e arida
dai sapori di mesto
in un bilanciere che ondeggiava
tra la criniera al vento…

il campo si faceva ricotta
in uno smovere catacombe sannitiche
di un fondale nascosto
di una miseria tra i cieli…

i miei piedi bambini 
dall’aratro di ferro 
sgorgarozzava al tiro animale
e in una pietra si impenno
per un coccio un sasso
o vecchie munizioni sperduti nella storia…

ma occhi che non vedevano
e sguazzavano nell’ignoranza acuta
per osservare il fondo
di una storia avvezza…

SILVANO

 

IL MIO DOLCE COLLEGA KABIR

Dal ventre squarciato
Di una storia glaciale
Di una duna dormiente
Kabir dagli occhi di fata
Barcolla nel radente fondo
Di un barile 
Dell’universo avverso…

E li che barcolla tra le pallottole
Che scheggiano tra i canneti
Delle palme desertiche
Di un viadotto di terra sua…

Kabir scappa e va
Tra le insidie e i ricatti
Di trafficanti e tratte umane
Di mafie silenti
Dove nessuno sa 
E nessuno vede…

Kabir non sapeva niente
Dalla sua giovane esperienza
Dal suo specchio di benessere
Di un mali Tranquillo
Di un passato recente
Di giovane studente
Laureante in ingegneria…

Nell’andare avanti 
In quella ricerca spasmodica
Di una libertà ricercata
Sognata…

Kabir non poteva tornare indietro
Tra le macerie E gli aggressori 
di suo padre e i suoi fratelli
Per rubargli la sua terra 
e il suo futuro…

Fatica sudore sangue
In quel freddo del deserto umido
Sentiva bollire un sangue
Per un riscatto di libertà dovuta
Per una dignità umana sancita…

Kabir si sentiva solo
Nonostante erano oltre cento
I contrabbandieri 
Rastrellavano vite
Per un mercimonio umano
Tramite logiche commerciali di schiavitù…

Si rese conto tra quel fumo di violenza
Che la sua vita valeva nulla
O i solo spiccioli che portava
In tasche sudate trattenute…

Nell’abbeveraggio 
della malvagità umane
in quei campi di sterminio libici
dove l’Europa si pulisce la coscienza
fatto di torture
bastonate e ferri roventi
dove i corpi sono musei
di scalpellate per indicare
il buco nero dell’umanità…

kabir ammassato 
con altri mille o diecimila
martoriati offesi bastonati
in un sistematico ritornello
giornaliero,
per estorcergli altri denari 
per promesse vane verso un paese
di tranquillità…

il giorno di un turno stenuante
e arrivato in un ammasso 
di carne e relitti umani 
tra oli e petroli acidi
che gli arroventa il corpo…

kabir dagli occhi bianchi smarriti
finalmente toccano terra
avvilito e privo di forze...

io lo avvistai tra le migliaia
il mio grembiule da volontario 
mi pesava come una carcassa
di benessere…

il mio abbraccio gli sembro
una pulce tra gli oceani
dopo un’analisi e una stesura
di primo soccorso...

medici
imbarazzati 
e cadenti di una confusione
di vergogna di essere uomini…

corpi scheletrici avvelenati
di piaghe e bruciature
che sembravano monumenti al sole…

kabir in quindici giorni 
sì riassoldo si riprese
la sua dignità di uomo...

e lo incontrai avvolto 
in una maglietta bianca
e nel passeggiare raccontava 
a occhi bassi
la sua tortura…

io da volontario del niente
mi sentivo polvere del male
e partecipe di una classe
di catacombe umane
il nostro ragionare si dilungo
sempre più
e l’amicizia diventa ferro…

kabir mio amico
mio collega 
riprese la sua cultura
di eminente ingegnere
specializzato in bioedilizia
oggi italiano del progresso…

SILVANO

 

IL MIO RISCATTO DI LIBERTA’ ALZA LA VOCE PERENNE

se è questa la nazione furbi
tra i muri e i cocci
che ci vogliono far vivere tra i fossi…

se è un odio plebeo,
la bile amidacea,
dei fiordi amari
contro un nemico tra noi
venuto dall’intimo
dal fango del passato…

sguerciato umiliato
nella torba violacea
del torbido amico,
se è la nostra caccia
agli spettri nascenti
di un tifo versato tra i rovi...

se è questa nazione
cosi mortificata
e quella che vogliamo,
divisa contrapposta
come nell’eterne lapidi
di guerre civili di sangue…

tra italiani
contro italiane 
come i padri 
contro i nonni…


fratello contro fratello
uno fascista
e l’altro era partigiano…

se è questa la vita futura
che vogliamo
disseppellire dal passato,
ora, 
che tutti borghesi
sono dimentichi dalle chiese e dai palazzi,
gli scheletri archiviati
e lustrati ad arte,
per polarizzare il vuoto
di slogan televisivi...

a rastrellare l’ultimo vuoto
in un questo lercio di divisa
tra i lacrimogeni...

se è questo male patologico 
e endogeno
di questi lustri imbellettati
da debellare,
nel paese pavido
fra poteri viscidi sfuggenti
di una liquidità avversa…

e se invece il nostro nemico
non sia altrove 
e la tensione
suicida...

vada tolta dalle mani ataviche
di servi stolidi
di battaglie sospese nel libo 
di un tardo riscatto
adolescenziale che strige ancora tra i denti…

SILVANO

 

IL FRESCO SI FACEVA PROFUMO

ero tra le nuvole
a sognarmi il passato
in questa vegetazione 
di querce imbalsamati dal tempo…

e giù a valle
i ricordi bambini
tra i prati di avena e orzi arsi
che mi rotolavo 
in quella libertà
lunare senza freni…

l’odore del sesso bambino
di chi mi teneva per mano
si faceva forte
e possente
mi schiavizza la vita
di una violenza acuta…

tra il cavalcare
il sauro dalla forte criniera
e a pelo mi tenevo
nello scivolare lentamente
in un ricordo verace…

in questo tortuoso fossato
in un rigagnolo libero
nel suo silente secolare
si attorciglia infondo alla rupe
di quel sasso scoscese…

fra le alture di salici
trova la corsa
chi mormora la vita
e giù a valle 
nel grigio maestrale
lo attende veloce...

il fiume sente che se ne va
echeggiano fino a l’era sannitica
Che ancora squarcia la valle…

silvano

 

LA MIA GIOIA DI SOLITUDINE

Ero immerso 
in quel buio di solitudine
Che come una linfa
mi alimentava l’anima…

e nel pigiare
i piedi in avanti
lenti e stanchi
mi trovai immerso 
travolto
da una mano solidale
dei ricordi…

nell’aratura di stoppie
e di odore di grano trebbiato
e la paglia rinfusa
da un vento canaglia
ci avvolgeva la vita…

e mentre penetravo 
e tagliavo la notte
tra quei campi
che mi lastricavano intorno…

mi rimpinzavo
le strettoie scoscese
tra gli alberi 
che mi parlavano di me
e dei tempi percorsi…

ero li a parlare
in una lingua
stretta tra i denti
e l’anima
che mi ricordavano 
visi miei scivolati via…

silvano

 

IN QUELL’AMORE GIALLO GINESTRA

in quelle tarde dita
strimpellavano il mio cuore
in quel rumore acque tra i sassi
nel sottofondo di vino
il tuo viso tra le mie mani
colsi una luce
tra i tuoi occhi
che sguerciavano i miei…

il un maggio ragazzo
tra il grano verdeggiante
cera un fiore
legato alla mia mano
con capelli di seta
che ondeggiavano tra le spighe…

in quella giovinezza
si confondevano i confini
e ci impastavamo
in quel paesaggio
dai rigagnoli tra i pioppi
e i sentieri sperduti 
tra i fiori di ginestra…

era il tuo sorriso 
e i tuoi occhi arrossati
che mi facevano sentire leggerò
tra le nuvole…

sotto quel cielo
dall’azzurro in alto
in una porzione di paradiso
che mi faceva sentire vivo
tra i tuoi capelli
e tuoi baci 
dal sapore amarrandola…

eravamo li
in quella terra sposata
che parlava di noi
i ciuffi ci incorniciavano
tra i dolci venti
e il nostro amore 
che ondeggiava tra i respiri profondi…

SILVANO

 

ADDIO AMORE MIO DAL PELO BIANCO

in questo lembo 
dove la serenità la cantano gli uccelli
il buio a le vesti bianchi
il un cuore spezzato e sanguinante 
se ne va tra i tuoi peli BIANCHI
ti sento ancora viva
dentro le mie vene…

in una colpa 
che si mastica e si impasta
in un dolore 
in mille cicatrici
di un volto sorridente…

dal tuo sguardo vispo attento
tra le sbarre
traevo la vita
e mi seguivano e mi seguono
e mi corrodono dentro…

il tuo divincolarti tra i pericoli fumo
ti aggrappavi e mi chiedevi aiuto
le mie lacrime erano pietre
dentro un pavimento di ghiaccio
ma non mi mollavi
fino a ultimo sospiro di vita…

caro amore mio
dal pelo bianco
e occhi da compagna
che mi hai accompagnato 
per dieci luoghi anni
e sostenuto dalla tomba 
alla vita…

io vacillante
tu ferma e perspicace
mi perdonerai in una prossima vita
dove i nostri cuori si rincontreranno
per riabbracciarci tra le nuvole 
e l’arcobaleno…

cara amica mia
amore mio
il mio cuore a smesso 
di battere tra quel giaciglio bianco
e quelle zolle
sento che mi perdonerei
per farti sentire libera
con le ali
tra le tenebre
di una boscaglia amica
che ti incornicerà per sempre….

Ciao amore mio
Il tuo richiamo tra i crini 
e il pelo bianchi
Sara il mio urlo
Per lanciarti l’ultima carezza
E l’ultimo bacio…

silvano

 

MI SENTO ANCORA MALE DI TE

Non ho più occhi 
per guardare
Nel sacrario di morte
Dove tu gemevi,
Ogni angolo porta le tue 
Pinne…

Sento ancora il tuo odore
I tuoi occhi di cristallo
Sono sciabole quotidiane,
Il mio cuore piatto
Non sente ragione
Le insonnie le dedico a te…

Vorrei volare tra tenebre
Per poterti abbracciare
Un istante
Si 
Un solo istante
Per baciarti
Accarezzarti
E chiederti scusa
E dirti che adesso
sei libera di volare…

In queste boscaglie bambino
Sento ancora
I tuoi ultimi gemiti di resa
Però sento l’aria
Calma riposante
Il tuo fiato
Irresistibili…

Guardo ancora con i pochi occhi rimasti
Giù nell’oliveto
E tu che scodinzoli tra le palme
E segui passo 
dopo passo le mie orme,
Non sono quieto
Mi sento masochista
Di un divenire di follia…

silvano

 

IN QUELL’ULTIMO GRIDO 
DI UN VISO DI GUERRA

Il mio risalire
Tra le onte 
Che sbatte in quei scogli
Consumati dai slavi
Per cercare la terra promessa…

Lo sbattere il percuotere
Di tanti pensieri occupati
Che si frantumano
All’orizzonte di un sole baciante
In una terra inesistente…

Stesi il mio sguardo
Tra l’indifferenza
Di chi vive tra i propri interessi
Di un grucciolo d’esistenza…

Ero affranto percosso
I miei pensieri e i miei occhi
Ondeggiavano 
in quella pianura di acque,
a un tratto una spada
mi trafisse
tra un urlo e un tonfo
dove il faro 
nel tonfo della notte
non illumino…

le lacrime
in quel viso di guerra
aveva il sapore
dello stesso sale
di una riva conosciuta…

il barcone di ricotta amara
traccheggiava a stento
il peso le faceva da spola
uomini ottusi
improntati di propaganda
si dileguarono
tra i liquami
della loro stessa esistenza…

le urla
prive di forza 
di una politica assente
che ondeggiava tra i fumi,
e in mare le urla morente
aspettavano la decisione
dell’uomo del male…

silvano

 

DOVE L’ALCOL GIACEVA TRA I VICOLI
POVERI

il questo squarcio di umanità
in questo tavolo traballante di formica
dove la vita e la morte
sbatte i pugni vivi…

in quell’origine avara
di un'umanità tra i filari
che il vino frizzava 
nei suoi chicchi verdi
in una gratitudine di dialogo
di un arcano esperto
del suo benessere…

sentivo l’odore
dell'alcol gratis ovunque,
dai primi arbori prematuri
di una adolescenza
neolitica
sembravo un’astronave bambino
che sfidano i sogni 
e di follia…

l'ignoto 
nello spazio profondo,
mi rallegrava
e insieme a quel bere
fortuito scivoloso…

trovavamo
una compagna più animata
e sfrenata,
allegra rivoluzionaria
e sovversiva
l'ubriachezza saliva lenta
in un vapore acqueo
che diventava follia...

Il mondo 
degli umani irrequieti
nella solitudine
della sobrietà,
non è mai sufficiente
per creare una vita plebea...

silvano

 

IL MIO VECCHIO VIGNETO PISCHIALTESE

in quella stradungola 
di creta ed erba verde
che solca lungo i campi
e squarcia i boschi 
e le guerce secolare…

i miei piedi
ormai temprati si sganciano
e diventano ali dei ricordi…

giù nel crinale
in quel ciglione
prima della rupe
e del vallone rumoroso
che l’acqua solca
tra la boscaglia…

si trova lì abbandonato
il mio vecchio vigneto
di trebbiano e Montepulciano
tra i filari di cemento
e filato da fil di ferro
con tralci liberi
a cespugli
che mi desola il cuore.

tanti ricordi
rimbombano tra anima e cuore
di sudori buttati tra le zolle
miei e dei miei cari…

sento le urla e le risate
in quei giorni
ancora studente
dove il vino rose 
frizzava fresco tra i pali
per un lavorio
di rinnovo…

ho pischialta salata
dolce e perversa
in questi ciuffi ti sei nascosta
e mi fai vedere a stento
il tuo perseverare
di abbandono libero…

mi sento bagnato e perso
di lacrime torrenziali
di un impotenza
che ha voglia di fare
di reagire
di non arrendersi…

ma i passi si attorcigliano 
tra i rovi e i spini
e in quel insormontabile percorso
scopro tra i pali
i nuovi nascituri 
di querce e di legno
che prendono nuovo vigore…

in una nuova pischialta
tra i sogni e l’arcobaleno
dove la mia vita sarà persa
si troverà un nuovo manto
per darti vita eterna…

Silvano

 

IN QUELLO SBARCO DI OMICIDI

Dai venti desertici
Di un sud insabbiato 
Di un’africa riposante
Dai dolori
E Dal sangue
Di un ottusa civiltà occidentale…

In una esile ragazza
ventisettenne hai bordi del mondo 
con una figlia 
di solo quattro anni
di cui viene assistita…

una donna 
con mani da ragazza
e viso da bambina
dagli occhi bianchi e persi…

ha vissuto sette mesi di sangue
e di drammi
in una Libia lager,
è avvolta in pelle grinzosa
e ossa svincolate
e pesa solo trentacinque chili…

e ora
e assente 
si è chiusa in un silenzio
tombale
carico di dolore
e rabbia antica...

in quel m’escomio
di torture,
e le violenze si perdevano
nel vuoto
dell’assenza umana…

in uno imbarco di lobby
e di grida
di gommoni traballanti 
ingombri ammassati
di fardelli umani…

sono stati giorni
in mare 
senza cibo,
in un confine
tra la vita e la morte…

silvano

 

AL VECCHIO POZZO DI PISCHIALTA

In quel cuore ombrato
A innesto si intersecavano tra loro
Fino a tessere un sotto cielo
di foglie verdi…

e sotto a cupola di pietra scalpellata
a faccia e a arco 
si innesta una porta
da una forma rettangolare
in un davanzale 
consumato da un andirivieni
di sale e sciente di fune…

hai fianchi banchine di pietra
alloggiano in fila le tine
in ordine ordinate d’arrivo…

chiacchiere e bilanci 
di raccolto giornaliero
si divampano e si dileguano 
nella frescura sorridente
delle donne
delle ragazze
e dei contadini…

e nel mentre del travaglio
dalle masserie e il pozzo
di somari accompagnatori…

il vino fresco e frizzante
in bottiglie di creta 
si consumavano
tra i selci consumati…

uomini figli
sudati dal sole dell’aratura
in masserie dalle pietre di vallone
in sedili di legno si attorniano
a una cena fumante
di odore di valle e di crini 
tra i monti soavi…

La sera tra il fresco del buio
Si annidano
E esplodono amori
Tra le fratte di more
E di paglia…

In una piscialta buiata
Le voci e i sorrisi
Si intersecano tra le ruche
Di basilico e di fiori pendenti
Che inebria la valle…

silvano

 

TRA LE TUE MANI VOGLIO RIPOSARE

E tu li in quella frescura
Tra la boscaglia
Sdraiata accovacciata
Con il tuo pelo
In un manto di corallo…

Mi abbracci e mi tieni
Il mio viso rugoso
E MI asciughi le mie lacrime
Sento sotto il capo
Il tuo cuore rumoroso 
Che batte…

Giù in lontananza 
Nella valle verdeggiante
Tra gli ulivi
Sento ancora il tuo serpeggiare
Tra l’erbaio alto e sovrastate
Mi richiami
Per riposare in un insieme…

Pastoso e coccoloso
Più volte mi fissi
Per sentirti uomo
In quell’amore profondo…

Ancora passo 
Tra quegli arbusti
E sento ancora il tuo odore…

Ma l'aratura
Il ciglione del crinale 
E impenetrabile
E mi crea una barriera di ghiaccio…

Ma ti aspetto
In un materializzare futuro 
Diverso
Per sentire ancora le tue mani
Accarezzarmi il mio viso…

SILVANO

 

QUEI SENTIMENTI INESPRESSI

Dal cratere cavernoso
Di un ventre
Di una madre
Dallo sguardo perso…

Trovi la forza dei tuoi passi
Nei viali scoscesi e buii
Dove il dubbio 
Si depone al di là della vita…

Tu persona semplice
Che curi la tua apparenza
Dal guscio di una crosta malata…

Sento ancora i miei passi 
tra i fanghi antichi
dalle scarpe bucate
di una povertà che non si ricorda…

ero un badile tra le zolle
di uno sterile navigare
dove i sentimenti
non trapelavano in carezze…

guardavo le tue gesta
i stessi consumati oggi
in una maturità divincolante
che li nascondi tra i tuoi capelli…

osservo i tuoi occhi
emozionati
arrossati
come lembi di questo stigo
che mi scavano dentro…

in un solo attimo 
in un solo ricordo
ti racchiudo in un riccio 
in un corollario
in un pistillo ti rosa
per poterti odorare per sempre…

silvano

 

IN QUEGLI OCCHI CE IL NOSTRO
FALLIMENTO

nei tuoi occhi leggo il mondo
degli impari
degli oppressi
della tragedia dell’umanità…

in quello spaccato
in quello specchio dell'anima
profonda,
dove le onde ondeggiano 
come un sacrario di benessere…

da i nostri antichi saperi,
in uno spicchio di umanità
perduta
nei sobborghi di un mondo ottuso…

cosa possiamo leggere
in quest’anima
di questa donna sola desolata
nella profondità di questo mare?

paura 
sconcerto.
l'orrore di chi tace, 
lasciata solo nel ricatto
in balia delle forze naturali
dell’acque e del vento…

in quel gommone 
a malapena galleggiante
come fiori a largo…

il suo visto reclino,
appassito
ha visto morire
l’amica
il figlio 
su quella zattera di vimini
sconquassata 
dai marosi selvaggi...

in quegli occhi profondi
esterrefatti,
increduli,
occhi che racchiudono tutto
e la tragedia viva
di un fallimento di una civiltà
e insieme la negano
che non si vogliono rassegnare…

silvano

 

TRA QUESTE ARGUTE MURA
TROVO LA MIA VITA

tra questi papaveri 
in sordina
tra le nuvole e l’arcobaleno
sento un muro di ghiaccio
che mi blocca la gola…

l’anima piatta
sente il fumo
in un orizzonte di fuoco…

il viaggio tra i canneti
di un treno che barcolla
le immagini si fanno acquerelli
che sfuggono in lontananza…

ma sento il cuore
con suoi battiti di carbone
che rimugina
problemi antichi…
più in la nell’altura collinare
tra monte pizzuto e fiume sente…

sento un sorriso un cuore
un fiore tra i capelli
che mi richiamano alla vita…

tra le partenze e gli arrivi
di valige di sogni
lungo mezzo secolo 
di storia tra i vicoli sannitici
prima lungo le mulattiere di fanghi
con cavalli sauri…

oggi con macchine
tra le curve dei selciati
che sfilano tra gli olmi…

ma i sentimenti restano 
incisi come vessilli
nei selciati 
bambini
anche se i visi e i sorrisi
sono svaniti…

silvano

 

COME UNA FOGLIA CADENTE

come uno stelo infreddolito
fatto ondeggiare
dalla tramontana glaciale
in questo colle petroso…

sento un pianto 
trattenuto tra le lacrime
di avermi scivolato
tra le zolle
nere e profonde
in un cuore
che mi mancherà per sempre…

quel sentiero
alberato e erboso
e un solco di sangue
tra i miei occhi stanchi…

mi sento stanco
confuso tra le ferite
di una terra invidiosa
di parole inutili
come soffioni al vento…

seguo le onde del vento
assolato tra la boscaglia
che filtra
raggi di sole cocente…

sento un vincolo
in questa terra 
dove le erbe 
e i dorati campi
hanno sfamato i miei avi…

sento ancora gli occhi
e le carezze di mio nonno
tra i vicoli e gli ulivi
di una terra pischialtese
sdraiata tra il monte
e il fiume sente
che solcavano nei sentieri
inter poderali sannitici…

silvano

 

VERSO L’ULTIMA REAZIONE

dai antichi fiordi 
lucubri di una storia sancita
dai marmi gelidi
delle chiese sconsacrate…

dei fascismi rampanti
di tolleranze macabre e avverse
sento i slogan riecheggiare
come l’oppio delle folli
perite tra le ragnatele di vento…

sento un vento leggero
di parole vuoto
di un potere assente
dove gli orizzonti da combattere
sono altri…

e ci fanno ossificare
tra i lembi di stinchi vecchi 
di una confusione arguta
per distrarci dai venti…

antiche violenze
riaffiora tra le sommosse
di antiche ruggini
di una storia sospesa…

i sassi le bombe e i manganelli
di strade appicco nel dirupo
passati,
di divise sanguinate…

ero studente
in quelle strade sommosse
dove ci contendevamo
la vita e la morte
tra bianchi e neri…

in quel malanno
di un oppio
dove la storia ci voleva avversi 
al nostro stesso fratello…

oggi il fumo
di lobby economiche
di mani flebili e delicati
ci rubano la terra
e l’aria per respirare…

ma noi basiti
intontiti non reagiamo
da un ignorate tirata a remo
di una società complicata…

rombi e rumori
ci fanno sentire morti
per concederci
pure l’ultimo bagno,
per delegare…

SILVANO

 

IL MIO PERENNE VIAGGIO
DI UN EMIGRADE DAI PASSI LENTI

ancora uno sguardo
che si sperde
tra i palazzi incolonnati,
e valige sadiche
di un benessere di pietra…

in queste stazioni perenni
di decenni in corsa
che rincorrono sogni
e realtà sfuggenti
di scoordinati appuntamenti 
tra i fili…

tra un sonnecchiante
traballare di un viaggio
in solitudine,
lo sguardo perdente
tra le lacrime appannate…

scorrono immagini
dai contorni pittorici
di acquerelli di vita,
e l’anima vigile
risuonano sillabe e rime
di un poetare tra le nuvole…

sento una morsa
di un arrivo
tra le ferite di cuori mancanti
ma il solco d’inciso
di un torrente di sangue
come delle vene capillari…

li in altura
tra le antenne verdeggianti
di un paese a pineta che tace
e appicco scoscese il crinale
di una pietra di cuore
che mi frastorna…

sento il peso antico
di una storia tra i ruderi
di un sannitico soave,
ma la mia nave 
che traballa tra le tante aurore…

dei profumi antiche
delle nonne
vociante tra le pacche e gli abbracci
di una vita tenera e prematura
in una pischialta
tra il pioppo e il vigneto
sdraiata tra i selciati di cuore…

SILVANO

 

IN QUELL’INCIDENTE

E il quel rotolarmi,
nel dirupo studente,
la musica e il vino,
frizzava nelle vene sanguigne,
in una notte glaciale, 
di un odore di castagne nell'aria,
di feste soavi...

ero lì ha inaspare nel niente, 
di una terra frivola tra i denti,
e un amore tra le mani giunte
mi affossavo nel suo sapore più intimo,
per assaporarle l'essenza,
di donna bambina...

nello sgusciare nel rombo
tra i viali e orizzonti
ondulati e tenere
di uno sguardo dolce 
amoroso…

sentivo la barriera tra i pali
di un vigneto nascente
e noi,
mano nella mano
sentivo il tuo calore tremante
e accarezzavamo le curve colline
di una spensieratezza 
tra gli oleandri rossi…

erano giorni caldi
di folle bollente
di un paese fervido
di una reazione palpabile
e noi studenti del domani
autori del futuro
dibattevamo con foca
il nostro domani…

tra quelle mura sgualcite
da viali a mezzogiorno
di un istituto
di altri tempi
le alte mura ci creavano
dolori rabbia
e lacrime…

oggi intrisi nell’ieri
ritroviamo tra i zampogni
di urla ignoranti
quei stessi fascisti 
che giacevano nei fiordi
luridi di uno scolo macabro…

silvano

 

COME SI FA A 
ENTRARE AD AUSCHWITZ

Da studente perverso
In una ribellione perenne
Da scartoffie controverse
Quando la torretta appare,
comincio a vibrare 
ogni volta…

comincio a tremare
a stare male
in un’ansia perenne 
di un buio di malvagità....

ero li a patire i miei ritmi bambini
in quel sacrario malavitoso
dove la crudeltà e l’indifferenza finisce
e io per non dimenticare
di quelle cicatrici 
per ritornare in me
per finire la visita in coscienza
e ricompormi da uomo
ricomincio a respirare lentamente
i miei battiti impazziti
faticano a essere miei...

ma non posso tornare alla mia vita…

i sopravvissuti mi circondano
e parlano tremando della loro vita
tra i singhiozzi
in quel capo di sterminio,
dove vissero in un anno di fuoco
le loro storie 
si impastano con le mie
si intrecciano e si completano
con la roccia e la pietra
di un calpestio cavernoso...

e non riesco a smaltire
di una leggerezza dell’oggi
e dell’ignoranza del domani
di farabutti che lo usano per denari
e li soggiogano e li trascinano
nelle fogne e nelle latrine
per diventare pecore
e servitori di loro stessi…

silvano

 

CARA ITALIA

In queste memoria di pietra
Tra le caverne di fago
Sento il tuo fiato
Lucubri
Che riaffiorano
e mi lascio vomitare
menzogne libere…

mi sento addosso le foglie
stanche e marcite 
in questa sera piatta...

Ho saputo correre sul filo rosso
di una vita impernicata
sempre più veloce,
ed ora tra i venti…

tremo...

Le lacrime che scendono, 
su di me,
sui cenci di memoria, 
sono graffi di pietre incrostate
affilate dalla pioggia cadente….

Io 
non ce la faccio 
a lasciarmi andare
in questo assistere di voci vuote
per giustificare 
la loro inutile esistenza...

ero li nella piazza di marmo
in quell’urlare
nel vuoto
per le sole luci a gas pententi…

silvano

 

PISCHIALTA TRA LE VENE D’ESISTEZA

in questo luogo da sogno
scoscese tra i sassi
dalle viuzze alberato di pioppi
tra il monte pizzuto
e il fiume sente
in fondo alla valle di fiori
noi abbiamo la casa
in cui nasce la vita…

sembra di tutti
per uno sguardo rapito 
dal monte
e da un calpestio tra i selci 
distratto
ma nel mio cuore ti ingabbio, 
come un fortino di vita,
in un’espressione di mondo...

È in questi luoghi di prati e di roccia
in cui sono cresciuto tra i cenci
e trascinato tra i rovi,
e primule di memoria 
a gattoni tra i viottoli amici…

sono dovuto partire
con il sangue nelle vene
impazzite,
con le mani tra i venti
in una volontà ardita
tra i fiordi…

tra le curve di legno
per caso mi sono girato,
tra i visi sfuggenti
e lo sguardo chino tra le lacrime…

ho toccato e represso la gioia
di un corpo impigliato tra le mani
che sgusciava
e si faceva vivo
tra i sentimenti antichi…

un sussulto aguzzo,
di una nuova consapevolezza,
mi ha lasciato un segno di terra
o una ferita benedetta tra i denti,
una traccia una sostanza
che resta indelebile
e di cui sono grato...

in una pischialta silente
tra i monti a picchi
e i crinali soavi
che mi rendono dolce amaro 
tra i dirupi,
e i sapori
e odori di vita
mi sento per sempre sazio 
avvolto
fino all'abisso del mondo…

silvano

 

UN FATASMA SI AGGIRA
CHIAMATA LIBERTA’

In questa società di fumo
In una liquidità perversa
Sono il rosso
Il nero
Il verde in camicia
Semplicemente libero e perverso…

In questo sguardo visionario utopico
Autonomo e solitario
In altura vi guardo
In questa critica radicale
D’umanità
Intima e solitaria…

In questa corrosiva
Spietatezza
In questa società post-moderna,
è solo in un sovvertimento
di ogni politica ufficiale,
può essere la palingenesi
di una cultura liberà riconquistata…

in questo vetriolo
vuoto e assente
di tempeste mal poste
di grida e di urla
di conquistare il potere 
astuto…

ero io che seppellivo
in tenere età
idee tra le zolle
per riconquista la libertà
tra i cechi…

ero nell’Armarino
gioioso
di una flotta alcolizzata
di vene agonizzanti
che piantavo il seme della libertà 
della vita
tra i fossi di quercia…

silvano

 

LA MIA CASA TRA I BOSCHI

li,
in basso su quel sasso di creta,
dove abbiamo la casa di vimini rossi
dove la nostra vita ebbe seme di vento
tra alberi e pioppi e ciliegi…

troviamo una musica poetica
di rime e poesie 
incise tra le pietre dei pozzi
e di tanti ricordi…

e i miei sette anni mi chiamano ancora…

e nei stati di miele 
e l’aurora che mi impasta
in una pace
tra i denti…

vedo il susseguirsi estate
chiassose e roventi
di gente che gli cuoce la terra
di un lusso non permesso
di vini alcolizzanti
e di violenze gratuite…

terra nostra tra fiori e pini
ci godiamo la frescura
di un alto 
di un basso 
rifiuto
di chi non appartiene a noi…

terra vergine immacolata
non vuole frastuoni
di cammini violenti
come carne strappata
dai denti di lembi
di memorie sannitiche perverse…

strade regnanti 
tra i rovi
che serpeggiano e vi impigliano
lane volanti
di pecore plebee
o di pioppi piagenti 
di grappoli generosi…

silvano

 

IL VIAGGIO 
TRA ABBISSO E ANIMO

Camminavo in quell’era bambino
Tra i selci e i sassi sovrani
all’aperto nello spazio di valle,
nella biforcazione d’incontro
tra fiume sente e fiume Trigno…

la luna nel suo chiarore
mi guidava in quella risalita
sotto le stelle lucenti
di una notte divina…

sotto 
quel cielo silente
mi avvolgevo la vita,
i miei passi lenti
e impantanato
lungo i bordi
di quel corso d’acqua chiara…

che scorreva quieto tra i piedi,
hai lati a picco 
le coste scoscesi
mi scivolavano dentro
e mi davano l’altezza
di quel territorio impervio…

prima i termini di un costato 
cannavinaro
poi salceruolo
poi casalino
che sopra sovrastava
la casa “d r surgiucchi”
e in fine del lungo navigare
tra sogno e realtà…

in questa nave d’arcobaleno
sbarcai in quelle coste appicco sull’acqua
in viottoli ripidi e a giravolta 
che si inerpicavano 
in altura
tra la cava di “rena”
e le querce possente
di una pischialta
silente dormiente
ancora,
in quella notte di fine primavera…

e in quella cosa piena
di mistero e pazzia,
che mi fece sommuove
gli abissi 
dell’animo bambino fervente...

silvano

 

HO IL SOLO COLORE
DELLA TERRA AFRICANA

Io sono il nessuno
Uno degli ultimi
Provengo dalle voragini
Oscure della terra
senza foto
senza volto
senza anima riconosciuta…

la mia vita e fatta del nulla,
vuota e perversa
porta il coloro della terra desertica,
i solo cenci che mi avvolgono
sono stato graziato
dagli angeli volontari della Caritas
e che mi hanno accompagnato ogni giorno
fino alla fine della mia breve vita
di solo ventidue anni.
in terra promessa...

e poi sono morto in silenzio
in un’esistenza
seduta tra gli ultimi
in un torto cavernoso
perché uniche sedie libera

e il solo destino buio
riservata a me
in questa esistenza gretta...

Non sono uno spacciatore
Non sono un drogato 
Non sono un ladro,
sono l’ultimo tra gli ultimi
invisibile
e mi sono solo nutrito 
di povertà estrema…

non sono stato mai figlio di madre
perché morì di parto
a solo tre giorni…

i miei ricordi metallici
non ricordano 
di mio padre che morì 
quand’ero bambino...

Per me
l'Africa di bimbo e di mare
aveva il solo colore nero,
della violenza e della morte…

e in una valigia di pezza
sono partito
dalla Costa D'Avorio...

Ma la strada desertica
Di un dannato in Europa 
è stata lunga perversa
e dolorosa e vile
per fisico e l’anima...

Polvere
Che cibavano polmoni arsi
e chilometri tortuosi
in guerre ribelle
per un animo frastornato 
da un’oscurità perversa
e di botte e prigioni…

mi picchiano senza saperlo
senza aver fatto nulla,
non avevo la forza
di fare nulla…

La fame e la sete di giorni,
la paura di camminare
mi rendevano debole
per fare qualsiasi movimento.

Ero un ragazzo
Tra i ruderi di cadaveri
di ventidue,
per anni solo
senza nessuno 
e senza sogni…

non ricordavo nemmeno 
più come mi chiamavo 
e sbarcato in Italia 
tra gli angeli volontari…

a dicembre 
mi hanno portato in Abruzzo 
in conca in altura di serenità…

e nel germe cavernoso
e profondo ringrazio 
per quel letto
caldo e comodo,
dell'ospedale,
non credevo la sua esistenza
di una cosa simile…

E grazie a quell’unico Natale,
d’esistenza
il più bello per me,
grazie ai dottori e infermiere 
mi hanno offerto il vostro dolce,
il "panettone"…

Se solo fossi sopravvissuto
ne avrei inviata una fetta
uno spigolo un granello
a mia cara e unica nonna 
nella lontanissima Costa D'Avorio…

Ma voi avete
Sanato e inorgoglito
Un invisibile
Un ultimo tra gli ultimo
E trascinato dalle polvere desertiche 
Alle pietre smerigliate 
Dandogli volto e esistenza...

Ora ho anche un angolo
una tomba
che finalmente riposo
in un cimitero
e anch'io finalmente
ho un pezzo di terra
in un angolo di mondo
e mi sento un cittadino di polvere
di questo mondo complicato...

ma un solo vezzo di ricordo
voglio incidere
nelle pietre ossute
delle vostre chiese,
anche nelle povertà profonde
si può mantenere
l’onesta, la legalità, l’identità
di essere tutti uguali
in questo cosmo…

SILVANO

 

ERO LI CHE TREMAVO
PER I TUOI GESTI

Da un vento
Di pioggia e di mare
E un ventre copernicano
Da una patria di Dante 
Da un’ignoranza 
che non muore…

Sento l’armistizio
Di un siluro assordante
Di un appello intollerante
Che trova il petrolio
fra le dita…

Vedo i suoi occhi 
Annoiati tra i lussi di benesseri
Per un intrigo
per un divertimento malvagio...

avvezza un solfeggio beffardo
verso i sui simile
dalla barba desistenza,
che non si arrende mai
e la sua pelle trova solchi e le cicatrici
nel dolore…

ero li tra le tue droghe
che squagliavi
nel nettare chiassose
di un verme schiacciato
tra i tanti tavoli 
pedretti…

ero li in quel grumo
di schiamazzi
traballanti di fumi e alcol
in quella villa
intossicata di resti d’immondizia,
tra le panchine
distrutte dalle loro mani…

si muovono a stento
stufi di imprimere violenza
hai loro stessi corpi
e hai loro sanguigni abbracciati
sotto quel tetto
che tremavano 
nei suoi quadri di latta…

ero li sospeso
tra le ciglia di un corpo
che si fa dondolare dal dolore
di una società che muore
tra i lussi…

silvano

 

IN QUELL’ORIZZONTE DI ROSSO

In quel monte
belmontese
Dai crinali a specchio
Per una pischialta illuminata

In quel spettacolo
Perenne e bambino 
Tra i miei petali di uomo
il calar del sole
sfuma tra i raggi rossi infuocati
a volte ti ci perdi,
e ti ritrovi
da anni accumulo parole
e sentimenti,
e con il passare le date
si fanno rare e sospese…

il Cuore mi rimbomba il torace
e mi batte,
tra i visi antichi
e la voglia
di sognare non si attenua…

il mio sguardo al cielo colorato
e frangimenti di rovi e di spini
tra le more dorate
mi fanno emozionare ancora...

Aspetti tra gli alberi
Pischialtesi
quel momento mancato,
di quel bacio affascinante sfumato
ne parlano ancora i selci…

quel ricordo bambino
dei viottoli retinati 
di magie soave
che rende meraviglioso 
quell’istante solitario,
di collegamento…

il sole mi sfiora mi ammalia
mi avvolge con le sue foglie
di corallo
di colpo la voragine a sud
mi inghiotte in un cammino
tra le valli…

un sogno colorato splende,
tra le vene che luccicano
in una magica notte
tra il vocii sbardati
tra gli olmi...

Pischialta sdraiata
E allungata tra le rughe
Impagliata del lavorio stagionale
Sei lì che ombreggi e osservi
tutto seduta rivestita a festa
sulla riva d’esistenza…

un'emozione mi blocca
e il Cuore si ferma
nel ricordo mi incarno
mi impasto
di un odore,
di un sapore
che non capivo,
ma che sentivo
nonno mio…

i sogni adesso sono vivi,
anche se sono solo
tra i tuoi vigneti
e mi accovaccio al posto dei gabbiani
la tua Anima vola
dentro me
in questo viaggio di fuga…

SILVANO

 

DI APPAREZA NON SI VIVE

ero lì a sgusciare
in quel rigo di fossato
di un tuo sorriso trattenuto
tra i denti
di quel vestito svolazzato di rosso
che ti avvolge in quell’alone
in quell’orgoglio di apparenza…

eri lì che ondeggiavi
in quella strade di pietre
e i miei occhi cadenti
compassionali 
che mi corrodevano dentro
di quelle tue frasi spezzettate
di vuoto e di niente…

in quella vita astratta
che non smette di aiutarti 
è sempre più difficile farti reale
per deporre quella tua corazza
d’incenso e di burro
impastata in quelle falsa felicità…

non mi travisare
quei baci che non hai saputo dare
di quel sesso insufficiente
che nascondevi in quello spacco
d’innocenza...

in quelli ormoni trapelati
di quelle occasioni lasciate
tra i vicoli
in quelle apparenze
aspettate 
tra gli occhi
mai più rivisti e sfumati altrove....

silvano

 

I MERCANDI DI VITA

dall’Italia papale e barbona
dai capitali strani
di un sudore di vento
dal volto segnato
di una metamorfosi 
di verde e di rosso…

I ragazzi dal volto
Umano e plebeo
In una guerra dei segni
hanno una Casà 
tra i cartoni rossi…

in quella lunga giornata
tra le tenebre
chini riversi sotto il sole che brucia
in un pomodoro
in un consumismo
rosso di sangue…

tra i suoi costi 
in uno spietato disonore
tra i selciati che brucia
in quattro gocce di vite
e di umanità che tace,
la cui fine rasente
è testimonia sarcastica…

dalle tracce obligate 
in un tinto di rosso
in quella strada
che guarda il mare,

l’accumulo
dello sfruttamento,
e dell’illegalità diffusa,
di un sotto salario, 
in una debolezza degli ultimi
e degli invisibili senza nome,
in una morte
al di qua del mare…

di lavoratori
di fratelli
italiani o stranieri
di malvagità silente
di potere e di mafia
che mercanteggia la vita…

silvano

 

LA ROTONDA

In quei Spazi in altura lussureggianti
Di verde e di cuore
silente la natura che tace
con il suo smalto…

In un cono 
la stradina lampionata
in circolo costringe
in penombra mano nella mano
gli occhi emozionati si sperdono
in orizzonte di pace e d’amore…

lo smeraldo dei ricordi
si e fatto tetro e profondo
il campanile in argento
sventola fiero
in campane a festa…

e noi qui in questa rotonda
in una scalinata d’amore
sento respirare i ricordi
avvezzi di un passato che affiora…

Occhieggia la mia anima
Tra i pini bassi maestosi
con foglie acutizzati
ancor più verdi…

E rami in rima
Si espandono ad arte
che m'ispiri ancora 
un futuro tra i sogni…

il cammino si fa raro e lento
i miei occhi non focalizzano
la fantasia
penetra a spada
in un’anima orgogliosa…

SILVANO 

 

IL MONTE SORNIONE

Su quel bel viso,
tra quelle rughe
c'è la sua vita 
di ghiaccio e d’amore…

come una rima
o una musica 
che nell’ultima nota si ingrippa
sì e imprigionata tra i denti
in quella traccia venata 
di un microsolco di un sorriso
antico e verace...

I suoi movimenti ondeggianti
sono lenti studiati,
misurati da una sinusoide,
precisi in un uragano,
di essenze vitali…

il risultato
il frutto di una abitudine
in quel vizio antico
del tempo inesorabile 
del vuoto...

Ma in questa terra d’Abruzzo
Dal lembo ghiacciato,
di una voragine di speranza,
che inghiotte la personalità
del fare 
per costruirsi il vivere…

Il paese di pietra,
arrampicato sulla rupe,
solitaria e scoscese
in queste stagione rosse autunnali,
si riflette e si incornicia,
come uno specchio di porcellana,
l'immagine sorniona
del vecchio sonnecchiante...

Tutti lo ammirano,
lo rispettano e lo salutano
ma lui con un berretto
di lana verde filata
senza alzare lo sguardo
dalla rete pietrosa di pini...

Presto la sera scenderà tra la pioggia,
che si fa avvolgere
dall’ultimo volo dei gabbiani
che rumoreggiano
all’ultimo saluto di vento,
un altro giorno cala
nella notte tenebrosa
del monte sornione...

silvano

 

LE TRANSIZIONI

Non sono io,
che provengo dal nucleo
della terra amara
che sono albergato
al di là del sogno 
tra le tante aurore di coraggio
amiche…

ma tu 
che mi guardi dai fiordi
che vuoi prevalere
su alcuni di loro
senza guardarti dentro...

Nessuno dei mortali
È permesso ciò,
Di invadere il limbo 
della libertà altrui...

Ma i fatti al di là della ragione
e delle convenienze di logica,
Bisogna farli echeggiare
E ci assoceranno
Al Tempo in fuga
Che regna dentro noi...

tutti Sanno sempre cosa
dire a ciascuno tra le tenebre, 
in una chiarezza
inequivocabile…

Basta guardarsi dentro
e attorno
e annusare l'aria nei giardini
di tempesta ...

e anche I lupi in noi
arruffano il pelo bianco ondulato
e mostrano i denti affilati,
per affondarli
con voraci 
e cospicue 
libagioni di vento...

La dignità di un povero uomo
prevarrà
sulla ragione e non sul torto 
ma smanierà
urlerà, canterà
rime perverse…

con disumane
ferite cannibalistici
all’interno delle povere menti trascinate
e impazzite di ricordi...

silvano

 

IN QUESTO TRAMONTO TRA I SASSI

In questo antico monte,
sono ubriacato 
e impastato nella boscaglia di vino
dalla voce roca e ribelle
ch'esce e si trattiene
dalla tua Bocca plebea
e si schiudono negli occhi di vetro…

sono verdi
queste campane
della val Trigno 
e rimbombano si perdono 
e ributtano sapore e odore
e ritornano indietro 
e si disciolgono, e dipanano amore...

La mia casa 
Di vetro e di roccia
Dove facce lontane,
mi erano accanto 
a un cuore che tace…

lo sai,
là nel paese del lembo
e del crinale di rosa
dove il sole cuoce
la carne nuda
e il sudore annuvola
l'aria pungente 
delle zanzare amare...

Come ieri
Oggi sono di pietra
La mia presenza indietreggia,
tra le camelie
che ammaliano…

ma non mi sento più degno
in questo solenne ammonimento
d’armonia
e il mio respiro si fa fioco...

mi sono detto 
che il piccino 
fermento tra i rovi dei ricordi
il mio cuore greve
e isolato nel suo momento
di pace…

che ero in fondo
in una legge perversa
rischiosa
ma sono vasto di ciglia
e diverso di massa
mi sono svuotato di artigli…

armandomi di ali
e sbatto sulle sponde
di pioppi
e di olmi austeri
le inutili macerie
trascinate dal vento
non trovo più abisso di neve....

 

 

GENOVA DI SAMGUE

In questo bacio al vento
Inaspettato e pudico
Che scivolavi tra le case
sulla mia fronte di rughe…

mentre il vento tagliente
frusciava tra le vene bollenti
tra i rami d'olivo 
che ci porta delle rime
del fiume contento...

È l’ultima lacrima 
inaspettata
ti scivola e ti solca
giù per la guancia dorata
mentre sussurri
con voce soave
il tuo ti amo…

Sono rimasto solo…

Non voglio più rigirarmi
Tra le pieghe di quest’anima fragile
Tra le pagine
Di poemi solitari
Che mi portano alido di te...

Giurami
Tra questi istanti di pietra
che mi terrai per mano e per cuore
sempre…

Ti sei vaporizzata in un alone di porpora
su una lastra ferrea,
di cemento e lamiere
e intrappolata
tra i vizi di lobby
di marionette di vuoto…

ma i strapiombi malvagi,
nelle vette di grida
nelle vecchiette di marmo...

Ma tu e io
siamo eterni.
anche nell’ombra di spirito
una lanterna una luce
mi ricorda quanto sei bella
nell'anima dei ricordi...

Silvano

 

IN QUEI RASTRELLAMENTI
FASCISTI A PISCHIALTA

Dagli antichi bastoni da focolare
Mentre il paiolo sbuffava
E la fiamma ardeva chiaro
E i camini dalle cimate 
Di pietra scolpita
Dai ricami ornati
E la radio strillava ti amo…

Anziani curvi e sapienti
Dalle mani avvezze
In lavori di ripristino
camminavano lente
nello strumento...

Dove i discorsi si facevano
Cicatrici e dolori
Dalle lacrime di pietra
Lo sguardo si faceva cupo e boato
In un tunnel sprofondato…

Cicatrice fasciste aperte e bollenti 
Su una pelle che sanguinava
In una pischialta antica e chiusa
Impenetrabile e avvezza
Da campi arati 
E piante che ardivano cibo
E sostentamento…

Famiglie cupe
Ardivano vita coraggiosa
Nello sprofondo
Del cratere umano
Dove donne mamme e nonne
Lasciate sole
Da uno stato fascista
Di una guerra lontana…

Li nella valle dai pioppi fiorenti
Voci e avvisaglie 
di soli uomini vecchi
E malati,
avvisano donne sole con bambini
la presenza di uomini stranieri
che rastrellavano
muli e cavalli 
e ogni bene posseduto
per spostarsi e alimentarsi…

la voce si fece vento e siluro
in folla e in fila
per trovare ricoveri lontani
dalle loro case di pietra,
e spostasi nei sprofondi
della boscaglia vergine
nelle cave di rena 
di terra e di calce…

nella nonna di cuore
di un figlio di solo tre anni
sola dal padre anziano
salva il figlio
tra le cosce di vecchio infermo
giacente in un letto magliato
dalle sponte soppalcate…

ma uomini
in divisa saccheggiano 
rompevano e scassinano
le loro case
e sequestrano muli asini e cavalli
con scherni e lingue straniere
non fissano non guardano
e sgusciano via…

silvano

 

ONTEGGIO NELLA TUA PIOGGIA

Tra i tuoi morbidi baci
che imparai
A disegnare la luna
dalla tua bocca carnosa
imparai a sentire il tuo cuore…

Tocco,
accarezzo
i tuoi piedi vellutati
nell’ombra lucente…

le tue mani dai battiti sudati
nella luce che fissano,
e nel volo le tue ali mi guidano…

i tuoi occhi appuntiti d’aquila
mi penetrano mi incidono…

la tua bocca
le mie labbra
impararono a conoscere il fuoco
del tramonto orizzontale...

le gambe molli 
di stelo di paglia
ereditate
dall'ossatura d’avena mobile
cereale di vento celeste…

in estesa e intensa battaglia
in un cuore di prato,
poggiai le orecchie
sui tuoi seni rumorosi…

il sangue accelerò
e propagò la mente
la tua rima spezzettata
e arcana di Vezza...

SILVANO 

 

CREATIVITA’

L’Immaginazione del creato
si Strappa 
e libera
l'uomo dai vincoli terreni…

lo elevano 
lo fanno volare
e si libera
dai muri che lo imprigionano...

"nient'altro che",...

lo fanno sognare
lo fanno angelo tra le nuvole…

e libero di pensare
e lo elevano
allo stato puro bambino
e gioca...

silvano

 

HO PERSO I MIEI OCCHI NELLE LACRIME

Non trovavo più gli occhi per piangere
Davanti a quel dipanarsi
Di un tempo 
di una ruga che scivolava via
nel tuo viso di sempre…

era il cuore 
che stava morendo 
in quei gesti d’incenso
mi attiravano in quel cratere
che mi ingoiava lentamente…

ma i miei occhi non si fermavano 
a fissarti intensamente
per andare oltre al tuo sguardo
rassegnato e perso
per volermi chiedere aiuto
per liberarti dalla tua stessa vita…

erano i giorni
superstiti dell’epocale
uomo,
dove non si tornava più indietro
sentivo la tua pelle
svenare nella mia
anche il calore il dolore 
era mio…

più gli anni passano
più quel tuo sbriciolarti
antico ritorna vivo
e rivegeta
nei tuoi stessi mura bianche…

la pischialta dei miei ventanni
di un lavorio forsennato
e serrato tra fischi
e scocchi di cicale al vento
dalla polvere degli albori stomatici…

i miei albori 
di un mondo che si apriva e si consumava
tra le aurore di corallo, 
oggi mi sento piccolo
debole
invisibile…

ti ritiro ti rivedo
tra le viuzze di pietra
e di erba bagnata
con i tuoi ragionamenti 
d’orgoglio e identità
che mi fissavano e mi corrodevano
quell’animo giovanile…

era tra quei sentieri 
tra i filari di uva e d’olivo
che le tue parole ondeggiavano
nelle lunghe giornate cocenti del sol Lione…

in cui trovavamo ombra
nella tua boscaglia
sotto la tua quercia secolare
seduti tra la gramigna
a parlare lungamente…

oggi ripercorro i stessi viali
e ti rivedo tra i sogni
ma mi manchi
e ti cullo tra i miei pensieri
e i miei battiti silenti
e sei sempre me stesso…

silvano

IN QUESTO SOGNO MI VOGLIO SEDERE

Io vorrei fermare,
immobilizzare,
catacombare questo sogno
Questo bellissimo sogno...

Per sentire ancora le tue labbra muoversi
per spegnere i miei desideri
Ma Sento la neve
Tra i miei denti 
Per paura di svanire...

Io vorrei essere il tuo petto
Il tuo cuore
le tue vene 
E il tuo sangue caldo
Che ti scorre dentro...

Vorrei essere
tra i tuoi capelli bianchi
E nelle tue enormi mani
In gesti consueti,
un eterno sogno
E non svegliarmi
Mai più senza te...

E io 
diventassi il tuo cuore,
e tua tomba 
al mio eterno dolore...

la tua fervida carne
la mia fervida carne,
la mia fronte sudata,
fosse la tua fronte.

Tutta l’anima mia ghiacciata tremolante
vorrei che entrasse
e facesse parte
del tuo corpo eterno…

Essere io, 
il tuo vestito nei giorni cupi,
perché tu vivessi in me 
e di me
di quelle passione eterne…

e il tuo vagare
che si consumi cercandoci
senza lasciarci mai…

E perché tu
il mio nome
lo vai gridando
hai rossi tramonti soavi,
rivedendomi nell’acqua quiete…

e bevendo cibandoti,
le mie tristi,
amarezze
che sulla strada mi sono inciampato
e ho lasciato nei rigidi selciati,
portandomi
in cuore...

E mentre io sognerò 
il tuo
tenero corpo soave
essendo io 
e te stesso
e dimorando comodamente in te…

mentre tu perso
mi cercherai nei labirinti vitali 
da Oriente traverso
a Occidente maligno,
che alla fine saranno
bruciati dai loro stessi odi intolleranti
di lividi perversi
e fiamme di morte…

silvano

 

IN QUEL VIAGGIO D’ESISTEZA

in questo viaggio di vezzo
tra la campagna di fiori
e il cuore che si spalma
tra i selciati tristi 
che mi salutano piano…

in una pischialta silenziosa
in un settembre ottanta
tra i tanti 
in cui i lavorii altrui
scorrevano senza tempo
in un ignorare in mio sacrificio…

ero tra i miei pochi lempi
di una adolescenza emozionata
tra i sogni e l’immaginazione
di un solcare tra campi e la rupe
e le curve che si snodavano veloci
in una macchina dai sedili soffici e grigi…

ero li tra cuori emozionati
di un nonno che mi costeggiava
e mi accompagnava
in una nuova vita distruzione
dagli occhi lucidi e profondi…

il viaggio di squarcio e di sole
tra il grigio e l’aurora
di un Abruzzo
di monti e d’ulivi
mi spianava le impervie perplessità
di un dolore che consumava dentro…

li in basso
sotto l’ultimo campanile di pietra,
appicco in una pianura di mondo 
si apriva una vita futura
in un lungo quinquennio solitario…

li a l’ultima curva di querce
in un rettilineo di vigneti aguzzi
di occhi sgranati e lucidi…

e un cuore che si apriva di battiti pieni
in un cancello malconcio
racchiudeva lunghe siepe
ordinate e severe
di bosso e ligustro
e più in dentro ombreggiava fiero
tigli e oleandri rossi…

e alla fine dello stradone
lucente e dai battiti cocente
si innalzava caseggiati 
in quadrato tra i celi
che racchiuderanno le mie libertà mancate
nei miei prossimi anni…

e li fu calvario tombale
di nozioni incubate di dolori
di una rotin consumata
di violenze e abusi
di autoritari di latta…

in fierezze e orgogli futuri
di una vita tra i celi
sì ammanteranno e si inzupperanno 
di quell’alone 
di dolori e cicatrice perenni…

SILVANO

 

IL DOLCE TI AMO 
SULLA NOSTRA SABBIA

Sento ancora i tuoi occhi 
Lucidi e penetranti
Sulla pelle
Che mi prude dentro
Ad un viso cavo
Nell'ombra occulta…

i tuoi solchi sottili
A forma di sorriso
sulle mie tempie battono i tempi
di un cuore vorace…

guardo nei ricordi bambini,
e sei tu che mi ancheggi la vita,
il mio ormai stanco volto,
trafitto dal tempo volato
tra i monti…

Mi grava ancora una clava 
di coraggio Mancato 
in una mia mano
in un gesto tra i tuoi capelli...

In una carezza 
Nel dolce ti amo
Ho l’ombra possente
d’un occulto sogno 
di cullarti
tra le mie braccia perenne....

sei un ultimo fiore sognato
in me s’esprima tra i battiti
Come una rima
Di un’opaca poesia di pietra
non voglio morire a stento
Fasciato dai tuoi baci
tra le tenebre…

ma d’un tratto una lama,
dalla radice fonda e irrequieta,
alzare un dolce canto
dell’ultima carezza
nella mia sera d’incanto…

silvano

 

IL TUO PENSIERO NON E IL MIO

Sconosciuto sei
Non curante dell’io
che guardi e passi
con le tue antartiche convinzioni…

Tu non sai 
in quale desiderio mi cullo
E a cosa guardo,
e cosa vedono i miei occhi…

Devi essere il dannato
Tra gl’inferi
Di colui che cercavo,
o colei che resiste
hai miei occhi…

ho cercavo
solo un sogno
per condivideva le mie pene...

Sicuramente ci conosciamo
io ho vissuto
con le tue idee 
in qualche luogo
in qualche tempo
in una vita di gioie
che si fa pensiero...

SILVANO

 

 

UBRIACARSI PER NON ESSERE SCHIAVI

 

Mi voglio ubriacare
Per essere libero di volare
Tra le parole tra le pagine di libertà
Come un usignolo di vento…

 

Non voglio più sentire
questo orribile fardello 
del tempo inutile
mi spezza la schiena
e l’anima
e mi piega a terra,
voglio essere ubriaco
senza tregua…

non importa di che o di cosa 
Di vino,
di cultura o altruismo,
di poesia o di virtù,
ma voglio volare
e cibarmi di libertà...

Mi voglio ubriacare,
sui gradini di una chiesa 
grezza di parole,
sull'erba verde 
di un prato a tramontana
e fresca profumata di rugghiata
nel mio fosso
di rupe tra i tetti…

nella tetra libertà
di solitudine poetiche
nella mia stanza di rime affettuose,
e mi voglio risvegliate
nell'ebbrezza di una virgola
o in una parentesi d’amore
e voglio scomparire in un cuore verace,
nel vento dei ricordi,
nelle stelle immaginate,
come un uccello,
nell'orgoglio di un amore…

e fuggire,
da ciò che geme,
da ciò che scorre
negli involcri grezzi di società…

e fermarmi con gioia da ciò che canta,
da ciò che parla,
e chiedete 
al vento di ponente,
e alle onde dei mari maestri, 
e alle stelle di guidarmi,
come un uccello tra le nuvole,
con orgoglio,
e mi risponderanno
i schiavi dell’apocalisse
di essere liberi

di ubriacarsi
di vino di vento e di poesia…

Per non essere schiavi
del Tempo,
e ubriacarsi,
ubriacarsi sempre e comunque

Di vino,
di poesia di onesta e virtù…

silvano
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IN QUELLO SGUARDO OLTRE L’ORIZZONTE

vorticosa mente
spugna e specchio ruvido
di occhi acuti
che vedevano oltre l’apparenza,
sapeva ciò che altri 
non osavano
sapere...

In quella gioventù di mente e di cuore
fu proprio una spugna a specchio
di squarci di gola
in un turbine di vagoni solcanti…

fuggivo veloce
tra le colline verdeggianti
afferrando e perdendo 
squarci di paesaggio in corsa...

Poi col tempo avvezzo 
dai grandi graffi aguzzi
s’incisero sulla pelle bollente
e sopra la carne a specchio…

mi sono arenato
lasciandomi travolgere
dal mondo esterno
che vi alloggiasse e vi entrasse
e lasciandomi affossare
nel mio io
più profondo e segreto…

questa è la nascita perversa
di un’anima di dolore,
che nasce nei guadagni
e nelle perdite…

La mente verace
vede il mondo
staccato e autonomo,
e l’anima e il cuore 
che rende il mio mondo
univoco...

silvano
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SOTTO LA DIVISA UN LATTE D’AMORE

In quel boato di disumanità 
Era piccolo,
rotto dall’uovo
sporco e malnutrito,
urlava disperato e perso
tra quelle mura ghiacciate,
il cuore assente e oscuro 
in quella ferocia guardinga di vuoto…

un cuore dentro una divisa che palpita
e tra i lembi di distintivo
di un amore di mamma 
d’istintivo e naturale
ha offerto il suo grembo
di latte e d’amore…

E li accovacciata
Tra i pioli di una sedia gretta e isolata
Buttata lì per caso
Era di guardia 
a quell’ospedale hai confini del mondo…

silvia era li
dagli occhi di lacrime
con i suoi panni lucenti
che il tratto si fece vita
e si sono sciolti e liquefatti
come neve al sole
per un gesto commosso e sudato
di mamma per sempre
in quel suo mondo
d’umanità…

in quel suo vedere
giacente una donna dai lembi di creta, 
da quell’urlo di dolore…

in un quell’arresto 
freddo e perverso e beffardo,
arrestata nel niente,
con un figlio di solo sei mesi,
magro ossuto e malnutrito...

la poliziotta,
mamma moglie dell’umanità
si son persi i bottoni
di una divisa ferrea e severa
e ha preso in grembo
e in braccio il piccolo scricciolo
e lo ha allattato…

in quel corridoio mesto 
di quel nosocomio galleggiante
tra i respiri di una donna che tace
e si spoglia degli inghippi di società...

silvia era sola
che non voleva niente
che si guardava dentro
tra i battiti
di tremori
in una goccia di rugghiata 
per un alone 
d’amore e onesta…

silvano
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IN GUERRA COME IN SOGNO

sono partigiano di stracci e di cenci
vesto come il pagliaccio di viso 
mi guardo nei miei occhi riflesso
ma non amo
gli specchi deformati…

il mio cuore rabbioso 
che nella mente si ingabbia e s’insabbia
dallo sguardo impietrito 
ma il successo chimera sbiadita
con la sua testa confusa 
ora elmo di vita
in un ancora 
difficile da raggiungere,
sono cieco
e non voglio vedere…

La grandezza di culto
E d’istruzione è smarrita,
e sono un partigiano ferito 
la mia guerra di vita è finita
Nei lembi di memoria
tra i suoi denti stretti
In una parola vestita...

io partigiano legato d’idee avvezze
sulla terra cruda e fiorente
con una pietra una clava 
sono tornato,
all'orizzonte sul colle belmontese sannitico 
un sole sputa di rosso 
e guarda la profondità del mare libero...

in un ancora sono salpato tra i steli 
io partigiano 
mi sono salvato a stento
sulla nuvola sono salito 
per un rituale di costa 
Sono partito...

io partigiano sono tornato 
con la testa frastornata è cambiata 
non sono più lo spauracchio
e ho comprato un specchio
e mi ci sono incollato...

ho Guarda me stesso
in faccia le rughe di solchi
e la vita di vene,
sono caduto,
sono salito, 
come un mozzo 
in un pozzo vergine…

sono salito le scale di ventre 
di un paradiso di uomini
in un partigiano di stracci
ho comprato la visiera di specchi 
in un pantano d mare 
e ho imparato a sognare
tra le rime di vento...

oh partigiano di sole
sulla terra spaccata e squarciata
ma senza paura, 
adesso volo...

silvano
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LE GIORNATE DEI RICORDI ANCORA BATTONO

La giornata calda di mietitura
e finita tra i covoni e le stoppie
Nel vociare della cena babina
Le lucciole della notte illuminano
e la luna cresce nel monte brunale
e si scioglie lenta nella calura serena,
tramonta nelle valli e nei canali
silenziosi...

E ‘cosi vivo il sapore di questa terra
ho nascosto e in inciso 
il mio cuore dentro le vecchie spighe
di un fazzoletto sudato
dalle mura assolate
per restare in solitudine
a ricordarmi i ritmi e gli odori...

Come mi allontano
Da quella luna a picco sul braccio
Da un sonno rimbombante, 
L’alba rispunta veloce
Nel gallo fiero
per il salire del giorno
e sulle pietre del pozzo batte
il sole del colle dorato…

SILVANO 
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L’AMORE TRAFITTO NELLA ROCCIA VERGINE

In quell' anima viva e gioconda
In quel misto naturale
I tuoi occhi sferzanti
Dai gesti silenziosi e sfuggenti,
con piedi leggeri galleggianti…

in quella tempesta di memoria,
gli argini appioppati di terra battuta
la corrente vorticosa scorreva via
nella roccia vergine 
spaccata…

il cratere della mia terra verace
prima che il deserto fiorisse,
prima che la mia pagina mobile
diventasse bianca di futuro...

mi hai calpestato e distrutto
l'anima ghiacciata,
con il tuo fuggire via,
nella pioggia d’inverno
in una primavera di gesti,
lasciandomi come un selcio
nelle scale rupe
di un cortile atavico…

sentivo dentro la tua bugia carnivola,
a dipingere il ricordo vano
degli ultimi baci di pelle,
stemperati
dal tramonto rosso pischialtese...

E mi ho cantato 
E recitato versi,
prima che il cuore morisse,
e scoppiasse di te...

e i tuoi occhi,
trafiggessero il buio cavernoso,
di un ventre spezzato di memoria
e i tuoi capelli ondeggiavano
in un viso incantato
nel solco di vecchiaia
in un viso pendete,
e i singhiozzi
soffocassero il respiro faticoso...

insieme
con le ali di vento
nella mia nuova stagione,
dai tuoi rami fiorenti,
raccolgo i frutti succosi d’amore.

Il tempo delle nevi ghiacciate
ondeggianti d'inverno,
il dolore racconta
il tuo nome di porpora,
di un amore perenne...

Silvano 
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IL MIO SGUARDO OLTRE l’ORIZZONTE

io Viandante di ieri
e del domani
nell’aria cocente
sul mare di scogli 
nella nebbia divina…

mi registro la vista
in una polarità di cuore, 
in un alone di mare
di un piano
immaginato di sogno…

in questa rupe blanda
del mio viandante
che contemplo il mio spazio infinito,
nell’immaginario di sogno
mi contrappongo nella materia
vasta
in un paesaggio austero…

fatto di dolci montagne
che volentieri mi perdo
nel suo orizzonte infinito,
fatto di cielo e di nebbia,
nell'opera cupa…

Silvano 
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LA VIOLEZA DI UN GRETO

Americo
con i suoi dodici anni
di cattiveria e d’assalto
in un fendere di sangue verace
in un ventre
di un cuneo materno…

dagli occhi avari
di un materiale sepolto
di pietra corallina
il suo cuore di ventre
di un bisogno greto…

ne era svanita la coscienza 
di chi nel silenzio malvagio 
non ha più la voce
di una società
di fiordi e latrina
di un’adolescenza viziata…

nel pratico
artiglio dei soldi d’invano 
di un bisogno frainteso
di un’anima repressa …

di una mamma di mio
in un pianto desertico
nello svanire 
nel ventre carnoso
che non sento più la voce…

silvano
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MI MANCA L’ARIA IN QUESTA LIBERTA’OFFUSCATA

apri la gola 
vento 
che mi porti l’arbitrio
opprimi il groppo 
di una gola 
che trattiene la voce…

sento le cicale
nel ventre
di una paglia che scuote,
apriti cuore
per le tue lesioni…

li nei mari
di voci cobalte
il dolore si accinge 
dalle antiche memorie
un uomo tace reclino…

uomo dall’ignoranza perbene
dai limiti vissuti
nella barriera delle alghe
sento la sua voce di manganelli…

ero li che sanguinavo di liberta
in ottuso sequestro 
che nega la vita
dove il vento non batte piu…

in quelle latrine di fago
ti trovo ad urlare veleni
ma imbraccio la voce
in un coraggio di vento
cupo
e vedo il tuo viso…

silvano
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LE ANTICHE MEMORIE TRA LE DITA

Quando ero bambino,
tra quei selciati assolati,
gli anziani 
tra antiche memorie
a braccia 
raccontavano antiche 
sofferenze e disastri 
che gli avevano devastato 
la vita e l’Italia...

e gli uomini
cantavano cadauno e basta
e non volevano saper più niente, 
dimenticato di essere uomini
e perdendosi in loro stessi, 
per far accadere tutto quello…

Da quei giorni di lotta e ferite
ho passato.
notte insonne 
per cinquanta anni tra le dita
a studiare la storia antica 
che mi ha inghiottito
tra le mani 
milioni di morti...

Ma non saprei recitare 
sermoni in modo migliore 
che rirecitando 
che gli uomini 
Poveri e perversi
hanno dimenticato loro stessi, 
nei labirinti di loro stessi
per fare accadere tutto quello…

silvano
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GIU LA MASCHERA AMICO MIO

Ha vito
Non gli bastava più niente
Ne protezioni,
caschi 
ne tute da astronauti
per annegare quello sguardo
pungente e giudicante
da indagatore 
degli spigolosi.

Lui vito
credeva di poter essere sé stesso
Al di sopra e al di fuori
del giudizio pendente altrui,
ma quel malefico
occhio corrotto
nell’anima battente,
sta lì a ispezionargli la vita…

vito si nasconde lui
davanti agli altri e al mondo,
per paura dentro,
per l'intolleranza a pelle,
per le cattiverie altrui...

che sente ogni volta
si rivolta
e gli scivola addosso
che si affaccia si espone
alla finestra del mondo avverso...

anziché lasciarsi cullare
e accarezzare dal dolce vento tiepido,
di primavera
riceve una scossa una pugnalata
una grandinata nella testa pungente…

vito non vuole uscire
da se stesso
nel mondo esterno cattivo,
e si crucciola e si benda
nel suo nucleo familiare
che lo ama e lo avvolge
comprendendolo...

si vorrebbe travestire 
in qualcosa di diverso 
ciò che lui non è...

vito 
cammina cammina
per lungo tempo 
dentro di se
e arriva finalmente con coraggio
all'accettazione di sé...

nonostante le parole aspre,
le critiche perverse, 
sguardi pungenti
come pugni
e pugnali allo stomaco vivo...

Finalmente
vito 
si toglierà la sua maschera di timidezza
e urlerà al mondo 
che il suo viso e il suo corpo e vivo...

segnato dalle cicatrici del mondo 
da un percorso non comune, 
e con coraggio e passione
si fa vedere
a quel mondo 
così come è
in lui stesso...

era vito 
che voleva tutto e niente
voleva vivere
appassionarsi
ribellarsi e opporsi 
e amare
e farsi amare…

silvano
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IL MIO TUTTO SONO IO
L’HO GIA PERSO

Ho dovuto ingoiare la vita
Per partorito sola
in una gabbia di ferro
sotto i sudiciumi della terra,
in una Libia nascosta e assente...

voi arditi 
villantatori
che chiamate li giù oltre l’orizzonte
un posto un porto sicuro,
per non vedere l’uso,
in quel posto di carnefici
dove volete sciogliermi,
e rimandarmi per non vedere…

Mi hanno violentato offesa
in quelle carceri di creta,
di sporcizia 
su sporcizia…

e la mia pancia cresceva
tra i lembi di stracci desertici…

La mia fame mi assaliva
Nei muri calcificati...

E sentivo il piccolino crescere dentro me 
Mi giravo mi rivoltavo
In quella topaia di morte
Era l’unico filo,
Di un motivo
per non lasciarmi morire
e liberarmi tra i vivi…

Lo volevo,
lo volevo
per essere viva
e ancora donna
anche se assurdo e illusivo...

Era il mio lampo.
Il mio tassello,
La mia tavola di mare 
In un legame 
con la mia assurda vita…

quel piccolo grucciolo
E' nato sotto la terra buia,
solo tra quegli arppelli
di sofferenza
non mi ha aiutato nessuno
se non il mio istinto di vita...

non Avevo nulla
in un buio
di un cratere umano
poco latte
e dei seni gretti e piccoli,
senza vita e nutrimento…

E' in quel mio grucciolo
Mi ero aggrappata alla vita
Ma mi e morto tra le mie secche braccia
dopo due mesi duri, 
senza aver mai 
visto la luce
e sentito altro che il silenzio
tombale della morte
in quella puzza,
di sangue e di sporco umano...

Senza essere mai vivente
Tra gli uomini
E aver fatto una poppata
che lo avesse nutrito
e saziato per farlo sentire
uomo di questo mondo…

non mi importa più oggi 
delle vostre puerili grida…

tornatene da dove sei venuta!!!
in Libia o nel profondo mondo
del cratere umano
sporca negra!!!

ma il mio io non c'è più…

l'ho già perso 
e non lo troverò più….

E riprendetevi 
Questi sassi ardenti 
Di questa violenza
disumana…

silvano
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SOGNO MIO,
TI TRATTENGO ANCORA
DENTRO UNA GOCCIA D’EMOZIONE

Figlio mio
Con mani irrefrenabili di concerto,
occhi spigolosi e persi,
colombe con le ali d’avorio, 
madonne santificate,
gatti spiritati,
serrature congelate,
pistole arroventate...

sono storie maledette,
pezzi di vita massacrate,
che ti appiccichi sulla pelle
e le porti addosso incise con il sangue...

I segni e le rughe sono messaggi,
sono racconti,
scritti in una pelle venosa
in una lingua segreta,
sofferta sull’anima china…

e queste mie storia 
dà voce
agli invisibili tetri,
e riaccostano parole libere
a forma di disegni di vita,
e mi guidano nel labirinto nebbioso
di una tradizione storica millenaria…

sono antichissime e perspicace
mi attraversano questi occhi di velluto
di un ragazzino illuminato
che sognava nella rupe delle crepe
pischialtese dei sanniti avversi
che voleva diventare un poeta...

E offrendosi al mondo dei libri,
hanno fatto la vita in poesia,
in un capitolo di sasso
in un mistero di vantali
di un’educazione gelida
e solitaria...

figlio mio figlio,
vita travagliata e morente, 
ti portò cieco e muto…

in questo mio ventre carnoso, 
come in un grembo di voce,
con questa mia croce, 
che si chiama vita,

amore non vedo i tuoi occhi
e mi si blocca questa mia voce tremante...

Non fossi mio figlio
Ti affiderei al mondo 
t'avrei ancora sognato
Tra le mie braccia
da figlio a figlio....

Silvano
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E GIA NOTTE E VADO VIA

E già notte e vado via
la gente avvolta dai ricordi già dorme
vorrei volare in altura tra i venti
avvolto dal silenzio astrale…

Un viaggio tra i sogni,
lungo, 
e disteso
a cercare la mia vita tra gli alberi,
di sillabe e di rime…

quando mi impantanavo e correvo
scalzo e nudo
e abbracciavo il sole dorato
dell’alba cocente
del tramonto vulnerabile
Vorrei rinascere nell’uliveto d’olio…

odio chi non mi appartiene
in questa calma solitaria e mia,
vorrei sentire e farli miei,
i miei passi
tra le erbe padronali
leggeri silenti come il vento mattutino,..

accarezzare miei raggi che mi trafiggono
del sole al tramonto orgoglioso e veto
le coccole di mio nonno
consegnandomi hai sogni di primavera...

Vorrei volare tra le mie alture
solo un attimo
solo un attimo
o forse per l’eternità trai re maggi di materia
ma quell’attimo di ricordi mi occorre...

Rinasco nelle zolle dell’astrale
In quel profumo di rugghiata
nella resistenza pietrosa,
quello del sudore 
e della morte bambina...

ma in quel profumo 
di dignità divina
in una libertà vivente e cocente
Vorrei volare tra i gabbiani...

anche senza ali,
ma mi impasto con le stelle lucenti
che mi brillano dentro...

la pazzia risiede in me, 
e nel mio cortile fiorito atterrerò
con il vento di sole…

amore mio
terra divina
Sali, vestiti, impastati,
che ti porto dentro me
nel mio paradiso…

Il viaggio d’arcobaleno
è lungo tra le pendici dell’eterno, 
forse un solo battito
in un solo attimo di serenità...

silvano
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TI VOGLIO VOLARE DENTRO

in questa seggiola
a pioli di ghiaccio
in questo giardino in lutto di neve,
fredda cola a pennelli
tra i fiori di stella
la pioggia piange…

in questo inverno
rabbrivido la voce
mi accingo al silenzio di voce
in una fine di venere...

foglia
dopo foglia cade
a oro di zingara…

ho terra
vergine e vorace
che inghiotti la voce…

dall’alto dei cieli
con questo albero d’acciaio...

in questo amore di giungla
sorridi e ti sciogli
sotto le stelle…

L’estate montana
Tra i colli 
stupita e verace
languida e sognante
perenne…

il giardino ombrato ci saluta
e svapora
tra le sue foglie d’orate
i miei sogni ondeggiano tra le nuvole,
in un bocciolo appuntito
che trattiene la rugghiata…

il colore denso di rosso
delle rose
vive forte
questo amore di cuore...

ma mi aneli il riposo…

i miei occhi appassiti
divenuti ormai palpitanti
e stanchi dei soliti gesti cruti...

silvano
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IN QUELLA CITTÀ
DI VUOTO E CATENE

città solitaria 
e sdraiata sul fiume,
in quella prigione effimera
senza pietà e considerazione
ornata solo da muretti e barriere
fra gli orti di verde...

vedevo sentivo non filtrare parole
un muro di cocci 
a dividere e schierare
il mondo dal mondo…

un tunnel buio asfittico
per far passare scarni bagliori di luce,
schiavi di sudore
a servire i balordi…

e noi figli di questa stella di mare
mi infossai nel niente, 
per la troppa voglia 
di reagire e rinascere 
in quel bordello di vili...

Saltai giù dalle vette carnose
In quella mia stella di mare,
scrutavo e mi avvitavo 
In quell’orizzonte 
di vita furtiva…

In quella foglia 
di mezza stagione
nella tempesta epocale,
non vedevo l’ustri degli avvinazzati 
di rimpastarmi con la mia gente
dei monti di pietra
nei capi d’avena...

mi inerpicavo e Correvo
per i vicoli travagliati
di un passato tetro,
e saltellavo in una gioia profonda
nel prato verde di rugiada...

poetavo silente e attento
in rime che non disturbavano
a chi dorme tra i sogni dei canneti…

occhi bui 
e ventri celesti
a proteggere il cielo di mare
in tempesta...

il nemico mi vieta 
e mi danza sulla corteccia dannata
per le vie imbrillantate
di finestre…

silvano
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ERA IN QUEL’AMORE
CHE MI IMPASTAVO DI RICORDI

 

Spari e i scocchi di cicale
dal torrente che rumoreggia solitario, 
nel ghiotto del profondo
le risate che scorrono
l’anima che prude
nel mio urlo di resurrezione…

 

La mia stella lucente
Che mi intossica sulla sedia ligia

era tempo 
Che non mi sentivo amalgamato
in una terra che strilla
in quel profumo pischialtese,
ma sono lo stesso cortile di selci,
che tamponava le mie vecchie ferite di un tempo
mentre nella valle solitaria
con la gente che geme 
beata Tranquilla dorme tra gli olmi…

La sua vecchia pelle
Di una corteccia antica
Che mi profumava dentro
Le sue foglie sono le mie braccia
D’infuso
Il suo frutto 
e il mio cuore 
di lei…

ero un oleandro 
ondeggiante di rosso
senza spine ne tempeste,
come facevo a non essere presente…

I suoi capelli nei campi di rosso,
come rami
di palma d’ulivo verdeggiante
che raccontava rime
di esistenza e resistenza,
ma ero prigioniero
della mia stessa esistenza…

I suoi occhi a forma di sorriso
In un prato di papaveri fioriti,
come potevo non corrergli incontro
Con una sua musa d’innocenza…

ero la cicala e il grillo
con il sorriso a ciliegia
che era il crinale di verde, 
che mi ci nascondevo dentro,
e non potevo andare altrove…

sei
la mia passione di sempre
i miei orizzonti d'orati
e non temevano rivali terreni…

silvano
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TIENI GIUNTE LE MANI 
SOTTO QUESTO TRAMONTO

Caro sole
In questo sole
Prendimi per mano
È portami con te con il tuo tramonto…

e quando la luce ci saluta
E questo giorno si spegne
e arriva l'oscurità nelle nostre vesti…

E mi fai scivolarmi sulla pelle
il tuo alone di polvere di stelle
e mi racconti la tua novena...

Tienimi stretto
Nel tuo fuoco
E cullami
E aiutami a viverlo
e a imbalsami in questo mondo imperfetto...

Tienimi e appicciami la tua mano
Alla mia...

portami in un tempo senza fine
che non esiste
e non battono gli orologi...

Tienimi, cullami
Stretto a te
Nelle difficolta del vivere…

Tienimi impastami
con la tua mano...

nei giorni affossati
che mi sento confuso e disorientato...

recitami la mia poesia
con delle rime di stelle
con i battiti e voci nascenti
per respirate amore...

e stringimi forte in grembo di fuoco
prima che questi raggi di fato
possano rabbuiarsi
e ti portano via da me...

Tienimi per il cuore
Fammi sentire il tuo calore 
e non liberarmi...

mai...

silvano
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IL TESTAMENTO DI UN LAICO

cara pischialta
di culla e di mare
sdraiata tra gli olmi
quante mani calde, 
ci hanno strette e divise
tra i due diversi, 
mondi di calcare...

tutti i nostri guizzi
di coreografie motorie di passione,
mi mancano e mi passano tra le dita,
mi avviliscono il mio quotidiano
in un animo di attesa dei ricordi 
mai di conoscenze altrui,
ma solo nei nostri polsi…

io sono sdraiato tra le spiche,
del mio alveare
come una culla
mi faccio coccolare
nei miei piedi scalzi…

un mio cenno liberatorio
verso la mia riservata vita 
affettiva passata
tra questi mondi,
un cuore un’anima
che volge a dettato divino
di un sentimento
di cuore 
che alberga in me...

la mia terra arida, 
di questa regione
dai confini indefiniti
ingessata dai primi raggi 
del sole rosso tramonto
che ho indossato per incensare,
elogiare questa vita malvagia e terrena...


Quanto martirio,
quando vagare in questo mondo
dalle valige a cesti e funi a croci
nei fancatoi petrosi
si inerpicavano a monte
per partire a una nuova vita…

oggi attendo rinchiuso 
in questa sfera
di ampolla acquea e plebea
in essenza di peso e materia
inebriato tra le rughe
dei miei sensi 
sono una cripta, che foraggia
gli aneliti dei miei ricordi
sbiaditi e invecchiati...

Spero, 
di poter confezionare 
e appagare la mia sete del sapere…

e poter nuotare tra le sillabe 
di poesie piene 
di coraggio e passione
e dedicarle Voi,
mondo dalle gambe fragili…

silvano
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CON L’ULTIMA DOVIZIA 
CE LA VITA

dietro a gesti consuete
passano gli eventi 
e si avvitano le vite
di parole non dette,
ed azioni non fatte
ci si riparano ci si nascondono
dalla nube di violenza 
che ci avvolge la vita…

ma quella coperta 
dai lembi corti e dorati
non trova copertura
per chi non rinuncia a reagire…

Quando Piter giovane
guarda il nonno
Nei sui occhi grinzosi e stanchi
Con la fronte con i suoi solchi 
Di rughe,
che sorridono vita…

e un quel viso di benessere
di una garanzia perenne
in un affogo di un tonfo
di una malattia perversa…

rimbombavano
le sue parole di fuoco
che tante volte aleggiavano 
e si espandevano
in quel ripetere
finché quell'urlo rimase
un vessillo attaccato alla vita,
in quella stanza astrale...

Ero molto legato
a quel libro chiaro,
che urlava
nella sua pelle umana
grintosa e loquace,
che per un lungo periodo
della mia vita…

mi teneva per mano,
in quei genitori persi
rappresentava l’appiglio
di un vessillo d’esistenza

l'unica persona
l’unico punto fermo 
per raccontare
le mie gioie e disperazioni
con sicura comprensione…

in quel giorno di ghiaccio
in cui si arrese
e lancio la sua pietra all’eterno…

avevo poco più di una mangiata di anni…

in cui nonno mi lasciò
e morì...

mentre lui si incammino lentamente
in altra vita e altra forma e materia
rimasi impassibile incredulo,
non mi rendevo conto 
che tipo di emozione avveniva dentro me,
ma poi la mia mente 
il mio cuore 
si alzarono, si staccarono da me
a un tratto scomparvero
fui assente da me
dal mio corpo,
li rintracciai solo dopo tre giorni…

e in quell’anti riviene
di folle e routine
ero chiuso nel mio ghetto
di dolore e disperazione
e lo guardai e lo guardai ancora
disteso li,
davanti a me
e le continuai a parlare
con sillabe e rime segrete…

e finalmente
una goccia una pietra a forma
di lacrima di sentimenti acuti
si sprigionarono e solcando il mio viso
rimbalzo nella sua giacca cortese
e gli diedi l’ultimo bacio
e volo via,
e da li conservo il suo viso tra i sogni…

 

IN QUESTO MONDO DI STERILI
CI FANNO CAMMINARE

in queste vie tutte intorno
e tutte sopra,
come funi
lacrime in corsa
come acqua prorompenti
giù solcano il viso…

quando il destino
smise di giocare a nascondino con me,
e in queste discese scivolose e viscide,
il freddo mi entrava dentro
come una scusa 
per non sentire il peggio…

in questi giorno di vita
e di cambiò e di colore
e io in quei pochi minuti,
non ebbi nemmeno il tempo 
di guardarmi dentro
e ricrearmi, 
forse l'avrei voluto fare
o forse no
per lasciarmi coinvolgere...

sono solo un'illusione a barriere
in cerca di alibi costruiti,
la verità è cruda e perversa…

la realtà dura e fa paura 
e più la guardavo in faccia
e più mi spaventavo,
basterebbe un solo momento
e lasciarsi andare...

e farci coinvolgere e travolgere 
come l’acqua naturale 
che viene giù da questo cielo di corallo,
per sentirmi vivo
e in sintonia con questo mondo...

M'immagino per un solo attimo
un mondo vuoto e sterile
e risvegliato da un solo
e piccolo germoglio...

questa vita alcolizzata,
in un mondo annebbiato
pieno di tutto questo superfluo
ha dimenticato e ha negato
questo piccolo germoglio 
in questo nuovo mondo liquido 
e vuoto,
la sterilità si fa viva…

SILVANO 
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MA QUANTO VOGLIO,
URLARTI NEL TUO CUORE

non vorrei privarmi
della mia gente di cuore
in un borgo divino...

Andiamo a supplicare le zolle 
Di quell’aratro arso
In una terra di gelo...

Il mio mondo 
visto da lassù 
dai monti di pietra,
era straordinariamente rimpicciolito,
luci soffuse...

che mi abbracciavano il cuore
in case di pietra,
mi raccontavano fiaba di bilie,
la gente stanca cenciosa
beata tra i gomiti dormiva...

Erano arrivati nella mia terra,
consumata
e separata dai lunghi crinali
in un muro di sprofondo
senza orizzonte...

gente senza vita con il fucile tra le mani
pronta ad avvelenare e uccidere 
chi si muoveva con la terra tra le dita…

Tanta luce in un sole cocente
e acqua rubata dai pozzi
alla povertà della vita e della morte
di gente senza fine…

fuoco veleno e polvere di vento
in un armonia di tempesta...

io buio di sempre,
ti spiavo tra la luce soffusa
da dietro ai vetri di finestre soffuse
di un fanciullo sognato...

sopra la stella cometa, 
scalzo e ossuto 
della notte plebea
mi sussurrano in un verbo di un fiore
che squarcia l’asfalto 
che nasce...

Silvano Fantilli
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OLTRE IL CONFINE DI SPERANZA

Fra la sponda Di quella strada rupe
e la tappezzeria reticolata di boscaglia,
i fiumi i ruscelli, scendevano silenti
ricchi d’armatura e d'avventura,
nel crespo alveo della roccia sguerciata,
che instancabile sgorgava
l’acqua
nell'infinita polvere di ricordi
e i miei smisurati sogni
della nostra esistenza
tra l’erba ondeggiante…

Sotto il cielo azzurro,
cullato dal tepore odoroso,
la strada avanzava
dagli alberi immobili silenti
sul sentiero il silenzio
delle foglie volanti e sbriciolate,
che si snodava e si avvitano
fra le case di pietra
diroccate dagli spigoli rigidi
di memorie svanite tra i selci che tacciono
il brusco pendio della valle che trema...

Se non ci fossero avvinghiati
e caduti tanti ricordi
come vespe nell’alveare,
che sui vetri appannati
e luminosi tacciono
in quei tempi dai cuori puri,
che si nutrivamo di fantasie
e a leggere poesie tra i denti,

dove la morte era solo un gioco,
di cui torneavamo sempre indietro…

silvano
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NEL TRIPUDIO SI ONDEGGIA

vita di carta
e di giostra e di figuranti
tutto scorre passa e va via…

mentre ci incanaliamo
in questo silenzio pittoresco
alla vista di una sua natura
incantata uniforme da anni,
abitudinaria costante e perpetua…

un’immagine un’azione dei ricordi
che ci riconduce ad un pensiero
fisso pietrificato li…

che è
fissato nella memoria di pietra,
e crea una nuova dimensione
percorribile praticabile oggi
in un pensiero in un’esperienza di ieri…

Eppure,
in un mondo di giocolieri
tutto cambia vorticosamente vertiginosamente,
nulla e immutato
e immutabile
giusto il tempo di girare lo sguardo
e sono passati intere vite
in giorni di fuoco e di gioia…

e si acculano mesi,
anni di vita,
in una vecchiaia che rotola
vite intere affetti e visi…

che sembrano
ma sono svaniti tra i sassi,
e anche la nostra vista si appanna
si dirada...

ed e giusto così,
penso al mio paesaggio di ieri di cuore
e quello inverdito di oggi
dalla mia casa di ieri
tra gli alberi…

un quadro unico e irrepetibile,
sembrava immutabile
ed eterno,
per le mie tenere età
in un vortice si avvinghia
si avvita si ritrae
e non lo è mai…

Il mare
I fiumi
Portano sempre nuova acqua
A consumare i scogli indolenziti…

il canto soave
si diffonde
come dei gabbiani giovani
al mattino di vita...

Il mare
I fiumi…

Sono un amante in dolce attesa
Di quel soffio di vento
Dei ricordi
Che si impasto di affetti svaniti
Nell’alone dell’oblio...

Il mare in tempesta,
in una notte d’inverno,
tra stelle di corallo…

mi riposo ad aspettare il sole,
ore funeste che mi traballano dentro
ed ore liete che mi attraversano
e mi saziano…

sono assorto come memorabili comete
di vele,
mi osteggiano mi accompagnano
il dolce pensiero
dell’eternità di vita...

silvano
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TU PARLAVI CON IL CUORE MERAVIGLIOSO

I selci calcificati della strada curvosa
Appicco sul monte
Mi arrugginiva la vita nera…

Sto sotto le pendici
Dove l’uomo tace
Gli sventola adagio 
una bandiera sul capo…

In un campo dorato di spighe
una donna suda china
in una nuova vita
di agnelli che belano
appena nati…

il vento mi striscia sulla pelle
nuda e plebea
in un fuoco tra le vene,
mi violenta
tra i prati ordinati...

Un uccello migra,
isolato smarrito,
raccoglie pagliuzze di paglia di nido
sopra le stoppie abbandonate
nel campo a mezzogiorno…

sopra il cielo azzurro di giugno 
gli strappa il fianco di penne,
tutto intorno nella boscaglia di pace…

scende la notte tra le lucciole,
ci sono tronchi sparsi
sporchi di muschio
e l’odore misto dei fiori
e mille querce in fila…

laggiù nel fiume,
in una cava nascosta
tra le ginestre...

Apro il libro di versi
e provo a leggere le sue rime
per nascondermi tra i concetti
mentre lei parla di cuore 
al mio uomo 
ragazzino che ho dentro
ed inizio a sentire
il suo suono emozionato e roco
che mi perseguita dentro…

rialzo gli occhi di nascosto
la guardo indiscreto,
lei non mi vede…

ma mi sente in un alone
i suoi capelli mi avvolgono
sento il suo odore
le sue pulsazioni
ma la mia vita non cede speranza...

mi guarda dentro
con l’Occhio metallico della mente,
in un occhio pungente e penetrante
io mi sdraio tra le primule
di un celo assolato e fresco
la sollevo in una piuma di vento
i suoi capelli mi sommergono
in un sogno eterno…

Silvano
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ANCORA SEI PARTE DI ME

In questo uomo ormai fermo
in una vecchiaia acuta
In cui il corpo non ha più giovinezza,
E ascolto la materia
In una marea di cuore
siamo vicini amalgamati
della stessa sostanza...

mi sono risvegliato
e ritrovato tra i viali assonnati
non sono più un ragazzo...

Vorrei chiamarlo
Quell’io ragazzo e dirle…

nelle volpi bambine
con code incendiate dal tempo
parlano gridavo
pazze frasi sconnesse
tra gli alberi in altura
tra i venti
per il dolore…

mi sedevo per terra
tra i cespugli di cava
tra le pagine
di panchine ossificate…

e sopra un letto di foglie
morbide secche
in un ronzio un alido
ascoltavamo il vento sulla pelle
del nostro cuore bambino…

e nel parlare
Ci assentavamo perduti
E ti fissavo nei tuoi occhi languidi e profondi…

oggi ingrigito,
all'improvviso mi giro
dentro una rozza asettica
piccola stazione sconosciuta
in un giorno grigio al termine
dalle sue luci d'inverno…

ma tu con i tuoi anni
non fissi la voce
non guardi i miei occhi,
ma ti perdi nel mio bacio…

io sono solo ormai
ho l'inferno che mi trastulla il cuore
la vita e una spada
in una goccia gelida e profonda
che scavava nella roccia
del tuo viso
che sembra un dipinto...

Ogni mattina da trent’anni
Mi guardo riflesso,
ogni sera mi assento
mi affosso
in una partenza senza e ritorno
in quelle tue pagine…

e come in quel ragazzo arenato
dai ricordi di vino
non trovo più il fuoco
per bruciare quel volo unitario...

tanti treni arrivano ancora,
si fermano e ripartono dai finestrini bui
la mia ombra ancora la vedo
i tuoi capelli lucidi che svolazzano
sopra la carrozza
che piano sbuffa e se ne va
sento il sale
sulle labbra screpolate
ma in un fulmine scompari…

Io in tanti sogni di memorie ti rivivo
E ti vedo giovane
ancora tra le mie braccia
come in un sogno sfumante tra i bei ricordi...

silvano
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IL NONNO E IL BAMBINO

Pischialda di notte
addormenta tra i rovi
era il nonno e il bambino tra il gelo
mi prese per la mia piccola mano
e andammo insieme lontano
incontro alla vita
in una sera d’inverno nei viali sconnessi
e alberi spogli

la polvere dell’aratura
gonfiava i polmoni
si alzava lontano coi venti
tra i camini pendenti...

e il sole cocente brillava
la luce si chiudeva e si apriva
con l’aurora e i dolci tramonti
intrisi di vita vera...

L' immensità del giallo di stoppie
Di covoni ammucchiati per cinque
Salivano il dolce crinale ingiallito
Dai mesi di mietitura
sembrava interminabile e eterno
fin dove l'occhio si arenava…

di uomini sudati
e braccia strambellate
gli odori tutto d' intorno ci avvolgeva
con un mando di grano secco…

solo il tetro campanile in lontananza
si ergeva fiero e batteva il tempo
che non finiva mai,
e il contorno di fumo in polvere
di trebbiatura...

e noi due camminavano
di un nonno e un bambino,
il giorno cadeva appicco
e stanco nella notte…

il nonno parlava in sillabe indelebili…

e di concetti piangenti
con l'anima tra le mani tremanti,
con gli occhi arrossati bagnati
di lacrime pesanti…

e seguiva i gesti del bambino
che tace
e il nonno ricordava
i suoi miti passati da bambino...

i nonni subiscono gli aloni del tempo
di ingiurie di pelle
e l’intemperia degli anni
che gli consumano la pelle,
il bambino
non distinguere il vero dal ruvido
e dal sogno che volava via…

il nonno non sapeva
come parlare,
per un loro pensiero del domani
per farlo loro
un sogno vero
dal falso ...

E il nonno diceva,
con occhi lucenti e guardava lontano
in questa distesa di grano,
inclinato tra i monti
dai frutti e fiori
alle voci passate
e ai colori del domani
fin dove si perde l’occhio umano…

in questi alberi verdi,
scrosciava la pioggia,
solcava i solchi
cadenzava il ritmo
dell’uomo dolorante
delle stagioni di carestia...

Il bambino riaccese,
lo sguardo triste,
e gli occhi guardavano vita
di cose mai viste
e poi disse al nonno
con voce dilagante e sognante
Mi piacciono le avventure…

nonno nonno ne puoi raccontane altre?

silvano
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IN QUELLA PANCHINA SOLITARIA

Una panchina tra i monti all’orizzonte
di legno sguerciato
dove mi appicco e torno a scrivere…

i miei amori di rime
mi divora un’adolescenza che pesa
che si allunga e si stratifica di miele…

sul bordo velato del marmo ghiacciato,
lungo quel confine che tace…

Mi guardo dentro
Sono vivo nello scatto di memoria,
come fossi lei
che mi abbraccia
davanti a quella fontanella di creta...

silvano
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AMORE ABBIAMO UN SOLO CUORE

In quei cinque minuti
di giungla e guerra
sentivo i miei occhi
fondersi e affogarsi nei tuoi
e nel tuo parlare
e nei tuoi gesti
sentivo il mio cuore
fremere dibattersi…

mi volevo avvolgere del tuo mando
di benessere
in quel sorriso spontaneo
e incisivo
con le mie braccia di ali
volevo avvolgerti
e portarti via con me
e farti sentire
in rime di canzoni
in mio cuore
che non vuole più stare nella sua cavità…

in questa adrenalina perenne
di una tua vicinanza
si risveglia e si consuma
con i miei capelli calvi

che per troppi anni
si risveglia
si soffoca e si trattiene
in un corpo ormai pieno…

ma io mi voglio fondere
e tu parli e senti i miei stessi
ritmi e battiti
per fondersi in quell’amore eterno…

Silvano Fantilli
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MI AMI

In quel tuo sorriso di miele
Che apre gli orizzonti
E i cuori incantati...

i tuoi occhi sono lampade soffuse di candela
nei quali scopro e mi avvinghio
in quella tua stanza infinita
di membrane pulsanti...

le tue dita affusolate
morbide di piuma
sulla mia pelle ruvida
coccolandomi e viziandomi
mi fai diventare tuo…

in quel tuo mondo di spiriti
al quale non vorrei mai rinunciare...

nelle tue labbra carnose
languide di ricordi
mi fai volare tra i tetti
del tuo cuore morbido
e in paradiso ti sento
ondeggiare tra le vene
che pulsano e scorrono amore nell'infinito…

il tempo non ha più ritmi né cognizione
e mi fai mancare il respiro
con la tua costanza mi comprimi la voce...

Silvano 
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NON MI DIRE CHE SONO SOLO PAROLE

le parole ondeggiano nel vento
come gabbiani
con messaggi pesanti e veritieri
che si caricano di nuvole e tempesta
Ballando dentro di me
mi prendono sottobraccio,
mi trasformano in ali
che ondeggio nella pioggia
che cade a scrosci nel vuoto
dai miei occhi di lacrime…

mi avvolge e mi porta con sé
verso una sera di miracoli 
nelle terrazze fiorite di viole
sono come un bambino di vento
che entro in una mano

che mi regala raggi di sole lucente…

in calde estate pischialtesi
mi sento
come stormi di rondini che galleggiano
in un cielo azzurro di pischialta 
ma io valgo migliaia di stelle lucenti
che illuminano il mio percorso
e le trattengo come un tesoro

e mi racconta la vita
di cose mai sentite
che mi fanno girare la testa
e mi fanno dimenticare la dimensione
e il tempo e il luogo…

sono in una pista da ballo
nel vento con i passi
a colpi d’ali
le parole mi sconvolgono 
sono uomo in pochi istanti
e mi riempie d’illusioni
e ritorno alla vita di sempre…

senza niente che rime
di concetti di parole…

SILVANO 
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IL MIO ODIO MI RAMMOLLISCE

in questi inferi di pelle lucida,
l’odio ha la tua faccia,
l’additi come ignobile,
perché lo sai già...

ti imbruttisci come un ominide
che disprezza e dividi 
in razze 
il tuoi simile,
ti metti accanto
con occhi bassi
e grugnisce il tuo odio
represso in te...

te la puoi chiamare intelligenza
o superiorità di pelle,
guardi accusi di buonismo
a chi l’orizzonti gli vuole bene,
e sputi il rancido e amaro pantano
creato dai tuoi spilli di ferite
di barriere avane...

e mastichi rabbia e rancori,
ma non reggi i suoi occhi sinceri
e ti perdi e passa davanti
al tuo specchio di latta...

come una mosca inorridita
ne vuoi accompagnare il tuo cammino,
respirando affatica forzata
e esalando di profumo di morte...

che lasci dietro il tuo mondo di spigoli e bende
e ti richiami in te,
orgoglioso fiero puro
di essere tu solo titolato,
in un mondo di individui 
abbruttiti e diversi,
inneggi il male contro i tuoi fratelli...

crei e governi
imbrogli e sospetti
di chi rubano e uccide stupra,
le tue guerre sempre aperte
senza partecipare...

e ghigni e sputi
quando entri nei cimiteri
che hai riempito di innocenti…

fuggi…fuggi… dittatore plebeo
dai tuoi ossuti occhi
di pagliuzza color trave…

costruite barriere e privilegi 
di esseri che godono lo scguardo
dei tuoi alleati 
che in l'ombra oscura 
hanno la stessa tua luce
e pelle...

come quella che illumina
tutti i tuoi simili, 
e lo stesso sole
che riscaldando le loro anime d'umanità...

anche al di la,
e nel profondo del mare...

Silvano 
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PISCHIALTA VIVE TRA NOI

in una pischialta tra i sogni
e un viaggio tra le nuvole
ci sono a battere presenza,
scendo,
mi infilo
squarcio
con piedi leggeri 
nella mia terra silente e beata...

tra la boscaglia di pioppi e di olmi
si snoda a serpente tra le curve scoscese
una fine strada silente
e hai bordi vigneti e uliveti piagenti
alberi sfruttati da un tempo che tace…

mi guardano e mi chiedono pietà
gli stessi che da piccolo
appiccavo altalene
e inchiodavo ricordi e sogni…

e tutto intorno si trovavo muretti
in pietra secca scalfita
e infrattati da canne
fra i nostri orti di fiori…

oggi vedo sento il deserto
tra i stessi muri rigidi
che dividono il nostro mondo
dal mondo dei nostri stessi padri…

e i tunnel di memoria
che ci imprigionano,
e il nostro divenire di vita
tracciate tra le schegge di fortuna
che ci fanno schiavi
per servire i nuovi invisibili padroni
nati sotto un’altre stella…

la voglia di rinascere
di rivivere
tra i ceppi e i dirupi di memoria
e in altura tra le pietre
mi fanno sentire libero...

mi aggrappo alla mia stella,
per scrutava l’orizzonte
di memoria che tremano di ricordi
come una foglia di vite
tra i venti gelidi
nel mezzo di una tempesta…

non vedevo l’ora 
di risognarmi bambino
per rivivere trai campi
di grano
e vigneti acuti...

e correre tra i vicoli 
battuti dai selciati
e dai bordi di basilico e lavanda
e i vecchietti curvi nei tavoli di pietra
versavano vino rosso
e frittata nella pizza calda dei forni fumanti…

io
in quel mio passato bambino,
che saltello di gioia
tra cuori e sentimenti
di un grumo di case contigue
come anello di fede
per un matrimonio di fratellanza
unica...

silvano
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I MIEI OCCHI SONO AL BUIO

canto 
attento, a questo fuoco,
i miei occhi sono al buio
per proteggere il mio cielo di ricordi...

il mio nemico
mi ostacola la danza nella pioggia
nelle vie scoscese
della rupe dell’incenso e vela...

mugugni dal torrente che canta, 
per coprire la mia voce
da una resurrezione
della mia stella d’affrettò
per adagiarmi sulla sedia di vimini…

non dovevo permetterti
di ascoltarti,
cuore mio,
ma da tempo che non sento,
e mi amalgamavo
nel profumo pietroso
della mia terra murata…

ma per lungo tempo
mi hanno vietato 
di calpestare il mio prato...

il mio cortile rude,
mi tampona le mie ferite
mentre tutti dormono…

La mia pelle incisa tra le zolle
come una palma in tempesta
che non temeva bufera,
come facevo a fuggire
tra i rami di ulivo spogli
a raccontarle la resistenza…

sono prigioniero tra i venti
della mia stessa esistenza
Il mio sorriso a solco
di un rigagnolo
si apre in un campo
di un prato fiorito…

correvo via con la mia innocenza astuta
con un sorriso forzato
tra i marmi pietrificati sconsacrati

come potevo non inclinarmi altrove…

passione partigiana angistrale
di schegge di canneti
che non teme rivale…

silvano
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L’AMORE SENZA TEMPO

In quello squarcio di memoria
Mentre il fendente
si fa lama e spada
In ferite di ieri
E l’adrenalina si fa vita…

Ritrovo la vena, l’occhio
Di un cuore che piange
Nei ricordi che bruciano
Per ripercorrere oggi quello di ieri
Era in quel Mandello timido
che ti avvolgevi…

in quel silenzio cavernoso
di una timidezza boreale
che la bocca respirava faticosamente
di sillabe che non uscivano
e non sprigionavano quello che provavo…

la neve scendeva vorticosamente
in uno strato, in un mantello
rinnovato e soffice
di una direzione bloccata…

eravamo lì seduti, Bloccati,
come due assenti glaciali
ma il mio cuore batteva
e voleva fondersi con il tuo…

ma come la neve
il coraggio scivolò via
in una arteria
vorticosa piena di vita e risvolti…

oggi tra il nostro grigiore
e i capelli che sono volati via
siamo ancora appiccati 
a quegli occhi suadenti e fondenti
che non chiedo altro che amore…

i battiti e il sangue nelle vene
ci chiedono vita nei ricordi
e si fanno cocenti e incontenibili
e in questo nuovo autunno
come foglie si incontreranno 
nel vento e nell'alone dell’arcobaleno…

silvano
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APPICCATO SU QUEL LETTO BIANCO

Stavo li alle costole del mondo
Nel ventre del dolore
Del letto dell’emicrania
Argentato di albori…

I tuoi occhi bianchi stanchi
Mi guardavano e mi salutavano
Mi stringevi vita
e ti fondevi entro la mia mano nodosa
Sentivo i tuoi deboli battici…

Non so bene chi eri
Ma di certo
Una resistenza
Una pietra arcaica
Che mi batti il mio tempo…

Sentivo un pezzo di memoria
E di affetti che viaggiavano dentro di me
E rimettevo in fila
Tutti quei ricordi belli condivisi…

E nel silenzio di un uomo senza voce
Ti mando un addio
Nella rugiada di un bocciolo
Che nei tuoi silenzi ossuti
Troverai la vita…

Silvano Fantilli 
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NELLA VELA HO AMMAINATA LA BANDIERA

mi sono espulso
e isolato nelle pagine ingiallite
di un studiato profondo
delle lapidi carnose millenarie
che volontariamente mi hanno scolpito,
l’anima verace...

da questa terra di fine secolo
mi arranco a questa barca
e spiego le mie vele
e ammaino la mia bandiera di cuore,
in questo porto di libertà acuta...

la mia realtà e fatta di sole
e la mia destinazione e fatta di rose
e la mia vita e fatta di spine...

sento battere ancora il vento
in questa finestra di valle
dove i sanniti sonnecchiavano,
ma vedo il deserto
tra i camini che non fumano…

visi e scheletri che ballano
nella notte che mi sognano
sento la voce
nel temporale che arretra
in quel gocciolio
tra le plastiche di grano…

ero io
in un tempo bambino
che guerreggiavo tra i sacchi
di quel profumo di grano
nel mentre che il boss
serviva vino dei campi…

silvano
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IN UNA TERRA CHIUSA

Tra il sole il vento e la luna
E dai gelidi inverni ghiacciati
Tra il dirupo appicco angistrale di” crotonna”
E il vallone “d r vill”
E su con le spalle appicco al trigno il maestoso
Monte pizzuto s’innalza
La tempra e il fragore
Tra odori e sapori
Si mischiano con il sudore
della condizione umana
di un individuo solitario
e PISCHIALTESE

silvano
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FATE PIANO, E FATE PRESTO,
AMORE MIO

 

Sento un dolore
Che mi Bussa dentro
In questo istanti di pugni,
nella mia porta,
non entra più luce…

 

in ogni fessura di rughe
del corpo stracciato
sento il turbine
che mi avvolge...

accetto,
ma non mi consegno
alla morte 
anche se sento la solfa 
di un corpo spolpare,
e l’assedio mi invade
l’alveare...

Avessi per un solo istante
La lena antica
del miracolo che vede,
e avessi le parole d’oriente,
di un altro colore…

il canto profondo delle narice
in una guarigione che tace
in mani miracolose,
e in una voce che scannella
e che strappa,
ogni spinta orlata,
di distruzione e di morte...

e se avessi io e te,
le parole dei segni,
in una,
immensa pianura di rugiada…

in una tregua di vento,
un bacio,
nel profondo del pane,
in una notte stellata
di luna piena…

a dormire nell'aratura di grano
vicini ad essere globo
e arcobaleno...

a me non esce questa voce,

e a te?

Ma fai piano piano
amore mio,
per ogni
goccia di lacrime…

sento i solchi delicati tra le dita…

vedo una tavola screpolata
pronta a salpare,
da un porto di memoria
in un rudimentale di cencio,
antico e fragoroso...

Fate piano amore mio...

squagliati beviti
in una delicata goccia
nel suo esile battito
e canti,
e ti perdi
per essere ancora vivi,

fate piano amore mio…
fate piano amore mio...

silvano
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NON TROVO PIÙ' LA LUCE

Quella tua luce di luna
soffusa tra i venti
sulla pelle che batte
irradia e penetra tagliente
in quel buio 
di notti sospese rumorose…

ho soppresso altri
dai miei sguardi
colmi di passioni
di misteri insignificanti.

Un intreccio 
di ricordi di ieri e di oggi
senza alcuna chiave maestra
che battono vita...

Memorie pesanti
di sensazioni cocenti
tra i battiti che volano…

interrompo lo sguardo
dai tuoi occhi pungenti
e una pioggia battente calda,
ti solca la vita
e risale le forme carnise
e il tuo sorriso
che mi penetra dentro…

mi aspetti a lungo
in quale posto alloggiarti
in fondo al cuore
di cui non mi interessa nome…

È lì
che ti cullerò in eterno
e lì mi troverai tremante,
amore mio…

silvano
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IN QUEGLI ABBRACCI CULLATI DI STAZIONI

stare qui
in questa altura pietrificate
a disunirti le tue lacrime
lapidarie e marmoree
in questo sacrario di disumanità…

mi voglio riagglomerare
al tuo cuore di zingara,
per non incenerirmi
nel vano vaporoso parlare
dei ricordi tra i venti…

e difficile
è non voglio rammentare
quando siamo nati,

e mi sei nata tra le braccia
dei gabbiani di piume…

tra il fondo calcareo dei versi
e essere figli dei cieli
e di mari burrascosi…

e noi calmi tra i scogli
radenti di schiuma…

voglio arare e farti sbocciare
tra i campi,
e farti fiorire
tra i fiori rossi tra i denti…

metterti la mano
nella fronte che batte
che tace di ricordi
e scacciare vampiri che ci assillano…

e il tuo dolore che batte tra il mio
e prenderti tra le mani
e cullarti in grembo
con i tuoi capelli sul viso…

nel chiarore dell’aurora
e scriverti una lettera
sulla sabbia di vento…

mille volte appiccato e dormito
sulla panchina solitaria…

e appoggiato sulla staccionata
di pioli arruffati di crepe…

nelle stazioni che zampillavano emozioni
a scambiarci il cuore in lontananza
tra le attese di viaggio…

ad aspettare il tuo sorriso sbarazzino
uguale di quando eri bambina
e vederti avvicinarti a me
per sempre
e fondermi con te
nel lago dei baci salivati e carnosi
che sapevano di miele...

Silvano 
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LA MIA NASCITA

in una notte gelida ventosa,
la neve si cumulava
con furie di corsa 
in curve sinuose
a colline verso nord...

qualcuno qualcosa
butto il mio seme 
nel vento gelido
sotto la neve
di gennaio

nei preamboli di vita primordiale
Mi è parso di avere freddo
E sentire già il peso di sventura,
e nel dormiveglia neonatale…

sentivo in lontana la musica
tra i tamburi di vento
dei fiocchi
scendere sui camini fumanti...

Il mattino gelido
Di un manto di sposa o di angelo
E si presenta carnale intimo
Nel fuoco ardente 
Di una fiamma rosso complimento…

Il vapore uggioso condensato
Sul paiolo che sbuffa veloce,
sul tavolo a rete di sagne
come pezzi di fame...

più in la nonno che gira
in un fiasco rosso di vino
il freddo fischiava
al di fuori delle mura calcificate…

e una radio a transistor 
come un armadio 
che fischia e strilla
del generale franco
che chiedeva la grazia
a un papa che non voleva…

SILVANO 
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IN QUELLO SGUARDO FOSCO

In queste alture primordiali
Che si dispiegano gentilmente
davanti al mio sguardo
di possesso e appartenenza
mi garantisce la vita
e mi impastata di speranza e libertà...

I raggi di questo sole
Mi trafiggevano di gioia
Su questo verde
vivido lucente del prato che tace
abbagliante dei miei occhi...

Gli alberi ramificati di secco
Che ricoprono il cielo
i germogli pronti di vita
a dischiudersi di memorie
per rivestire i rami spogli…

e giù nel crespo del crinale
si spiega la collina di foglie
e i delicati fiorellini di primule che bucano
sono tinti a pennellate
di tenui e affrescati pastelli gialli…

L'intera valle
Di natura fresca
Dai dolci venti
Di tramontana...

era un pentagramma
di crome e biscrome
di colori cangianti e vivi
che mi variavano e mutavano intorno
seguendo in mio occhio
di umori frastagliati
di sensazione del cielo…

ero rapito avvolte
e impastato di odori e sapori
dalla mia valle funeste
in quello spettacolo volevo morire
sorridente tra i fiori...

in una stagione che nessuno voleva
di luoghi assenti
dove nessuno voleva più calpestare…

Al solo pensiero
Di disgiungermi mi si strinse
il cuore e l’anima
e dovetti costringermi in una violenza
e riprendermi il pianto
che mi assalirla di fosco...

i miei occhi si strinsero
in un manto di emozioni
e di raccoglimento acuto
per riacquistare la mia padronanza
di esistere nell'ottimismo
e non farmi sopraffare
dalla sconfitta e dal tormentavano…

mi immergo mi impasto
d'angoscia profonda,
sento delle scosse
impercettibili e involontarie
sul capo pesante
e mi feci abbracciare e sommergere
dal letto incuriosito...

SILVANO 
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QUANTE VOLTE MI SONO MORTO PER LA LIBERTÀ’

oggi
troppe volte mi sveglio
agitato e presto, 
ma stamattina nella valle, 
di un letto incantato…

mi si è aperto un varco sguerciato
nel cuneo verace
di memorie fine e pungenti
e mi son messo a guardare lontano
nei ricordi di lividi 
che bruciano sulla pelle che tace…

nello Stretto di pensieri martellanti
e ho visto sentito
una barchetta un legno
un assillo per traversare
questo mare 
dalle acque agitate
che possiede una sola luce
accesa per me all'orizzonte fugace...

ed ero li
nel mio essere ragazzo
Steso sul selciato tra i manganelli
Che schizzavano violenza e sangue
e il mio amico
Dallo sguardo sgranato,
chiamava… chiamava…

a gran voce boata 
morta e sperduta
nelle fredde cime dei colli imbiaccati
attorniato e impastato 
di diritti svaniti...

e io continuo a chiamarlo
sui fiordi terrestri dei fumogeni
che girano e si alzano lontani
ma il giaciglio
di un grumo di cenci
si sono rannicchiati…

intorno sguardi vili
in visiera imbellettati
che si accusano a vicenda…

ma il mio amico
il mio amico…

lì tace senza vita
nell'incuria e nell'indifferenza,
muore tra i venti
per una causa mai vinta…

E apro ancora oggi
le finestre contro vento
E sento il suo alito caldo
È tagliente
e che mi fa godere 
l’aria fresca di libertà...

in Questa manifestazione sanguinaria
di tanti anni or sono
la trovo ancora pungente
e rivedo in me
intersecato il suo sguardo
morto per una libertà
che oggi mi viene negata...

Al pari tanti altri
Quanti miei e suoi
amici…

Non riescono a capirle a godere,
Fino a stamattina tra i bronci
Tra i dolci caffè fumanti...

Silvano 
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D’AUTUNNO MI VESTO

In queste chiome argentate e vitree
Di questo viale infogliato bruno
Con i piedi infangati e le mie mani
a fili di lana tra le rime d’amore…

Di questo bosco di grumo di sasso
d’autunno infatuato
di ribalda nel secco malessere
di nostalgia...

mi faccio dominare d’altura
nel buio annaspo,
sogno le ali di quiete…

non sento natura
tra i battiti d’uccelli
mi desto nel sogno vivo...

E i raggi di sole che mi infilzano sangue
nei sentieri arrossati dell'autunno che tace
entro dentro un raggio
e mi sento calare con il giorno…

mi illumino e guardo
con gli occhi del sole
e intorno tutto bieco…

e pieno timore
cerco in esso il sapore
della trappola
che ride di nascosto...

silvano
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MI AFFACCIO DI NOTTE

Attraverso la nebbia 
sì squarcia il sipario
e corro incontro alla luce rarefatta
e accarezzo le forme magiche 
Con gli occhi…

mi scivolano addosso 
e mi impasto di colori
sulla linea mi trema la mano
come un fiume in piena impetuoso
gli orizzonti sono sbiaditi…

sono vino
come una polvere avvampo
la luce
dall'odore familiare che mi stinge
lo annuso lo faccio sapore,
lo sento nelle vene acre
mentre silente resto
a gustare e ascoltare i miei battiti
e l’universo che mi strilla parole...

l’emozione non si riasserena
torno nel mio corpo estraneo
alle mani tremanti 
altre puntellate di silenzi
e pennellate di colori
mi affollano di malessere…

dico alle braccia tese energiche
da un pugno perso
di sollevate le ali di un gabbiano
e di notte mi recito un bel canto
dei caduti 
alla luna che tace…

mi avvolgo
di vernice di rossa sangue
come la libertà
e i ritocchi amari
dell’alba dell’usignolo
di un uomo stanco di meraviglia...

Sulla soglia pietrificata dell’oblio
dell’invisibile infinito 
mi si gonfiano d’impulsi…

silvano
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IL MIO CLIMA MI TEMPRA

non era la mente di un istrione
ma un faro,
un fato,
di un clima tra la pelle
a un’esistenza travagliata
che si appiccica
nei pori primordiali e vitali…

Il barometro vitale agiva su di me
come un destino segnato
dalle montagne del gelo…

la sensibilità era forgiata
il meteorologo era chiuso in me,
era intensissimo,
ed ero sofferto e indifeso
nel variare delle luci soffuse
e delle temperature avverse,
scorgevo in me stesso
una debolezza avversa radicale
non avrei mai saputo liberarmi…

mi modificavo con il clima
aveva un'influenza mi impastavo con lui...

Non sopportavo
Climi diversi
Di dove ero nato,
dove per anni ho abitato
costretto a condividere....

Allora, per il resto della mia vita,
emigrò nel mondo
di terra di mari e di laghi
trovavo nemici e avversità
micronizzato nella nebbia,
nelle nuvole che aleggiava nei tetti,
l'umidità dell’aria pesante,
il caldo che soffocava,
e solo il freddo,
mi dava l'assenza di me e della luce…

Non mi rassegno dell'inimicizia
della natura avversa
e il cielo di cappa,
e in una tenaglia
mi stringevo e mi soffocavo
la gola e testa,
mi impedivo di respirare voce…

e il pensare liberamente,
e di sentire cosa provavo dentro,
e scrivere rime libere e profonde,
e di camminare tra i prati...

La mia vita si inerpicava
diventava avversa e tragica,
come se fosse petrolio tra le vene,

Ancora una volta fuggivo tra i sogni
e poi di nuovo rifuggiva tra i miei angoli
a caccia di quel freddo secco
della mia tempra
solo quell'aria mi stimolava,
e mi permetteva di esprimere
e poetare rime di vita....

silvano
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LE MIE MANI COME RONDINI

Ora taccio chino
In questo manto di vene
In questo gradino di crini
dell’indifferenza oscura dell’umanità,
sono stato bambino spezzato
e pietrificato tra queste pieghe...

Ho avuto passioni
e sogni da spendere tra queste mura,
confusi ormai dall'assenza
del puzzo imbecille sì e pietrificano
su uno
che oggi più di ieri vi frana addosso
per gente che tace…

Dov'è quel buio ignorante
D’aloni e di caffè fumanti
ad avere
oggi mani tremanti,
lei ondeggiava leggera gentile
i sui passi si inclinavano nel vento
tra i vecchi vicoli di creta...

La fata e una farfalla
Ora irrequieta
Scomparsa neutralizzata
Nelle pieghe delle sere vocianti
sono fredde e gelide
quei porti tesi all'orizzonte
sulla testa che tace...

Ti guardavo negli occhi lucenti è brilli
Ma eri fuggitiva,
da quella realtà dimezzo
a calci e piedi nel fango…

E in quella polvere vaporosa,
che ti amavo accarezzare...

era un solo pallido ricordo
di rughe e cicatrici
ma mi siedi accanto a mente viva
qualcuno passa di li
tra le foglie di rosso sbiadito,
un ricordo una moneta
rotola nei selci
come una tintinnia di vita...

il farò ci saluta nel vento
e appare sopra la nebbia
e io non ti rispondo…

amico mio
Come farai ad assolvermi
Di queste veste volanti…

silvano
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AMICO MIO 
SONO ANCORA IMPASTATO 
DI QUEL BALLO

amico mio
ti ricordi tra i cenci e cocci di memoria
quanto tra i selci dei vicoli della rupe
sputavano miseria
tra i muriccioli di gigli e basilico
trovavamo la vita…

in quelle scarpe rattoppate
per il lungo divagare
tra il grano dorato
e i prati a guerreggiati
con lo zio sep sognato…

e su veloci
nella sera grillare
per un ballo un raduno
per vederci aggomitolati
nella paglia di chi non ci negava…

e li in quella pista di zinco
che solcavamo pavimento ruvido
e tutti intorno occhi crudi e pendenti
che analizzavano bisbigli
in coltellate di fuoco…

oggi in quel deserto tra le foglie
sento ancora il polso e il cortello
di una mano che diventa fendente,
ma tra morti e avversità quegli occhi vili
ne han fatto cenere…

e noi arzilli in cravatta
siam poeti e cantanti
di novena per dirli addio
e in quei fanghi li abbiamo lasciati
tra i fiordi e le latrine
e con i loro occhi lacrimanti…

silvano
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LA VENDEMMIA TRA I VENTI

noi su queste cime argentate,
di sole e di vento 
arrossati di foglie
di fine settembre di carta
arrivano folate di vento
gelido e fredde...

Il cielo azzurre di sempre
impallidisce tra i vigneti d’uva
e si riaccende nel nero
dei chicchi sanguigni...

Quasi assente
Il sudore che scorreva lento
Di una voce radente
Tra i filari di ieri....

Bisogna essere impasto di zolle
Per sentire l’odore del mosto
Sgorgare tra il dolce dei denti

Ero bambino…

e la luce trafiggeva sano
e il ventre seccava
per accorgersene e bagnarsi di lava...

Chi vede tutto questo,
sa che ha la lena
della stozza ruvida 
che gli brucia 
nella mente di un autunno
che arriva e impaccia...

silvano
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DOVE HO LASCIATO IL SENSO DELLA VITA

sono smarrito nelle pozzanghere di vento,
camminato a piedi stretti
per anni ho sognato le ali
inseguendo un’ombra grandiosa
di progetti indecifrabile
ma oggi rimane solo notti oscure,
senza luna,
ne lucciole….

Mi sono svegliavo su questa rupe
nel mattino amaro
sempre più lontani i dolci ricordi,
e mi alzo appannato,
dolorante di stanchezza,
e inseguo ancora la musica
delle tue parole di ieri
che porta solo il tuo nome…

Aggrappato al sogno e desiderio
di un incontro di vino,
sono leggero tra i venti
le mie scarpe sono annerita,
sono spoglio di ricordi
e accorcio i miei passi lenti...

ho perso le ossa di sasso
del midollo indolenzito
e ho lasciato la vita abbandonata
in qualche spigolo di mondo
forse tra le pietre sannitiche 
a battere il tempo...

SILVANO 
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LA MIA SOLITUDINE IMPASTATA 
DI TERRA E DI LENA

tra il leppo di rupe
si schiudono le vette nude di roccia
i pensieri si alzano
come scalpelli nella roccia viva…

entro nel vivo 
di un cavernoso suolo di silenzio
e nella cruda e scura terra
trovo la mia ragione
viva e tagliente…

sono parte della tempra grezza
di una terra dimenticata
tra la boscaglia mite solitaria
ritrovo la mia voce…

sento voci che si incubano come pensieri
distaccate disobbedienti
e fuori da quel coro di nullità
ma io con le mie ali 
vi osservo sereno…

nel cuore di una zolla ghiacciata
sotto la neve a nord tra i quattro venti
che batte scura
nell'angolo di roccia
dove il carattere si snoda
e prende vita
tra l’arcobaleno…

in solitudine nel cupo della notte
trovo la verginità della libertà 
vera e feconda
che volano nozioni 
e si fanno nutrimento…

nella terra grezza e severa
di un amaro e sterile antico
trovo e mi impasto della sua stessa lena
io grezzo solitario di montagna…

tra le nevi ghiacciate
tra i ghiacciai crudi
che spiovono appicco sul mare
spunta il fiore
che irrompe coralli
che non trova alleanze
ne amici e con un gabbiamo
si snoda e se ne va…

silvano
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LA MIA SOLITUDINE LIBERA

in quella mia solitudine divina,
e in quella felicità di curve
e sinusoide di pensiero,
inseguivo perverso e appeso
il fantasma di ventre
in una cavernosa tristezza…

Il tempo scorreva lento
Tra le polveri e le foglie
seghettate di verde
e avevo congelato i ricordi…

in un cuore irrequieto
e sepolto tra gli alberi
e in una tonnellata di neve
glaciale soffice a collina…

aspettando e soffrendo
di un flusso gelido
nell'anima tra i denti…

Silenzioso appartato guardavo
il cielo blu e rosso di sera,
e gli abissi della cavernosa mente…

mi impastai di ricordi
raggomitolandolo in una rima,
di una poesia in gola
mi spinsi più in la della barriera concessa
di una sola parola venosa,
per giurarti amore...

mi isolai in una cura
in una sensazione
incredibile di un mondo
che il resto divenne nullo...

mi sciolsi in una metamorfosi
di silenzio,
ascoltavo i battiti
e i brividi rugosi
sulla pelle vigile...

Possenti e cavernosi respiri,
nell'aria gelida
accarezzando attimi di follia
e un’estasi viscida di petrolio,
un’attesa
un essere
mi divorava
dai giorni possenti che passavano...

Le parole cadevano
volavano leggere nel silenzio vigile
come piume morbide volanti
nel vento di pischialta,
e il silenzio piatto dell'anima
che taceva…

oramai nelle linee sinuose
si inerpicavano pensieri e ricordi
persi da millenni di voci di storie vissute…

nell'avventura di picco e di rupe
fine in fondo al fossato
di un mormorio di fiume...

silvano
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CI RITROVIAMO TRA I DOLCI VENTI NATII

ero lì appiccicato e marmoreo
nel tuo sguardo luminoso e perso
e squagliato nel tuo sorriso
Come un dolce canto di vento,
come sentire tra le rughe 
la tua mano leggera
che mi accarezzava e sfiora tra l'erba verde
come un tuo bacio
che ondeggia nella rugiada...

ti leggevo nel profondo,
di un silenzio di sole autunnale
eri una poesia aperta
che mi entrava dentro
mi attraversavi
e mi saziavi
che saprei riconoscere tra mille...

Mi corrodevano quelle parole soavi
E si impastavano di adrenalina verace
E le fissavo dentro 
Come il sole con i raggi filtra calore,
e li tra l’olmo e il vigneto 
nella stratungola pietrosa
in tuo sguardo di braccia
ti rendeva romantica leggera
come una farfalla...

Mi parlavi con sorriso tra i denti
Malizioso e pungente 
e mi aguzzavi con quel tuo occhio 
nascosto e coperto tra i capelli
liberi volanti...

mi ha cullato il tuo corpo
come una nuova poesia tra le rime,
mi addormentai godendo
nella tua dolcezza
e mi sprofondai nelle tue dolci carezza…

SILVANO
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I TUOI OCCHI HANNO IL VOLTO
DELLA MIA LIBERTÀ’

Con quel sorriso che hanno le mani
Delle tue dolci carezze
E il tuo sguardo sinuoso
Di occhi che mi brucia e mi buca
E mi squaglia nell'emozione adrenalinico…

Io in quel tuo libro poetico
Che porta il tuo nome
Mi ci voglio buttare
E impastarmi tra le righe
E diventare le tue desinenze…

Ma non sono prefazioni
Ma versi scritti col sangue e col cuore
Per entrarti dentro
Nelle tue pieghe profonde
E diventare i tuoi battiti
Per dirti che ti amo
E ti sento in ogni angolo
Del mio cuore…

E prenderti per mano
E solcare i verdi prati
E tu come una libellula sei
Il più bel fiore
Del mio continente…

Più in la tra i pioppeti di filato
Si alzano gli aloni
Vaporosi di cuore e di spilli 
d’angeli leggeri
Per diventare l’arcobaleno
Di quiete e di pace…

Si il mio cuore
porta il tuo nome
E per troppi anni scivolati e troncati
E oggi tra le nostre rughe d’esperienza
Il tuo nome diventa il mio
E sfavilla come un aquilone di stelle filanti
Nei nostri cieli azzurri…

SILVANO 
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NON SENTIRTI BATTENTE

Non ci sono tra queste mura
A strappare pagine di vento...

Non dormo tra i vecchi dolori
Che mi percuotono dentro...

Io sono tra mille venti di sale
che soffiano incenso
in questa aratura d’inverno…

tu sei un diamante
nella neve che copre silenzi,
e sei lucente a splendente
sentimenti
che spunti tra i denti...

tu sei il mio raggio 
di luce del sole che filtra
sul grano dorato
della pianura stante...

e Io come la pioggia 
gentile che scivolo sentimenti
giù per le tue forme ti sento
e in attesa di primavera nascenti…

al tuo risveglio sono li
in mattine d’aurora,
che tu tranquilla tra i guanciali
mi senti,

sono il tuo usignolo
che canto melodie
di uccello libero,
tra i tuoi pensieri mi senti...

tu sei la mia stella
che brilla di costellazione di luce
in una notte cadente
a picco sulla mia finestra di neve
che tace...

un giorno lontano tra i canneti
di pozzanghere vile in altura,
non avvicinarti tra i veli
a impigliarti
al mio vessillo di tomba
piangendo lacrime di sasso...

io Non voglio essere l’eremo
d’inganno di sentimenti
persi...

Io sono e sarò qui tra i venti
Di ponente di pioppi
A battere primavere
Di fiori radenti...

silvano
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IL MIO BUIO SI FECE CAVERNA

In questo risveglio di brace
In questa graticola,
mi tace
Fui legato dalle sue mani 
all'eremo,
di tavolo rovente 
e lei mi fissava cocente 
con un’eccitazione di sempre...

in quella penombra buia
squallida perenne
in quel posto di confine…

mi compresi,
mi opposi
dai suoi intenti di forza
era già li distesa mugolando 
dagli occhi bianchi di buio…

il suo piacere perverso 
già sudavo,
e mi preparai malvolentieri
e i suoi occhi di sangue e di violenza
in una grande nottata d’inverno...

Si posizionò a tutto peso 
Da mani forzute
sopra di me
e sorridendo e beffarda
cominciò a baciarmi a muso stretto
sfoggiando di lingua
trafisse i miei denti bambini…

con tutta la foga di sempre 
fu maggiore di danno,
mi sentivo perdermi, 
e prendermi di forza 
dalle sue gradi mani ossute
e strusciarsi come un animale malvagio 
contro il mio corpo esile bambino…

e soffrivo con lacrime vane…

i miei occhi bianchi di male
giravano involontari tra muri di silenzio
ma tutto era buio…

nell'accorgermi del tombale presente
solo le corde erano amiche
che mi legavano e mi stringevano…

l’anima di puzzo
in quel sesso femminile estremo…

e il tavolino ancheggiava di scricchio
e non poteva permettersi 
di stringermi di fianchi,
ma continuava ancheggiando
sul mio corpo di dolore bambino...

lo spigolo si spiano
in un’arma di taglio
e il travaglio di occhi bassi mi sfuggi
ma lei non curante
si alzo e si innalzo di veli
con occhi profondi e involontari
e si evaporarono lontano…

e io tra i giacigli puzzosi 
del suo falsario di natura
rimasi li a crepare di lacrime di sale
dei dolori bambini…

il perseverare non contuse a ragione
e mi rifocillai di ragione
e ripresi forza…

in una giornata gelida asciutta e Tranquilla
e io giacente di vergogna 
di un corpo umiliato…

con occhi ha tracollo e bassi…

e mi allontanai,
e per secoli il mio buio 
si fece caverna e amico di vita...

ma sento ancora quella pelle
appiccicosa di mio
e quel puzzo d’orrore bambino…

silvano
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SONO LIBERO E SEMPRE MI LIBERO

Sopra quell'immane secolare
In un vortice tripudio cosmico di baci al vento,
percorro e scorro parole tribolate
in una aspirale di tempo bambino
che si avvolge tra i capelli e si svolge tra le rughe ingrossate
attorno e intorno di una centralità
dell'Essenza viva
dell’essere reazionario…

immobile mi inchiodo nell'opera perfetta
del mio Mistero tra i monti,
sono nell'eterno attimo miracoloso
la mia figura durata nel tempo dei ricordi
ho bisogno di estraniarmi
staccarmi e stendermi a osservare
per un divenire di una mia logica...

La mia Non esistenza reale
anticipa l'esistenza di pensiero acuto distaccato,
nel mio contenere abbracciare
le mie indefinite potenzialità di sguardo
saranno fecondate e fertile
dell'Essenza viva...

Al centro d’indirizzo
la mia Intenzione,
la mia passione,
in una Libertà assoluta,
di elevazione
in libertà senza poteri
che non trova contraddittori nei rivali...

Io partigiano,
antico di un tempo presente,
accarezzo e coccolo
la incubo nella vita degli esseri simili,
mi sono affidato il compito
di rigenerare la libertà.

ma voglio il bene
di queste creature ingrate dell'universo attivo
che non ringraziano ma si sovrappongono,
alla sottomissione di specie,
ma voglio far splendere
la mia luce di libertà tra gli uomini…

io perverso ribelle
libero e libertario
come una religione,
un vessillo in una bandiera libera,
di libertà
e mi urge l'obbligo
di assecondare e condannare la perversione
di una legge incompresa di oppressione...

voglio essere il rigeneratore desistenza,
e considerarmi emarginato
in una ridottissima angolazione estremista,
di esseri
che riconosce e lotta
per l'inevitabilità della propria coscienza
libera e democratica...

Silvano Fantilli 
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MA PERCHÉ ?
SIAMO COSI PASSIVI

Che m'importa dell’erba stagna
Che viene dal passato profondo
in quanto trituratore di passato…

Non vi accorgete dell’onda di fumo
Anche se io piango, sulla rottura di rupe
di una mia tradizione, di coscienza,
è sono fatto d'avvenire
e che penso di notte.

Quando vedo sento marcire la lotta
in una radice di rabbia,
ho pietà di uomini
di fiori distratti,
che inutilmente seccheranno passivi
e il domani respireranno a fatica
tra gli alberi senza linfa alcuna...

SILVANO 
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ERO LI A SORSEGGIARE 
IL VENTO DI MEMORIE

non mi trovo più
a sorseggiare il vento
tra i camini che sbuffano
in terra gelata…

il chiacchiericcio d’inverno
si trova intorno al boccale
nei cammini ardenti
l'identità orgoglio e nel vino
e dalle mani screpolate dal freddo
di essere un uomo tra i monti…

ma sono solo marionette del domani
hai confini del monto
in quel grumo a grappolo
sprofondati nei pozzi secchi
di una ricchezza semplice e avversa…

tutti parlano
in un silenzio nel vuoto
e una vita fra tanti
in un continuo copiare…

sono sempre stato impastato di memoria
in una tempra contadina
arricchito di cultura
con pantalone color terra 
e rotti di fatica
e cervello rivestito di nozioni tra il verde…

mi volano le foglie
e mi contornano gli uccelli
senza incidermi
sento dal didentro parole
svaporate e prive di contenuti
espresse come badile
nei selci stretti persi…

ero sempre li taciturno
amaro come la mia terra
dagli occhi puntigliosi
e una mente raffinata
che sapevo cosa elaborare…

SILVANO 
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HO RITROVATO LE MIE RIME
IN QUESTE STRADE

Quel sole ci aveva sfiancati e sfiancati
Di quel vivere antico,
resi lebbrosi tra i campi dorati…

ora in questa nebbia 
mi placa di ricordi,
mi fa rientrare in me
in questo essere rimbombante...

Le mie finestre aperte sui prati
sono come finestre chiuse sul mondo
e riaperti in questa nuova anima,
non offrono immaginazioni
ma solo tende di verde
che apre un orizzonte che tace…

È tempo di ricordi 
Per chiuderle di mondi e tempi vissuti
e riscoprire la mia vera casa
dei nati e degli averi
per cnocciolarsi per la morte…

ho attraverso molti autunni di silenzi
e ritrovato le mie strade deserte ormai,
in una concentrazione matura e densa,
in una solitudine convinta e calda,
in una meditazione solitaria...

silvano
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DA SOLO NEL CIGLIONE

Sulla vetta del ciglione,
appicco sul vallone
fatte di sfitte di pietra
dell’ultima mia propaggine
di quella collina a scivolo sul monte
a est dei ricordi incoronati…

Rannicchiato come una Cardarella
quasi fetale sull'erba che tace
sotto quel pioppo di sprofondo
io solitario con occhi persi
la mia valle domina ancora...

Il pioppo scheggiato dai tuoni
E falciato dai lampi
Come un custode veglia,
lo strapiombo ancora
il pioppo re verace,
e padrone del borgo
di quell'ultimo orizzonte assolato...

in basso tra i sassi
la valle di acque e di fiume
di stratungole volgari e sannitiche,
risaliva e riaggomitolava giravolte
lungo il crinale di vento…

mi soffocava il sapore di zolle
in una miseria di sfiato,
mi sentivo tumultuoso
e arrogante e spigoloso,
in questo inferno risalivo
lungo la vita gretta e perversa,
e in cima mi siedo
e la guardo sfinito,
triste e perso di fatica...

Il vento mi spingeva forte,
e accarezza l’erba sulla,
bassa a scivolo,
e mi faceva fremere di bollore
il mio corpo di guercia
mi si alza un alito leggero
e rinfrescante tra i capelli...

Il silenzio mi avvolgeva,
mi pervadeva e mi penetrava
e il mio corpo,
libero mi spinge
verso sogni lontani
e mi eleva verso orizzonti
leggeri e puri...

Per nulla al mondo
Sarei disposto
ad arrenderei o cedere
questi momenti solitario e liberi,
di serenità e di pace
dentro il mio animo…

di travaglio
creativo e intellettuale e fisico,
di quella purezza nobile
ritrovata tra queste alture...

e in questi secondi ore meravigliose
che solo qui tra i miei deserti scorgo
la mia essenza di vita...

Ma solo ai compimenti ci giunsi...

silvano
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IN QUELLE MANI SORRIDENTI C'ERO IO

Eravamo li in quel tempo lontano
Mano nella mano
A solcare e arrampicarci
Lungo il crinale di fango
E a saltellare pozzanghere…

E a farci coinvolgere dall'aria mattutina,
dai primi fumi pigri
Sbuffanti dei camini mattinieri
E noi ragazzi primordiali
A lanciarci sguardi pungenti e silenti…

Tu sprofondata nella tua sciarpa beige
Come coccolata da cuscini
E io guardavo tremante
Mi ancheggiavi 
Mi parlavi dei venti…

E cerano giorni in cui la tramontana
soffiava e radeva forte le chiome
dei nostri alberi si piegano a tramontana
in quella volontà di clima.

Tutto si muoveva,
Le vene zampillavano...

Le nuvole bianche cantavano e correvano
veloci a sud, e lasciano
sprizzi di spazio blu...

La brezza gelida spoglia 
In quello scorcio di cielo
con aitante ci veste
di una vigorosa pasta
di ventre...

in quelle mie notti tombali
dalla coscienza limpida e incosciente
me le guardavo e me le cantavo
tutte quelle stelle,
per sognare quale eri tu,
una per tutte...

È in tutte quelle notti sognanti
che tu ragazza sedevi sola
sul terrazzo a ponente,
che nel profondo mi consumavi
come sigarette e pensieri dirompenti,
e tu avvolta nelle dolci vesti
e io in una coperte merlino
ed ero intriso d’incertezze...

Guardavo su nel viale 
A punta nell'oscurità,
radente e rara, ogni luce di te…

e li nel confine estremo di un’aria
carente di virgole
mi accarezza la pelle gelida 
scoperta tra i venti...

i miei Brividi salivano in estremità
nelle braccia crude
e lungo la schiena avversa...

Sono 
piccole scosse di te
quel tremore 
che invadeva e percorrono quel mio corpo rigido...

e la vita si scollava...

e nell'immensità del buio vuoto
e delle traballanti piccole luci lontane,
i fremiti e i pensieri erano presenti e vivi
in quella voglia di partire da te...

e mettermi nella scia 
e seguire il vento fragoroso
in una valigia di sorriso spaesato,
e infondermi nei tuoi profumi
e in pennellate di colori 
e come una lancia un aspirale
e attraversare i tuoi occhi
profondi di mani e abbracci...

silvano
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NELLA TEMPESTA
MI SCIOGLIEVO DI SALE

Ero li a farmi risucchiare
nei lobuli oscuri dalle zolle
di fumo e petrolio
della terra nera…

il vortice,
e quel vortice
si avvitava e mi riportava
nell'albore nei meandri
di un’essenzialità ferma
tra i sassi e miseria…

in un selcio gelido 
di chi non ha più parole
o pensieri da manifestare…

Non avevo forza
per contrastare le forze avverse
di una natura modificata, 
distrutta…

Ero cieco impotente
Da una tempesta di onde
Di immondizia umana,
e mentre il ventre glaciale
si di rompeva
di pensieri sgusciati
e denudati da oppio
di polvere…

ero li a piangere 
sabbia e sale
di un’essenza faticosa
e sudata tra le rughe
che se ne vanno nella tempesta…

silvano
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ADESSO NON DOMANI

sono una stella cadente
tra i rovi di memoria…

quella di ieri era una stella lucente
era bella tra i denti
un filo che muore
ma non aveva paura
di brillare ancora…

ma scappava sfuggente
in un lontano prossimo possibile.

Era un po’ come me
Una Stella solitaria
Tra i vicoli cechi che brillavo…

silvano
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LA MIA SOLITUDINE DI SCELTA

In quel vivere solitari tra venti,
nei crini e nei groppi
in solitudine volontarie
tra i meandri
cavernosi dell’essere tra i venti
in una compagnia solitaria…

ce nel viso tracce di memoria
in una goccia
di qualcuno o qualcosa
che sta dentro di noi…

non solo
in un albero bambino
in un ramo tra sole e terra
che irradia cocente
nel mezzo a una pianura radente
in solitudine si anima di se…

è la distanza tra impastarsi di se
e cibarsi di intelletto
e essere vivi in una linfa bollente
profonda tra le vene
e la corteccia dura…
di uomini che vivono
della loro libertà
tra le foglie rigogliose
e le radici ferme forte
di storia…

silvano
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IN QUEL SAPORE ACQUEO CI PERDEMMO

Nei lembi di terra battuta
Di zolle arcane dai rovi succinti
Dal boato di vortice
Di foglie rossastre
Nei viali copernicane di pernici
Dai tuoi passi lenti volanti
Di quel piede di ruga
In un solco di sorriso…

Sento le il tuo alito vaporoso
Di mani congiunte
Dai venti boreali
Tra i prati erbosi fiorenti…

Vedo il tuo biondo
Che aleggia nei miei occhi
Stanchi
Sento la lingua di favola
Che mi risucchi di vortice
Di un organo sommerso,
liquefatto
Di voragini inespresse…

Mi assento mi perdo
Appiccicato di membrane battenti
Dai lati voraginosi
Di un organo sommerso
Da un mio bimbo
Nato tra i tuoi organi di vento…

Eravamo marmorizzati
A penetrarci e assaporarci
Di sguardi pendenti
A spogliarci di vero
In nudità astratte di vero…

Soffocati da sillabe silenti
Di frasi inespressive
Di un cuore un’anima
Congiunta si perdono
Nel vento…

SILVANO 
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OGNI TUA CAREZZA E UN BACIO

Sono qui come un giaciglio
che ti guardo nel profondo
sei bellissimi in questa aurora…

risiedi tra gli angeli,
con il tuo sorriso di venere
mi accarezza il cuore e il viso…

e come un bocciolo socchiuso
di rosa rossa
tra la rugghiata
mi fanno arrossire
e tremare e battere il cuore...

in questo viale argentato
tra i monti
sei incastonata in questo dipinto
naturale avvincente…

e i tuoi occhi di sole e arcobaleno
mi emozionano e mi fanno perdere coscienza…

e ogni volta che i miei occhi
penetrano nei tuoi,
il mio battito forsennato
si arrossisce e si impasta di tuo...

e come una foglia tremolante
e insicura d’autunno
che cade e ondeggia
nell'aureola divina
dei tuoi passi quotidiani…

SILVANO 
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RIPRENDITI DA QUESTO BAGLIORE

In questo cuore 
di pezzi e spade, 
in queste tue parole
che mi rotolano dentro…

i tuoi occhi sono lame tribali
che scorrono lacrime
di emozioni tremanti
che corrono
lungo quel fendente 
di vita e di brividi…

Ancora sono libero, 
e le tue mani cercano
la mia libertà che tace…

Il tuo forsennato cercare
In questo alone di luce e polvere
ti ha stremato in viso
impastata di quelle notti insonni di ricordi
e veglie esagerate ed eccessive
per dimostrarmi che eri viva...

Tu aspiri e ti sollevi
In quella libera elevatezza
Di sesso e memorie,
la tua anima rumorosa e pura
ha sete di stelle e arcobaleni…

Ma solo perché ti impigli
nei tuoi istinti malvagi
che hanno sete d’amore
e libertà perverse
di poesie mai scritte...

I tuoi amplessi focosi e furiosi 
Vogliono solo volare
E essere lasciati liberi di danzare…

essi latrano e si infangano
di piaceri primordiali
nel profondo sotterraneo di zolle…

ma tuoi istinti di spirito e di carne
si battono con la vita
per aprire le tue prigioni…

tu sei prigioniera di te sessa
che almanacchi e aleggi
libertà mancate…

ahimè,
l’anima della tua prigionia
diventa colta e intelligente,
astuta e cattiva per sé…

ti devi solo liberare di te
quel tuo spirito interiore
e purificarti con l’affetto e d’amore.

io ti sprona tra i lividi
con il mio occhio ti scavo
ti metabolizzo,
devo ancora capire
la tua ossessione
di essere pura 
e in alto di pietra del colonnato…

Sì,
io mi avvampo mi perseguito
del tuo pericolo,
che il mio amore ti prosciuga 
e nella mia speranza ti abbeveri di cuore,
e non di materia…

SILVANO 
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CI SARÒ’ QUANDO SARAI TRISTE

Verrò giù nella rupe attorcigliata
Quando le foglie triste
si staccano e corrono via,
e io steso nell'ombra del salice…

a tramontana che battono
sui muri secchi di pietra
che sale a picco nel ciglione
nella tua stanza di venere…

in quel giorno arso e magro
chiuso nel tuo grembo di vita
che ha perso la luce
e il tuo tripudio di cuore…

il tuo sorriso tagliente di gioia
nella malinconia pungente e virale
della notte sorniona...

Verrò con la mia verità
nel cuore che dominerà
intera anima di vita,
obliqua tra i monti innevati…

e il mio alone su di te
si stenderà sulla tua pelle
che brucia ancora…

mi faccio acuto di pena,
e mi avvolgo nel tuo freddo piacere,
e la mia anima serena
ti porterà lontano…

Ascolta il tuo cuore,
è giunta l'aurora,
in un ora tarda
che tremava ancora per te…

non senti il rullare
del cuore e del ventre
di un’anima che tace
in uno scroscio di passioni
e di emozioni divine…

e io messaggero austero,
mi abbeverò di
in quel tuo manto
di pulsazioni scellerate
di coccole infinite d’amore…

silvano
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CARO FRATELLO TI GUARDO 
E TI PENETRO NEI TUOI OCCHI DI SANGUE

sento il mio pianto
sempre più forte bambino…

O di mio fratello,
quando era triste
Mi arrivano gli anni
Veloce della pesantezza…

e noi ormai
appoggiamo le nostre
pesanti teste tinte di grigio
contro le nostri vecchie madri,
con la speranza di fermare
le nostre lacrime cristalline...

I nostri piccoli e grandi ricordi
Si vaporizzano nelle nostre grande praterie
nel picco e nel colle di valle,
della rupe che rotolano
ricordi come pietre…

e noi come giovani uccelli migratori
cinguettiamo nel nido di pietra
ormai perso nei ricordi…

ma ci assediamo
nascosti tra le nuvole
in compagnia di giovani gabbiani
e giochiamo con le ombre,
e le primule nel bosco pieno
si muovono ondeggianti
verso il nostro ovest…

Ma le donne con il loro
fagotto di fasce
dal cordone di sangue
Sbarcanti di molo metallico
E i giovani piangenti,
come giovani bambini
tra i cenci di cicoria…

O mio fratello
di petto e di cuore,
non piangete per vincoli avversi !

Piangete solo degli altri,
per un paese libero
E soffrite in silenzio
Per una libertà dovuta…

silvano
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IL DOLORE BABINO DEI SENZA VOLTO

Il mio dolore mi prude
Mi brucia e mi consuma
E non si spegne
E la pelle brucia…

come il sole Lione
innocente e naturale
che brilla nella brezza
di briciole per tanti...

e che vive e si nutre
del niente e del vuoto cavernoso...

negli occhi bollenti di sangue
di un bimbo innocente che tace 
di un mondo immenso,
senza i confini degli uomini…

giacente e sconta,
da solo,
i disastri del mondo ...

SILVANO 
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NOI GUERRIERI NON CI ARRENDIAMO MAI

noi guerrieri di vita
nella luce soffusa
abbiamo sempre un bagliore
nell'anima e nel cuore
e il nostro sguardo
non si ferma mai all'orizzonte…

viviamo nel nostro mondo,
con la nostra guerra
in questa parte di vita
di altri uomini che non chinano la testa…

e abbiamo iniziato il nostro viaggio tra le rupe
senza ormeggi e ne scarpe...

forse codardi
astuti e cocciuti
e determinati...

Non sempre conformi e dogmatici...

SILVANO 
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NELL'AVANGUARDIA COPERTO DI FRANTUMI

In questo angolo di abisso
Dove la rupe del boato cantava
chiudo i miei occhi stanchi
vedo i miei passi andati
in un paesaggio astratto…

l’oscuro di selcio mi avvolge,
le mie rocce si sono scatenate,
e le mie montagne si sono seccate
in quell’orlo dell’infinito
di vuoto
che mi possiede dentro.

Nello sfondo a strapiombo,
nel tempo definito
della sponda del fiume nero,
riconosco i pensieri di me stesso,
un’immagine minuscola svaporata
disegnata col il carbone...

in Questo mio nuovo posto
dell’avanguardia coperto di frantumi,
sull'estremo delle forze
in un limite di nulla inafferrabile…

ero colmo,
quieto di quell'orlo battuto
di quell'abisso cavernoso
che combatto la mia battaglia
di vimini rassegnata…

silvano
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LA LUNGA NOTTE DI NEVE

In quella nevicata fredda,
di un mattino celeste,
di quei ricordi infiniti
che lasciano il cuore in panne…

intirizzito e indolenzito
ed il desiderio di un camino
faticoso e rarefatto di barriere
e di focaccia fresca
e di frittata odorante...

Per quella strada solo appicco
tra gli olmi infreddoliti dal ghiaccio
e io come un raro viandante
frettoloso tra i venti gelidi…

con le mani ossute
nelle tasche profonde
i miei occhi erano bassi
di pozzanghere di neve.

Io bambino affrettai il passo,
in uno sprofondo
di passamontagna a quadri,
che sembravo danzare tra la neve,
in una fioca luce lunare…

il mio ritmo dalle lunghe scarpe
e grosse che battevano
i cumuli e costeggiano i pagliai
di paglia di granturco…

All'aprirsi cigolante
di un grosso portone conosciuto,
per un attimo mi immedesimai
tra le note pastose
di una chitarra vibrante tra i denti…

e mi feci ombre e vento
di una sera pischialtese,
di un sapore e odore
inatteso e inaspettato
e m’intrufolai in una vita
di una natura morta e oscura...

come un uomo smarrito
apparivi all'improvviso,
come dal nulla
dal muro di neve
che mi bloccava
il fiato di vapore fumante…

silvano
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QUANTO CALORE MANCA 
ANCORA NELLE MIE PAROLE

 

Nevica sull'altura di ghiaccio
sembra una spiaggia lunare, 
l'orizzonte brilla d'amore
la bella parola si attorciglia di cuore.

Quell'orizzonte sa di camino
ardente e caffè 
a Pischialta materna, 
stringo vecchie foto
nella nottata glaciale...

ma mi rigiro nei vetri brinati
le luci dell'alba si dipingono di rosa
e tra gli olmi a tramontana, 
e i spigoli di luce che mi danno 
una carezza sulla guancia pendente...

quasi mi smonta e mi evade
come se non fossi a casa mia 
per quella strada sudata
si snoda la brina sbiancata
che si riflette a cristallo di ghiaccio...

quell'orizzonte tagliente e dormiente
mi svela e mi pietrifica 
il tempo che scorre
tra i muri di vene scrostate...

nella risacca bambina
che frantuma e squarcia i ricordi
gli attimi li sento dentro
e mi trascina via i frammenti di vita
tra i ricordi vivi...

quell'orizzonte mi cuce e mi indossa
il vestito dei tempi andati
delle custodi gambe di nonno
e porta ancora il suo odore
e i segni sui muri che tacciono...

in quell'orizzonte di carezza e certezze,
in quel comodo salotto caldo
come un giaciglio ringrizzito 
per un anima stanca
d'esistenze travagliate
risolte tra i libri di carta recitante...

e li appassito in una parola e una sillabe
annoiata tra i muri che strillano
in me stesso di un ventre che trema
mi sento cavo e mozzo tra ponti scollegati...

E ancora mi batto tra le rughe
con la vita tra le mani
e nella tasca sinistra
come un seme ancora socchiuso....

di una storia nostra 
che non racconteremo mai 
fatta d'emozioni e sogni,
che lo tenuta insieme con il cuore e l'anima
per un giorno indefinito
in cui diventasse forma...

Cercando ancora invano
tra i ceppi e le rupe ghiacciate
un po' del tuo calore divino
e rifuggendomi tra le braccia
e mi portassi una gran luce ad abbagliarmi
e anche il sole si mettesse a parlare
di comete filanti e nuvole veraci
del tuo cavalcare...

Chiediamoci quante volte ancora
devo sognarti tra le braccia...

Quante parole non dette
devono risonare nel vuoto,
e quante facce sono fuggite,
come chiodi nel ventre mi perseguitano...

Quante volte
ancora devono essere solo sogni,
e un'altra volta ancora
che volo solo via con te...

silvano
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MA COME SEI FATTO OGGI

 

Ti sento in quest'aria gelida e pungente,
i suoni e i sapori li sento dentro 
come tanti uccellini che saltano sulla neve
che in questa mia foreste
mi rallegrino il mio animo di spirito
e i miei occhi si appannano 
e si infondono e vedono tutto l'arcobaleno...

 

Ti vedo ti sento dentro,
e divento come un ghiacciolo
tra gli alberi intirizzito,
mi sciolgo e divento liquido
solo a guardarti e penetrarti 
nei tuoi dolci occhi limpidi e pungenti 
di un colore che splendente nel mio cuore...

Non voglio sentire la tua tristezza
ma mi invade solo la gioia 
tra i miei pensieri che frullano senza freno
e mi raffreddano il ventre tremolante
e tutto il corpo di fuoco...

Allora il pensiero si svapora
e si chiede,
dove sarà?
cosa farà?
e in quale luogo si avvinghiano 
i suoi pensieri...

Quando cerco e mi perdo
nel mio scrivere
quelle poche parole di corallo,
ma tutto e limpido
con la mano del cuore che le detta
versi indelebili...

e mi fissano e mi scrutano
quei tuoi occhi sapienti.
pieni d'esperienza e di speranza,
in un sogno perenne...

si nel rullo fischiante a tramontana
i cumuli di neve fanno capolino
e le foglie a stormi
spopolano via nel selciato di ghisa.
e il rione non strilla e non tace...

silvano

 

LA DELUSIONE DEL DOMANI 
CI SIAMO PERSI


il mio sguardo perso e silenzioso
in quel vuoto di marmo irreale,
pensavo, riflettevo agli ampassi storici
sannitici dei miei avi.

e fuori da questo silenzio tombale
oltre le mura di vegetazione 
c’è il mondo aggrovigliato, 
in un movimento astrale,
di vite perverse...

e io invece sono qui fermo,
sul ciglione a godermi
il fruscio di valle
di un sente di fiume che va...

e dentro di me scorrono righe e sillabe di libri,
di tanti libri sgusciati via sotto i miei occhi,
e il tanto studiare,
e i tanti esami preparati,
con la voglia di leggere e analizzare
questi miei passi di poesia...

Domani sarò sempre più grande
e un giorno per me sarò vecchio,
in un appuntamento rarefatto 
e si declineranno le sorti di vita...

in questo lavoro continuo
di un tempo indefinito,
un giorno mi dovrà dare prova
che le mie conoscenze sono vive e reattive
per leggere questi versi innati
dati dalla mia terra...

ma nonostante tutto 
dalla sciabola dei dolori sono vivo,
e sono ancora seduto tra questi ulivi
con lo stesso sguardo bambino 
perso nell'infinito del vuoto rotolante
dei mie pensieri freschi...

I miei nonni 
e i miei genitori sono stati qui
tra i sudori cavernosi
e chiari e cristallini di fatica fin dall'inizio indefinito,
ricordo le parole rotolanti e urlate tra i rovi e le pietre
di mio nonno di mia madre e di tutta la famiglia
racchiuse in quella premessa universitaria,
di un avventura di buon nome...

Quelle speranze e di sogni 
in quelle parole pesanti mi rabbrividivano
e mi facevano paura di pesantezza,
ancora oggi con pelle grinzosa e vista sbiadita
mi capita di assaporarne 
e risentirle i stessi dolori dentro...

di premesse e di lotte consumate
nei tanti percorsi e movimenti e cascati nell'oblio
dei vermi infangatoti carichi di delusioni,
per un progetto un sogno, 
forse un oppio della delusione del domani...

silvano

 

IN QUEL DIVENIRE MI SONO PERSO 
E NON TROVO PIU' LA STRADA

da quel giorno di fiori e di rose
dove il rosmarino brillava
e la strada appicco spolverava
di un sole ombrato...

le mura ombrate del custode
di un guscio stretto di cemento
rifletteva il viso di chi si vuole
arrendere e salutare...

ero vivo e tenero di sogni
in una speranza impantanata di cultura
e di realtà che si rassegnano 
al tuo divenire...

da quelle palpebre
stanche e grinzose
che battevano lentamente
erano stanche di vedere e di esserci

ma erano vita sangue e dolore per me
il lembo lo spigolo 
di quello squarcio d'occhio vivo
dove la vita strusciava
sotto i miei occhi increduli...

in quel mondo 
di confusione lontana
di giovane sguardo 
dove la vista
non bastava a colmare i sogni...

tu da quel letto di carne
mi comandavi il cuore
per il solo giaciglio d'esistere
restavi avvinghiato
alla mia esistenza...

il lutto si fece cupo
e il guscio si raggrinziva
di un mondo perso
dentro i tuoi occhi di cuore...

SILVANO 

 

IN QUESTI OCCHI DENUDATI

Tra questi occhi incatenati
Dove si denuda l’anima
In un mondo apocalittico
Tra questa cenere di miseria,
in un odore di ventre bruciato...

Chiunque arriverà vestito di pietre
a sporcarsi le mani di polvere...

E sarà inutile cercare qualcuno.

in queste virgole di pietra
che non serviranno poco più di nulla,
e non mi darà soluzione alcuna…

Solo
nel ricordo cavernoso
di qualcuno o qualcosa
che è stato il turbine tra nuvole,
e io come un albero,
testimone pungente
di ciò che succederà...

Il mio annaspare di vento
sarà nel mezzo del niente,
tra minuscoli detriti
di vetro e cemento...

Le mie schegge veraci
di vita perpendicolare
saranno tutte lì conficcate
a l’unico lembo di carne che rimarrà...

Non mi faranno più male...

e sorriderò chino…

e tranquillizzerò i bambini
e dirò che va tutto bene…

nell'ultima scintilla vita
senza ringraziamenti alcuno...

in questa mia ultima
implosione di cuore...

in una terra amara
e ingrata
in tanti ritornelli di versi…

silvano

 

LA RABBIA DEGLI ULTIMI

ll fuoco che mi pervade di natura
e mi porto dentro l'anima
e la prova del piombo di che che sono fatto
e mi accartoccia tra i diversi, 
in una sventura persuasiva di vita
e mi ha dato forza e coraggio...

per recitare parole immortali sulla pietra, 
marchiate con il fuoco della mia penna
sul mio cuore martirizzato di cicatrici...

con la rabbia e rivalsa degli ultimi, 
e il riscatto degli oppressi 
e difendere fino agli estremi 
chi non ha forza di parola.

in questa bandiera di libertà
silvano

 

ANCHE LA MIA NEVE HA GL OCCHI DELL'AMORE

Il mio consueto sguardo
nel vuoto del silenzio 
calava nell'immenso orizzonte
del manto bianco che ci avvolgeva
tra noi...

si sentiva il silenzio della neve che scendeva
come una sciarpa
uno scialle piacevole
mi avvolgeva intorno alle mie spalle indolenzite.

Il silenzio mi distendeva di serenità,
il silenzio di assenza di parole
mi redeva libero...

l'amore che mi legava a questa terra
aveva le basi sulla pietra viscida, 
ed ero troppo imbevuto e impastato
di freddo e di neve 
avevo stipulato con sangue e sudore
una polizza di vita e d'amore...

i miei monti di corazza 
a catena circolare 
mi tenevano per mano,
sollevo il mio sguardo in cima
era appicco su di me,
battendo e ribatto le ciglia inchiodate 
volevo trattenere le lacrima
che mi scorrevano dentro...

il fuoco che scorreva lungo le vene,
mi si stringe forte il cuore che palpita
allungo le mie braccia interminabili
e ti lancio un bacio che zampilla
e zampetta sulla neve...

e in questo eterno bacio
ti faccio bruciare di piacere
e di curve di neve
del mio stesso sogno di desiderio...

silvano

 

DENTRO LA MIA MANO VEDO IL TUO VISO NONNO

in questa solitudine gelida 
dove i muri sferrano voci
di memorie e sogni bambine
hanno il tuo volto...

sento il rumore della tramontana
e il battere le foglie di guercia
e l'odore dei fagioli coticati
bollire nella stanza giù a riparo
dei freddi battenti...

vedo il tuo viso cappellato
che canta e guarda fuori
il scendere la neve delicata
come piume d'inverno...

passo e ripasso
lungo la tua stalla
e le mie palpebre non si fermano 
e ingoiano lacrime,
guardo i miei piedi puliti
che calpestano miele
di un sacrario della tua vita...

mi giro e rigiro
sento la tua presenza
le tue carezze
e fisso i tuoi occhi emozionati grinzosi
e mi sento piccolo
e ingrato...

Silvano 

 

MA QUANDO VORREI DORMIRE
TRA I TUOI OCCHI

Ma quando Vorrei
Che con quei occhi arrossati
mi venissi a vivere dentro
e sentirei il rumore
del tuo respiro caldo e regolare…

in una mattina d’inverno
mentre scende la neve,
e il tepore della stufa scoppietta appena
e il calore e il colore ondeggiano tra noi…

e noi stretti insieme negli occhi
dietro quei vetri conosciuti,
guardando con solitudine univoca
le strade imbiancate e ingombrate
di gelate inesplorate…

e il solo cinguettio degni uccelli
e le loro sole impronte a tre punte
ci segnassero l’esistenza di vita
e il battere dei nostri cuori
e ricordassimo gli inverni pesanti bambini
e ne rendessimo delle favole nostre…

dove si visse in un tempo indefinito
in uno spazio inesorabile
e in un insieme di sogni
senza capirli e saperli…

SILVANO 

 

SEI SEMPRE TU CHE DISEGNI PAROLE

In questo silenzio blasfemo

di un nuovo mattino casuale,

 nel respiro faticoso di un giorno strisciante…

 

quanti sogni si rotolano

tra i selci li puoi leggere

in quei suoi occhi stanchi
dalle palpebre grinzose
in un giorno lunare...

E li tra le pietre sconsacrate
delle chiese dei vinti
Che mi aspetta tutti i giorni
Con la solita passione in ossidata…

o forse seduto tra i sogni
tra la sua biblioteca nutrita
che cerca sé stesso
tra le sillabe suonate,
che non aspetta nessuno
e solo il suo modo per sentirsi bene
e la preferisce...

Ma la fantasia disegna carezze,
la sua bocca assapora baci
in un vissuto pasciuto
tra i prati aleggianti tra i morbidi capelli,
a ridosso della rupe smorta
fatta di tante parti di memoria...

silvano

 

TI SENTO SVIRGOLARE PASSI
NELLA RUGIADA

Nelle concave ragnatele
Di case e di orti,
Si svirgolano radure erbose di fiori,
che tacciono sostentamenti
divini di ieri…

infiniti passi tra i paesaggi
di un’anima irrequieta,
dalle primaverili valli
primordiali per noi…

il tempo corrode e brucia siccità
in un tempo immortale
di questa vita terrestre,
che mi si avvita dentro
e la sento prepotente tra di noi..

noi uomini dagli sguardi e reazioni libere
ancora possiamo voltarci dall'alto,
come giovani gazzelle di passioni,
le mattine sono vere e fresche...

nei bordi calcati
di una nuova speranza
ho sognato e risognato
i tuoi occhi nuovi…

e mi penetravano fuggevoli d’emozioni
in forti battiti di momenti irrequieti
di sentirti dentro indelebile
in quella fresca rugiada d’aurora
di quella nostra vita immortale…

Silvano 

 

IN QUEL ODORE DI MORTE
AVEVA IL SAPORE DI VINO

il quel budello di morte
passano a ritrosi
chi di sangue trema
come navi assenti
dal sedere di paura...

avevo voglia di vederti
ma il sangue ti solcava ancora il viso
di morte smorta
avevi una faccia da ventre squarciata
e non capivi poco più di niente...

gli oleastri di neve
battevano ciglio di spugna
ma tu avevi un pomello tra le mani
e un piede di prestazioni...

parlavi di rombi
e prestazioni in un sogno di morte,
ma lei guardava te, in un ultimo raggio di sole
che dovevano coronare un sogno d'amore
e seguiva le tue mani che si infossavano
su di lei nei piaceri profondi...

mentre tu godevi
a gestire la sua e la tua morte
in quel solco di sale
tra i mari incantati dei trabocchi fumanti d'aragoste 
e trebbiano di mosto...

Silvano 

 

IN QUELLO SMALTO DI VAPORE

in questa mia strada arrovellato
tra le ragnatele di case
a grappoli di fango
godo al tuo fianco abbracciato...

la tramontana fischia
alle nostre dure spalle,
il sole splende a ponente
l'ombra di calura inebria
il nostro promontorio...


e la pioggia fitta scende dolce
nei nostri campi di grano e erba sulla
e tutto tace e si inabissa nel silenzio...

ma ti guardo ancora 
e incontro un nuovo sguardo,
e i tuoi occhi mi scavano dentro
come a proteggermi e racchiudermi 
in un palmo di una mano ossuta...

che la sento girare
nel mio ventre
tremante di fuoco,
in un aratura di smalto...

silvano 

 

DICHIARAMI GUERRA
SE TU SEI ANCORA UN UOMO

Ci meravigliamo degli orrori del passato
come fanciulli irrequieti 
e ammutoliti dinanzi a ombre di fango
e alle cattive maschere di veleno...

in questo Gran Teatro d'ignoranza 
del Mondo che affonda,
e noi come fanciulli convinti e indoliti
che recitiamo un ruolo obeso
di una società persa dal dolore...

il re aguzzino
dell'ignorate altezzoso di un arte
più grande del rigetto
che interpreta il più grande mendicante
di postura...

E’ un errore
di un artista suicidato,
di fronte agli oggetti detti umani,
che si erige sovrano...

Ciò attesta la sua natura d'ignoranza 
superiore e infinita...

In un’opera frantumata
di una pittura ripescata
senza differenza tra ratti
o nelle latrine di un castello 
o di una capanna cigolante...

e galleggia una raffigurazione 
di poco più di un uomo
o di un cadavere
che esige un talento astuto e artistico
per ritrarre un suo dio
o una danzatrice di cristalli...

il suo sguardo si ritrae
che fa tanto da smorfia o da assente
per un libero prepotente
che quanto lo cerchiamo
in natura, ma non troviamo
il suo valore...

L’ultima risposta persa nel vento
ad ogni domanda sei assente
se questo sei Tu 
in un lombrico di lava ti sei perso...

silvano

 

IN QUELLO SQUARCIO 
SENTO ANCORA I TUOI BATTITI

Tra questi cocci e scocchi di lamiere
Alzo gli occhi al cielo
E tra i palazzi incorniciati
Vedo il sole spuntare nell'aurora…

E stendo la mia mano
Per accarezzare i tuoi occhi 
Emozionati di lacrime…

E intanto mi muovo in quell'alone
E il sud mi batte ancora
Verso una terra murata dentro me…

Ero fermo
Incarnato di pensieri
Difronte a quel muro di sasso
Che mi divideva da te…

Ero li giacente 
tra quella boscaglia secolare
e solo nell'abisso
non trovavo che poco più di nulla…

mi governavo i battiti
nelle fantasie dei sudori passati
ma non sentivo più la tua voce
anche il tuo viso immaginato
era sgusciato via…

tu Copernico di voce
squarcio di morale
che mi hai condotto fin qui
riprendimi la mano
e guidami più su…

silvano

 

UOMO SE HAI CORAGGIO 
ALZA I TUOI OCCHI AL CELO

Oggi in questa crute di cuore
e di occhi affossati di veleno
In quella Libia d'orrori
che è al di la del mare...

vediamo noi stessi
che oltre i suoi occhi da lager
vediamo le nostre colpe coperte nel mare...

Così Lampedusa di cuore,
di antiche memoria 
che pullulano di eventi tragici 
in cui non sappiamo assistere con il cuore
e farci coinvolgere l'anima d'appartenenza...

i bambini vestiti a festa
morti con i nostri figli
e come nostri figli
e con i nostri cuori
negli ennesimi naufragi infiniti
da parte di persone gelidi 
di propaganda inspiegabile...

in quella Lampedusa galleggiante
ci porta l'emblema della corrente
di fumo e petrolio,
di una ragazza giovane 
vigile e scarnata 
con l'assenza dell'uso delle gambe...

e nel suo racconto basso e spianato
di lacrime e sangue
di occhi appannati 
di violenza e paralisi...

È arrivata in un giaciglio di piuma
in compagnia di una bambina
già grande...

In una mamma di lembi e cicatrici
ridotta in larva disumana, 
non cera che poco più di pelle
nei suoi trenta chili appena...

i pochi viveri dategli dai volontari
alla piccola
lei non li assaggiava,
ma li sminuzzati in poltiglia
e li dava imboccando
alla sua piccola mamma
che come un docile uccellino
penetrava nelle sue labbra screpolate...

Erano lunghi i mesi libici
di tragedia e sofferenza 
e lei piccolo essere piumato
come un seme che squarcia il terreno
era la sola nella malvagità
a prendersi cura 
della piccola e docile mamma...

Aveva solo quattro anni
ma già vecchia di cicatrici.

e nel vedere un giocattolo
lo ha rifiutato,
come suppellettile inutile,
dicendo io non sono una bambina?

in quel mare di acque lente
e univoche che si inebriano i popoli
si può annidare la crudeltà umana,
e coprendosi i suoi occhi assenti
e annaspandosi d'indifferenza...

silvano

 

L’UOMO SENZA CONFINI NE TERRA

silenzio
ascolta la mia voce
che nel silenzio vibra di cuore
racula venosa da scalpello
che batte e ribatte
e incide con il sangue
in questa pietra di marmo sconsacrata…

il mio canto
libero di libertà
e rimbomba nell’immensità del suono
e salta a pozzanghera nelle acque
di questo mare…

in questo tripudio
di bandiere ammainate
di multicolori
di pelli e religioni solubili…

non trovo
e non voglio
trovare muri e barriere
e voglio abbattere i tuoi confini
nel vento in tempesta…

e voglio che arriva la mia voce
melodica e di cuore
nel tuo cuore in panne
dagli appennini alle ante…

l’Italia Africa e il mondo
sospesi nel mare
e il vento batte ancora
nei suoi petali rossi…

in questa rosa d’umanità
e nei suoi occhi bianchi lucenti
come lucciole di speranza
galleggiano nel mare…

come figlio e nipote di ieri e di oggi
e ammaini la tua angora
e offuschi e opprimi e dissolvi
questo odio ottuso...

e vaneggi sul monte la lapide
d’uguaglianza libera e libertaria
dei popoli in transumanza
in un fermento secolare…

silvano

 

IN QUEI NAUFRAGI DI VENERE

Quell'ormeggio
Da lontano, veniva dal mare
nell'acqua scivolosa dei ricordi,
con le labbra screpolate dal vento
con la penitenza obesa
della corrente verticale che tace…

le mani bagnate grintose nel cielo
e nel sapore del mare
lo scafista avanzava minaccioso
e lui nel niente si poteva appellare
e lo guarda e irride sornione tra i denti…

sente la sua morte tra i monti in lontananza,
sguscia e lo vuole afferrare
quel mondo racchiuso nel solo palmo di una mano di un sogno incantato…

E li lo attendeva il sole cocente, 
che non calava
e nel mentre si immergeva
nell'eterno e immenso 
ventre del mare
che la morte gli zimbellava intorno…

e l'acqua cocente non lo lavava
ma l’ho accarezzava
sui banchi indolenziti dell'acqua
si sentiva stregato e penzolante
dal sapore di olio e petrolio…

E il vento radente a pelo non si alzava di mano,
e il mare si nutriva
e imputridiva di ventri umani galleggianti,
e i miei occhi legati tra loro
per catturare un solo 
e ultimo raggio di sole, 
che li prendevo tutti a ostaggio in riserva
e avanzavo lento nel cratere della morte…

e come margherite sparse nel mare
che galleggiano a pelo, 
come un messaggio
di un piccione viaggiatore…

che da lontano mi lancia 
una borraccia e ciambella
in cui il capo riemerge
e gli occhi diventano fari di libertà
di un nuovo monto galleggiante…

silvano

 

MI AFFOSSO NEL VENTO

La tramontana piega l'erba indristita
e sferza tagliente tra le rocce solitarie
di un paese murato tra i pini...

Le nuvole gonfie di neve, 
cupe a parapetto, 
avvolgono e assorbono la cima
del monte pizzuto 
e mi penetrano negli abiti succinti di attesa,
nelle narici arrossate di sapere,
nei polmoni che si gonfiano di altura...

L' improvvisa oscurità da bordi innevati
mi disorienta e brilla di paura,
e perplesso mi acutisco tra i rami,
sorrido e parlo tra me
rassicurandomi per darmi forza...

Un grosso masso a giravolta,
a pochi metri dalla strada serpendata,
mi sento al riparo,
e accucciato di pensieri, 
attendo impaziente che la furia 
si plachi tra i battiti in gola,
e ammutolito tra le ombre di salice...

L'aria tagliente e fredda
e carica di bufera mi costringe
a socchiudere le palpebre
degl'occhi...

In quel pendio lastricato
e in mezzo a quel percorso
sassoso e scivoloso,
una luce in lontananza tra la foresta
nel cuore dello sprofondo
mi ricorda che sono a casa...

e la vita e sorprendente ancora
e si affoga in un sogno..

silvano

 

MAMMA.
TRA QUESTA GUERRA 
MI TI SONO PERSA

In questo animo bambino
Tra i giacili dei miei stacci vecchi
mi ti sono persa
Tra i ceppi di colle
E le sfitte di pietra…

Che la mitraglia
Ne sparava a migliaia
E i mortai scavan fossi
Tra le sterpaglie…

E i corpi schizzavan via
Come birilli di cenere
E il sangue mi ricopriva,
E il fumo mi strozzava…

E in uno sguardo perso
Di questo frantumo
Mi sono persa e ti ho persa
In un sonno banale di delusione
Del freddo cocente…

E mi son risvegliato
Tra le mani gentili 
dei giubbetti rossi
in un caldo letto e soffice…

ma tu non ceri
eri volata tra i gabbiani
che piangevano per me,
i miei occhi persi e spauriti
ti cercano ancora
in quale stella ti eri rifugiata…

e in una sagoma di cartone
delusa e rassegnata
ti ho disegnata,
e levandomi le mie scarpine
mi ci sono sdraiata e rifugiata…

mamma guardami 
e torna da me 
ad accucciarti di ventre…

silvano

 

I MIEI OCCHI
NON HANNO PIU LA LIBERTA'

In quel serpeggiare di nero coraggio
palizzato da strisce bianche ondeggianti
e birilli come lucciole bollenti
che schiuma e ribolle nelle vene...

come acqua di cascata 
che batte e consuma 
la pietra viva che schiuma
in quel percorso
scavato nel tempo...

il vuoto si fa cupo e impotente
di un transitare di forza
il ventre si fa voragine 
e mi chiede aiuto infinito...

tra lembi e grumi
di un ciglione conosciuto
e gli sguardi rarefatti
tra le sfitte 
di pietre secolari...

e giù nell'aratura
si spiana e si denuda 
la speranza di nido
che si avvolge e ti prede per mano la boscaglia...

Silvano 

 

LA TOMBA DELL’ISTRUZIONE

In questa Italia burbera e musona
Dagli occhi sbarrati e accecati
Con cuore impietrito
È impolverato…

dal ventre un po’ spaccato
Dagli occhi appannati
Di odio e rabbia
Da un insegnamento rovesciato…

Freak 
E L’occhio pendete umido
del bambino che cammina
nel viale benpensante
d’un Italia spietata e affossata,
mi denuda e mi sprofonda
e fa diventare la penna una spada…

in un fuoco che mi arde dentro
nell'alveolo primordiale
dei miei cinque anni ancora
del vecchio diroccato
che d'umiliazioni si nutriva…

in quel chiedere martellante
di mamme nonne e società
che gli occhi parlavano
di una lingua differente e deformata…

ma Freak il dolore non aveva
ne nome ne forma
di quel razzismo che mi intonacava
e mi rivestiva di quel fumo nero…

Freak Era lì da solo e solitario
davanti quella finestra di sasso
che si voleva impastarsi di muro
e sassaiola…

il tempo calava e passava
e il silenzio d’offesa mi invadeva,
e durò un minuto, o forse due, o cinque.
Ma il nulla mi offuscava...

E Freak, in quella inutile inerzia
Le sue ferite si affondavano
E il Coltello di quei minuti zampillava
erano lunghi e interminabili
e la vita mi si affossava…

e il grido del verso 
glaciale dell’obbligo
infestante della maestra Verza,
girati e fissala,
nell'irripetibile
del fosso
di un vezzo cancellabile…

e gridare nell'arcano dei colori
e delle religioni
e la consistenza e la convivenza
delle idee libere e plurale
tra fratelli…

che Freak sia il gabbiano del maestrale
fatte di melodie astrali
che sbattendo le ali se ne va…

silvano

 

ERO ACCUCCIATO IN QUEL TUO CUORE
SCONOSCIUTO

Eri Li fissa e impacciata
Dagli occhi di pensieri
tremante davanti a me,
nuda e ruvida
in un corpo imbalsamato
di quei pensieri fragorosi…

e in quelle nude parole spezzettate
e di silenzi infiniti,
E I nudi ricordi
ti tormentavano nel vento silente...

Volevo vestirti solo io
Di parole pensieri
sole e pioggia nella neve
In quella tua vita frastagliata...

Il tuo essere nel viso,
e i tuoi occhi puntellati,
le tue mani disgiunte affusolate
mi guidavano nel tuo ventre
in un abisso di battiti turbolenti…

ma eri la mia nave a vele
nel mare tormentato
da trovare e provare
in quella via di fuga
di passione univoca...

eri bella
in quello l'abbraccio infinito
che per te per me
diventava lungo e persistete
di forme e segreti,
eravamo silenti,
e il vento ci batteva nei fianchi
e nei visi umidi…

mi aggrappavo mi stendevo
tra i tuoi pensieri bollenti
in cui volevo sentire i battiti
del peso di quel sentimento
corsivo tra i denti…

ed essere il tuo respiro
e sentire il calore della pelle
al mio contatto frugato…

e la magia ondeggiava
in quell'istante indefinito
di un consumo sollevato
di un nostro amore
tra i venti con le ali…

silvano

 

LA RABBIA NEI MIEI OCCHI

La mia rabbia
mi percuote mi consuma
In questo oscuro sempre più cupo
E nel mentre le vene vibrano
Di silenzi infiniti…

In questo cielo di arcobaleni
Che mi sfugge inesorabile, e non curante
E i ricordi incisi sulla pelle,
si fanno vivi e profondi
e mi guardo dentro
e sento i tuoi occhi vigili
di un nonno di sempre…

in questa nuova terra ritrovata
che ogni anglo parla di te,
e io non trovo più la luce
e ne la strada che conoscevo…

sento in vuoto
che mi circonda, la mente
di una vita, e una terra sfuggente,
che in età giovanile ingrata e amara…

e oggi con i miei passi lenti
e vista rarefatta
mi fai sentire inutile e di troppo
e io pieno di passione e sogni perenni
che non trovo pace…

terra mia…

nonno mio…

dalle ali di vento,
voglio ancora vedere il tuo volto
vivo
di prato e cuore…

silvano

 

IN QUEL SOGNO INFINITO
HO TROVATO LA VITA

Il sogno di virgole e dettagli
e come un aliante
Inciso nella pietra lucente
Con le ali nel vento
di questa opera d'arte
Che è la vita,
e ci trovi la strada…

e i sogni
accarezzati e conservati
in mille sfumature,
nel cuore dei nostri diari...

che il vento sfoglia le sue pagine
di vita,
e li accarezza e li coccola
come un’opera d’arte
che ondeggiano nei prati verdeggianti…

e tra pudore e ritegno
sì insabbia la delicatezza
e ti fa volare…

tra l’arte e la creatività
in una natura di cuore
che ti culla e ti fa volare
nel sogno infinito…

silvano

 

MARTA & MARTA

eran giorni politici e ribelli
passati sui libri di memoria
di Gramsci e Croce e gentile
ruggenti di gioventù
del post-modernismo
dai sogni e passioni pesanti…

da un budello calpestato
da studenti distratti
di università vissute
e dalle bacheche sterili…

era lì Marta
che mi guardava di sale
dagli occhialetti tondi intellettuali
e chitarra strimpellante
i versi di John Lennon imagine,
sdraiata giù a terra
dalla coperta orientale…

con corpo esile e minuto
agile e folcloristico
che la racchiudevo tra le mie dita,
ma con un solo sguardo mi squartò
mi viviseziono il cuore
in un sol metro
di un primo giorno d’università…

e in quella nostra
isola d’imbarcazione,
ci ormeggiamo di peso e futuro
sogni e lotte…

Marta…Marta
aveva solo diciott'anni,
esile bambina
e io solo venti o giù di li...

e giù tra le curve
con l’autoradio da sottofondo
al faro,
la nostra alcova di passione,
e tutte le notti
aggomitolati a suon di chitarra
e piedi nudi a cantar le stelle...

e la prima volta
che l’avvicinai e la soppesai di peso
dai suoi candidi capelli volanti e cadenti
sì accucciò tra le mie braccia
come una piuma…

e per guardarla fissa nel profondo,
dei suoi piccoli e appuntiti occhi
e lei mi sfiorò le labbra,
aveva l'odore vibrante delle rose…

e i giorni erano melodie
d’infiniti spazi e romanzi soprapposti
di una città di vicoli a carruggi
e a correre nella spiaggia a piedi nudi…

e in quella casa di fuori città
era l’aurora e la sveglia
dagli occhi di sole
e io immobile ad aspettare il primo bacio…

nei mattini sereni
a sentire il tuo odore
che si amalgamava con i miei…

e lì a breve
la tua chiave il tuo sole
non apri e non illuminò più
la mia e tua casa…

e i stessi viali e carruggi
ben presto diventarono
rincorsi dal dolore
fumo rabbia e nebbia
per raccoglierti di peso
tra le groviere di tanti buchi…

notti e giorni lunghi e distruttivi
i telefoni bollenti
i visi persi dei tuoi genitori avviliti
nella rincorsa per amarti sempre più,
ma il fallimento era decadente
di giorno in giorno cadeva sempre più giù
e io non mi persuadevo…

ma tu avevi scelto,
ho avevi fatto scegliere 
e vincere la droga
e non me
e non noi
e gridavi d’impulso la resa,
in tutti quei recuperi
interrotti che mi hai l’illuso tante volte
e tante promesse di fumo
e alla fine amore mio
hai vinto tu,
e te ne sei andata…

Marta… Marta…
Era giovane e coraggiosa
che giri ancora nella mia mente
e mi occulti il mio fallimento
e la mia malattia
e ritorni come lama
fissa e perenne nel mio cuore…

silvano

 

SEI TORNATA PER RIEMPIRMI
IL CUORE D’AMORE

mi son svegliato
amore mio
ancora una mattina e eri via
e immerso di sudore
in un inspiegabile euforia,
insensibile di freddo e di neve…

con una sola voglia,
una pazza voglia, di correre,
e correre in quel tuo sorriso
stampato tra gli occhi
che mi scavano dentro…

e sfalciare e falcare lungo
quei prati verdi e rosso di papaveri,
e recuperare il sentimento
versato e deposto
tra gli alberi di memoria,
e immergermi in quella tua gioia…

e portarti
i primi boccioli appuntiti di goccia
tra gli azzurri mari degli arcobaleni
e metàformarmi e spuntare tra l'erba,
ondeggiante, tra tiepidi venti…

e farmi volteggiare
tra i tuoi capelli di seta
e stringere tra le mie,
braccia il tuo sorriso,
e affusolami di labbra e di sensi,
come due gabbiani…

in volo a sorvolare i nostri nidi futuri
e liberi…liberi
di ormeggi come uccelli,
e gustarci in nostro amore infinito,
e ci togliessimo di dosso i nostri io,
e somigliassimo a creature
invisibili e impalpabile,
e radianti dalle fiere ali
in volo tra le nuvole...

silvano

 

ANCHE QUESTA NOTTE
HO ACCAREZZATE LE STELLE
PER TE

anche questa notte infinita
ero intriso nel tuo sguardo
mentre accarezzavo le stelle per te
come una piuma
mi sfioravi di getto,
con le tue labbra morbide
d’incisi ricordi…

e in questa coperta
di vene rossa, ragnatela
noi siam come nuvole
selvagge e plebee
che corriam primavera
sul manto di stelle
che sopra ci illuminano...
in questo letto
tappeto di gatto
basso sfatto trastulliamo
di getto…

la luce si infiltra si inchina
dalla strada penzolante
e ti colpisce in viso
stanco assonnato,
fra le pieghe corrugate
di queste lenzuola nel vento…

Sono sfere di cristallo
Di questi tuoi ultimi occhi
Che mi fanno luce
Nel poema di musica
Che mi suoni
che anche questa notte
mi hai fatto dormito
tra i seni...

Profuma d’origine
Tra le strade in penombra di giglio
In un amore avvolgente consumato
nelle pieghe del tuo cuore battente,
come quei tuoi odori
che sento sulla pelle
per farmi ricordare
in quel bello originale…

Chissà… chissà
quanti baci mi invierai domani…
Chissà con quali occhi
e di quale colore
ti sveglierai domani,
e mi sognerai oltre i vetri
appannati di manto
al di là della raggiata brillante...

silvano

 

STORIA DI PISCHIALTA

storie di lingue mai scritte
di umori mai vissuti
d'inverni cruti e netti
che solo la scorza montanara
può raccontare...

sdraiato sui camini di neve
che sbuffano cenere
di alberi rovinati
di una crescita inevitabile
di un monte sornione
dimenticato dalla storia...

era gretto e spaccate
le mie mani 
che si abbeveravano 
di freddo e fatica
in un secolare formicaio...

non so e non e dato saperlo
la lava della storia mai scritta
a cancellato le sue tracce,
di chi ?
di come?
per prima a edificato...

in questo grumo di colle
che tutto intorno
scosceso di rupe
da sfitte di pietre demandato dai venti...

e gli ultimi cataclismi
hanno spaurito e violato
l'esistenza passate
di un popolo orale...

per riportatolo hai primordiali
monti di vegetazioni
di tracce e abitazioni libere
di presenze animali
importati...

silvano

 

MI ERO CHIUSO
NELLA VALIGIA DEI SOGNI

In quella valigia chiara
Dal cartone battuto,
Dai nastri argentati
Che accelerava il cammino
dello sboccio del bocciolo nella rugiada
Di un sogno inpernicato di premesse…

In mattini ruggenti
Di arie tagliente
Di profumi che avvezzavano di malto
Che impastano di fieno…

In arte e mestieri di altri tempi
Che follavano i carruggi
Tra i selci degli olmi fiorenti
Lo struscio continuo
Di vite e cavalli in sellati…

Sono occhi persi
Nell'oracolo della storia
Nelle voragini
Di ragnatele di vigne…

Ma le sento dentro
Che ruggiscono di vene
che risalgono di venere
nel silenzio che spazia
nei pensieri di piombo…

era il grano
dai bordi aldi e netti
che falcava
tra i venti ondeggiati…

io vezzo e piccolo
impacciato e impastato
già stavo nell'orizzonte di sogno,
era pianure ordini di filari
e di occhi macinati
di odio e superiorità…

tu muro carcere
dei miei pensieri, desideri, mancati,
di siepi e frangi-menti di tuia
barriera di cocci…

di marmo impacciato
sarai marmorizzato di sicuro nella gabbia
dello sprofondo della vilità…

silvano

 

I TUOI OCCHI SONO LAMINE
NEL VENTO

in quel gusto di lei,
all'ombra del suo sorriso,
immerso e già sazio
nei suoi occhi tacciono nel vento...

ero assorto
e mi accoglievano e mi strapazzavano
nel divino tra le ali
di una sublimazione d’amore
che affiorava e mi placava
in tutto il suo essere…

già era in me
era globale tagliente
non riuscivo
ed era inutile volgere
lo sguardo altrove…

lì in me,
lei già ella viveva spianata...

Quegli occhi erano
Radenti che mi razzolavano didentro
E in quell'azzurro di mare...

E nell'Azzurro
Di colline di meste
In quella distanza autunnale,
incolmabile…

e in quell'azzurro
sfuggenti tra le montagne
di pendii di coste
che i boscosi si spianano
e si perdono in lontananza
tra l’orizzonte che tace…

in un’assolata cocente
mattina tra i denti
di un sorriso tagliente...

e dentro quell'azzurro
nebbioso, ombroso di rugiada,
astratto di principi
e in una superficie verace,
che scrutavo di lessico
in una profondità viva e profonda…

e in un semplice guardare
cera la luna di stelle
nel cuore che tace…

silvano

 

CON IL TUO CORAGGIO
MI SPIGO PIU’ IN LA

Io seduto e assorto,
negli occhi spianati
di barriere tra i vetri,
di una neve soave che scende
di pensieri che filavan via…

tra le sillabe e parole
e immagini bambine
che zampillavano
dal mio libro di sempre
nel tremar di mani…

e io studente di ieri e di oggi
su una seggiola di nostalgia
scricchiolante e rimbombante
nell’ambiente silenti e solitaria,
dei poeti che mi strillano vita…

e li difronte alla stufa,
in quel fumo e fiamma rosea
che ondeggiava e fugge via
nel cielo muto di ieri
in quel ardente di legna
di cenere nel vento…

mi sentivo Invecchiato
nel fisico e nell’ l’anima,
sentivo un grigio che mi avvolgeva
in un colore di ieri
che mi ricordava i suoi occhi
vigili dalle palpebre battenti…

come il suo ambiente lineare
intriso di sé,
e con il suo cuore malato,
da un po’ sofferente,
privo del suo sorriso
solcato di sempre
di un nonno tradizionale…

e come un vacillo
di un uomo che e nato
tra boschi di montagna
e fredda neve…

che guadagna d’impulso,
per spingermi un po’ più in la
dove nessuno osa immaginare…

silvano

 

QUELL’ASSENZIO D’USURA

in quell’assenzio
di mura di ruca
tra i muri di potere
in un latrocinio
di vigna e di grano…

tu assenzio
usuraio di vita e di tempo
nei templari
di povertà e ignoranza…

eri li
nella penombra
nelle manovre di ieri
sfilata e sfilare
di uno schiavi arreso
e sperso tra le vite di campagna…

comune di vento e di fumo
di interessi a lumi di candele
eravamo cechi e sordi
di un tempo lontano…

eri tu l’assenzio
che vedevi gli anni che passavano
e i tuoi soldi si arrovellavano
e sgualcivi gli avversi
che ti adocchiavano…

nelle mere di porta socchiusa
che ti avvolgevi di sorriso
e gentilezze fraintese
nelle carte di cicoria…

Silvano 

 

INTISSAR AL HASSARI

io illusa spianta
e tutto intorno,
chiedevo disarmo
e ti accusavo, a te milizie di polvere
nella faccia, apertamente
di quella brutalità
dal volto e dal nome
del fondamentalismo o del dio che è risorto
per una causa vana religiosa...

in questa biblioteca
ti ho aperto il cuore in un-bar
ancorata fitta in una cooperativa
femminile di coraggio...

in un centro di Tripoli abusata
l’urlo frastornato di coraggio
di un invito libero
in fiducia della gente
nel donare libri
e convinta e caparbia
che la sola arma
è la cultura,
per vincere e sopraffare la violenza...

ma io ho pagato con occhi incrinati
da un sangue vanificato di memoria
la mia vita e corallo
in un vessillo impegno
per una causa di libertà
di questo mio Paese…

CONTRIBUTO PERSONALE

Intissar Al Hassari.
E’ stata uccisa a Tripoli

Le hanno sparato perché era una attivista e faceva parte del movimento
“Donne libiche per l’illuminismo"
esprime il proprio cordoglio
per la sua morte.
A mai più.

silvano

 

ARMATI DI SCORZA
DURA E PROFONDA

In questa voce narrante
Tra le radici di colle
Tra i Biliari di canali,
di roccia di terra e fango
In cui si inerpica la mia vita di sempre
Tra gli ultimi di rovi...

mi oppongo e dico addio
ad una società di creta
che costruisce muri
che si arrampica verso il cielo di fumo…

la mia cultura di contadino solitario,
della terra amica fraterna...

Sarò anche in preda
A mille venti
Di chi si innalza nelle radici
avare e profonde,
dai giganti dai piedi di marmo
e cammino squarciando
il presente dei nostri tempi…

io uomo di ieri e di terra bambina
dal fossato profondo
dalle radici di rose
e non tremo dinnanzi
al soffiar di venti e bufere…

SILVANO 

 

 

I TUOI OCCHI MI TAGLIANO

 

In questa tela di parole
Volate tra le lettere aponiche
proiettate nel vortice
dell’anima ribelle
di un infinito vorticoso,
e dentro questo quadro di colori
di una poesia di cuore…

 

in questo tempo inesorabile
di un passato veloce e ribelle,
e tu Barbera in qualche
ruga in più, ti sei avvolta...

in quel bel viso
ch'è rimasto fresco e lucente,
ma nella penombra
del tuo sguardo malinconico…

mi voglio ancora addentrarmi
nel tuo profondo,
ma lo sento tremante
vago e assente,
di paura…

in quegli occhi che mi scavano
e mi guardano silenti,
all'interno del mio cuore,
con una concentrazione
fissa e assoluta...

SILVANO
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MIO FIGLIO DELL SUDAN

 

in questi visi di violenze
occhi sgranati tra la gente
tra oriente e occidente
di anime indifferenti
tra latte e violenze
dai nostri figli fraudolenti...

 

rapiti tra le strade d'incidenti
o scuola o lavoro
di campi innocenti...

sono Bambine e bambini
soldati e soldatesse
figli e figlie del mio sangue
e del mio ventre
colpevole d'indifferenza...

Ma in fondo
al mio e il loro cuore
sono sempre figli
dei miei e del vostro occidente
come i nostri bambini custoditi
tra le culle e sciarpe colorate....

silvano
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RIACE
LA MIA RIBELLIONE

metafora di resistenza e libertà
di chi si oppone
e si riconosce in questa libertà
e si oppone hai fascismi
in questa tonaca di disumanità.

nel sole e nella luce
di questa guerra
ribaltata e dichiarata,
di una Riace di cuore
dei ribelli libertari
e non muore la vita...

nei tuoi occhi green
che brillano di arcobaleno
di vegetazione viva
nei boschi vivi e cupi
di una speranza
per debellar i fumi e petroli
degli ottusi...

silvano
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IN QUESTO VORTICE
D'AMORE CI SIAMO PERSI

Sono la tua strada
che al tuo fianco,
ti fiancheggia di vita...

e il tuo vento che ti sospinge
sempre alle tue spalle pesanti,
e il sole che ti trafigge e splende
in un calore soffuso...

e il tuo viso arrossato
emozionato e piangente
e le tue lacrime si sperdono
come la pioggia
di rugiada cada e dolce...

che bagna i miei campi
circostanti,
e affinché non si incontra
di nuovo con il mio fiume di voragine...

che trafigge l'orizzonte
del rosso tramonto,
che mi fanno affogare
nel mio immenso mare di libertà...

e ti proteggerò
e ti trasporterò
nel mio palmo
di una sola mano...

per avere l'altra
tra le carezze dei tuoi capelli
e la mia bocca
infondesi con la tua
e correre nella sabbia calda
mano nella mano
e gridare e gridarti che ti amo...

 

era li come un armistizio
con le gambe sbrindellate
da l'odore acre di quel sesso canino,
di un imposizione insopportabile
mentre i miei occhi
erano densi di lacrime...

 

come un armistizio
di parole e pensieri che si avviluppano
e si strinzicano nel vento
dei ricordi pentedi
tra le righe
di un libro che ride...
silvano
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MI IMPASTO NELLE ZOLLE BAMBINE

nella colonna di soma
che avanzano avvilucchiati
di paglia e di spighe
cadenti che strisciano di terra…

attraverso distese di zolle rovesce
e di strade di terra fumosa
battuta tra gli olmi
e tra i selci di ferri animali sonanti
di bianche ossa contadine
che si scheggiano nel sudore
della polvere vetrificata...

I loro abnormi e sovrumani sforzi,
in una frustrazione
dal sole inumano cocente
che si schiantano tra i cocci di pietra
e di vipere ignari che serpeggiano
e si arroventano di natura
contro quel muro forato
della solitudine cocente...

come un leone contadino
fra gli scarafaggi di sudore,
mi trovo come una figura zoppa…

che in un terreno striscio
e mi radico come un albero
carbonizzato dal tempo…

le membra vezze di un tempo
giovani e orgogliose
oggi si piegano scarnificate dai secoli…

come il sole e il vento
carico di polvere vetrosa,
di una vecchiaia cupa…

la pelle e il cuore accelerano
quelle rughe che marciano
inesorabile e infame e cenciose...

silvano
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su questo tetto
dell'anno zero,
la bandiera
del vecchio sogno
ancora sventola fiera...

 

Il ricordo di quella vecchia panchina
ossidata nell'orizzonte dorato
e piantata nel cuore,
dove il pensiero si siede
sommerso nei tuoi occhi
per riabbracciare ancora te,
amore mio..

 

L'amore è lo sguardo fisso
custodito nel cuore:
occhi negli occhi,
che si fissano e si penetrano silenti
e ci elevano e ci distogliono
dal resto mondo indifferente e muto.

 

tu che in questa terra soave
di verde pischialtese ti coccoli
ma non ti degni di un pensiero astuto
in cosa tra i crisantemi
fermati e rifletti
i ciglioni arrossati parlano di te
viso stralunato tra i palazzi di ceppaglie incatenate

 

IO SONO IMMIGRATO

ero a pischialta
nei miei quattro anni appena
nel furore adulto incondizionato,
nella veglia dell'alba bambina
di un viaggio inatteso
e li ad arrampicarmi su quel tracciato pietroso
della vi dll lulm,..

di neve e di ghiaccio
appico sul monte in alto
quasi al cielo bianco sfumato
e il mio cavallo stremato
mi seguiva a stento nel terreno scivolo...

e le mie valige di sogni contenute
di funi e corde di fortuna,
e finalmente nel largo "del coll d ltan"
sostavamo numerosi,...

in attesa del carrozzone cigolante di carella
che ci drizzava in quella capitale ospitale
per avventure infinite
di una vita labirintica...

 

mentre le danze falcavano la sala tra gli odori di frittelle arricchite di miele nei tuoi occhi luminosi appisolata con gambe giunte da suora su quella sedia di pioli, il tuo sguardo mi radeva mi sfiorava dolcemente come piume nel vento in cui mi ci coccolavo e sognavo il tappeto che entrambi aggrovigliati volavamo ne centro dell'universo di un cuore sazio d'amore eravamo leggeri e immortali nel ventre d'entrambi...

 

UN GIORNO MI SVEGLIERÒ' DI SOPRASSALTO

Mi sveglierò tra quelle mura
scrostate di ruggine
di crepe e vene forvianti
di quel rosso veleno
in cui abbiamo seminato l'odio...

Mi sveglierò in un soprassalto,
di agonia di vento e di gelo
e non so mettere in ordine le parole
e nel silenzio del passato ozio pensieri
e un presente oramai crollato tra i cespugli...

in un dormiveglia frustrante
che non ha eredita riflessa
ma sento ancora l'illusione di un sogno
di un coraggio passato che non mi abbandona...

e qui che riesco a sentirmi vivo
in un silenzio fragoroso di frastuoni
di voci incantati tra i tronchi
incisi di quercia...

e io di ieri di oggi
mi sentirò più forte che mai,
a urlare nella valle
di coste, che dome ancora
il mio urlo di libertà...

Tra le mie pieghe riverse
di questo cuore che batte
incarnato di passato che tace ancora
le ferite lacrimano veleno
nei ricordi vaporosi
di una giungla che non si rassegna...

silvano
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LA MIA BOSCAGLIA ARGENTATA

sono ancora arroccato qui
tra queste rupe di carta
con le ali d'argento
e tutto inebriato e pervaso
dalla sensazione di un ricordo
di una pulsazione
di una vicinanza essenziale...

M'hai trovato arrossato distratto
come un aliante
intento e sprofondato a fissarti,
e più di una volta
mi sono perso nei tuoi occhi
a sciogliermi è bere la tua Bellezza...

sono vivo e muto
nella boscaglia d'argento
che cerco la tua primula di cuore
che volata nel deserto di broglio,
e mi voglio cullare...

che un giorno
il vento,
la brezza mattutina
in un aurora rosata
ti riporti nel mio grembo segreto...

Silvano Fantilli
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LA MIA TERRA TREMA

la mia terra trema
conteggia nel vento
con le sue curve
arroccate e scoscese
tra i sassi di marmo...

la pioggia ci scivola addosso
la nebbia ci isola
la musica ci onteggia sulla pelle
il motore si smore tra la boscaglia...

il vuoto si fa compagno di zucchero
i tuoi occhi profumano di miele
i scalini spioventi d'uragano
i tuoi piedi novizi arrivano al cuore...

ero vivo e tremante
nello squarcio del sapere
di un nido d'affetto che mi radicava nel tempo
lo sguardo qua e la
scuce qualche quadro dei ricordi...

sentivo l'odore di una pelle bagnata
che mi scivolava addosso
e nell'ancheggio secolare
vecchie ferite mi scivolavano addosso,
con sguardi prolungati...

ma la terra di nido
che la tramontana sfilava ancora
mi custodiva il tepore
dei ricordi antichi...

silvano
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Virma

E l’alba sulla torre

del monte plebeo.

Dall’orizzonte ceco

Di rosso candela

In un’ora incantata e incatenata,

i suoi occhi si schiudono

dal tetro giorno

e le sue palpebre battono…

con i miei occhi assonati

E la mia pelle vi brande

sento un tocco

cosi leggero dolce miele…

che mi camminare dentro senza meta,

e disegna la sua terra

dalle zolle di orme

giganti del cuore

che cerca d’invadermi l’anima,

come una piuma una spilla

che ondeggia

in un unico segno presente…

sei come il sole

dai raggi impietosi di tramontana

che tutto diventa brillante

come un riflesso

un’ombra lontana

ti allunghi ti stendi su di me

in un colore inapparente di prato...

Ti abbraccio

dal ventre tremante,

Non voglio sentirmi

infreddolito,

E all’improvviso

una tua lacrima scende su di me,

la tua guancia scivola nella mia

e sento il tuo calore…

prendi il tuo coraggio

lo avvilucchi in te

e il tuo sorriso

svirgolato di chiaroscuro

riaffermo di turchese

dal viso di miele,

pronta ad amalgamarsi

a fondersi

in quella terra antica

di prato fiorente…

ecco che cadi

e tu ti vedi cadere

lentamente

e prendi mille forme di colori,

e mi fai esplodere

in mille goccioline di rugiada nel vento…

e l’aria del maestrale a mulinello

Ti cattura facendoti girare

attorno al tuo corpo con i capelli al vento,

come una danza di grano che disegna

una spirale di colori

e verso l’alto armeggi

e tu come jl suo nucleo…

 

tra quelle pietre arroccate

dell'arcano ventre

tra le fughe di erba bruciata
dove il sudore scorre ancora

nelle ferite verace

di una fame trascurata tra i selci

 

CARA ITALIA TRATTEGGIATA

tutti assorti
in questo pavido
mondo di scorie contemporanee
dove tutti gridano...

giù
nella piazza vuota
dove il puscer grida
e Lucillo, non trova più la strada
tra vecchi ricordi di democrazia...

tu giocondo e giocoliere
non alzi più la testa
tra il fumo e la tempesta
del sapore acro di melodie...

il rito si fa rituale
di una litania arrotondata
di volgarità vaneggiata...

il vespro si fa cupo
di storie non conosciute
di esperienze spente
nei selci del domani...

sobrio e assopito
mi involucro di bandiera
in un abbraccio di libertà
e mi spengo appiattito nel muro
scheggiato del pianto...

silvano
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MIRCO

sei tu il cencio di fagotto animato
che galleggi nel mare
e irrompi nei porti di ghisa
e il vento soffuso ti traccheggia di nuovo...

sei tu Mirco dalle ali di seta
che navighi deserti e savane
e solchi malvagi di navi
tra i mari lucenti...

e arrivi e irrompi nei porti degli ottusi
con occhi succinti di propagata
dal fossato di vuoto
e odio tra i denti...

e scavano voragini del niente
di disumanità gratuite
per riemergere dallo sterco di scatto
di liquami che scorrono
tra gli assenti...

silvano
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TERRA APPESA TRA I RAMI

Monti di promontori
pettinati dal vento
sospesi e bagnati da fiume sente
serpeggianti
di viali governati dalla tramonta dell'est...

fringuello di soma
appesi e sudanti
appicco sul colle gelato...

sbuffano i camini in pietra
vivo e il carbone
che inala brace...

l'alito buca la neve
che costeggia
lo spigolo a matita
tra i vicoli...

terra amaro di sole
del cuore che frantuma i pendii
e placa di miele
i ricordi incise come ferite
di un solco
che scorre il sorriso...

SILVANO
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IL TUO SAPERE

Il modo
ti utilizza
o lo utilizzi
di pali passo
a ciò che conosci...

il tuo sapere ti rende pieno e libero
o vuoto e schiavo,
di sguardi e di reazione,
in base alla costruzione dei tuoi occhi
per guardare e reagire...

il nostro punto del sapere
di una conoscenza attiva
plasma amalgama
il decorso della nostra esistenza.

o ribelle e solitario
o in una bietta indifferente
come energumeni innocui della storia...

di un potere sopraffatto
e approfittatore
del tuo sapere...

silvano
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IN QUEI TEMPI STRETTI
DI OSSUTO MORIBONDO
SENTO LA VOCE CHE STRITOLA VELENO...

 

da una mano di zingara
trasportata dal mare
che gli occhi
non hanno più il sole...

silvano

 

ANNIE

Annie amore mio
Mi Corri ancora dentro…

In quel tempo piccolo,
E Vicini alla luna e al vento
Avvinghiati in quel sapore
Giovanile di studenti
I tuoi capelli coprivano i miei
I tuoi occhi
Come laghi incessanti ancestrali...

Sulla sabbia,
leggevo i tuoi versi
dalle impronte carnose
più leggera di una piuma
nel vento di ponente.

E in quel volto nascosto
e pesante appiccato all'ingiù,
nell'aria di libeccio
che non ho saputo leggere...

in quel mare all’orizzonte
calmo di carta
e tu eri da un’altra parte
dove la vita ti sfuggiva
tramite l’ultimo buco segreto...

era bionda e perversa
quell’ago trasparente…

E nel mentre le grandi onde
Inflessibili e stabili
Disegnavano il tuo viaggio futuro,
erano tuoi
e misurarono i tuoi passi
dall'impronta amara...

E i tuoi spazi
E i tuoi silenzi,
erano spade sfuggenti
e ti misuravano esattamente
i tuoi ultimi respiri…
.
Annie
Quando oggi passo
Ormai ingrigito
E vedo nascere l'erba
A sud della sirenetta che mi guarda,
e io riverso sulla sabbia di scogli
e mi sei stata strappata
da quella stessa corrente vile…

Con il tuo stesso volto
A forma di fiore
che si rispecchia
nell'acqua malata…

con le tue tracce
nel tuo campo di sempre
che ti dimenavi
e non trovavi pace…

eri bella nei tuoi ventenni
ma eri un altro sale…

sento ancora i tuoi silenzi
nella pelle adulta che trema
in una colpa perenne
sì intersecarono come lame
di ferite esistenziali…

quella stessa pioggia
che scivolava e mi agguantava
nei ricordi pesanti
come sotto un tripudio
di zoccoli dei cavalli
nel galoppo perenne...

silvano
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IN QUELL'ALONE DI BUIO

in quell'alone bruciante orizzontale,
cupo e perverso,
e nel buio a tastone mi muovevo,
sentivo i tuoi odori di terra bagnata,
e del fieno sfasciato cullato nei ricordi di brividi...

in una terra di cemento,
immersa nel marmo nebbioso,
come un immagine.
una sagoma di una mano tesa
aperta a voler stringere la mia terra irraggiungibile
e sfuggente nei freddi inverni di pianura...

l'occhio mi stringeva alla gola
i spini perniciosi di un girovagare
vuoto e irriconoscibile,
dai sguardi tremanti
verso a quei monti di barriera
che ostacolavano il volo...

ero vinto e reclino
per cercare i miei passi
nell'erba di chi ama
nel brucare in un erba
un fiore dal bocciolo prosperoso...

in quel treno,
dai finestrini sfuggenti
di quadri pennellati
dall'anima di chi tace...

in un urlo
del boato
della voce tetra
che frantuma
il silenzio
vaporoso di valle...

SILVANO
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PRIMA,
DI DIMENDICARMI DI ME STESSO

In quelle radici ingabbiate
da un’educazione rannicchiata
in un lembo
di un legno intagliato
dagli ultimi dimenticati…

una prigionia
di nebbia e fumo
fitta di notte
tangibile innocua
ma bianca e oscura…

mi sospingevo a tastoni
verso una riva dimenticata…

ero solo,
senza compassi
ne bussole da calcolare
e non mi orizzontavo
a quale distanza
si trovasse la mia riva libera...

era una penna desolata
spaesata di concetti
sì aggrovigliava di costumi
e non trovava la riva
di una poesia astrale…

ma era libera come una spada
in un fiore di rugiada
che scivolava umida
nelle tue forme orizzontali
di quegli occhi perpendicolari…

silvano
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in questa guerra silenziosa
senza volto
di una società ottusa
che si perde
e si annagua
negli usi e costumi
del patriarcale
dell'uomo padrone
dure e crudo....

 

LUCIA CHE BEVEVA SALE

da un ventre squarciato
di una terra dimenticata
il sudore limpido
come acqua da bere…

i passi lenti e incapaci
di albori impreparati
in una tenera esisteva
che non ha voce…

era fredda e tremante
avvolta da un vizio antico
di violenza e povertà…

sì tremava nel gelo
del ciglione
appicco sul fiume
di una neve lenta
di tramontana…

era il vespro di Lucia
che non aveva voce
nei sandali aperti
di una libertà
non conosciuta…

urlava nel freddo
dal labirinto della storia
era nel cratere in apparente
della miseria umana…

voleva volare
ma i suoi piedi erano piccoli,
e inesperti
per bere la vita da un fiasco
limpido di marmo…

era nell'orlo
del sesso vano
anche le cicale
ne faceva sapone…

Silvano
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cara fanciulla dai ceppi di salice

era nata, come un fardello di stracci, tra i ceppi di salice intrecciati tra loro, galleggiava nel ventre del fiume malato, da un padre dalla scoppola di vetro. Guardava fisso la fiammella povera che bruciava, nell’altare a forma di camino, si voltava e si rigirava in quella stanza malconcia trivellata dal
freddo delle alture dei freddi glaciali, era lì appiccato come un legno passivo di una storia che lo sballottava nel sonno secolare, l’aria era vigile e scivolava negli angoli malati
della miseria che il destino se ne perdeva gioco.

silvano
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LA RISCOSSA SCHIAVESE

Ero con piedi piccoli
appassito e impennato dal campanile schiavese
A grappolo in un fazzoletto di tanti colori,
e mi suonarono le campane a stormo,
nell’indillo di tramontana di neve…

la valle scoscese si animò
e un rigurgito di fagotti
avvolto di stracci
cominciarono a gridare in quella piazza…

Viva…
Viva la libertà…

Come il torrente giù a valle
Che rumoreggia e affoca nel lontano mare
in una tempesta irrequieta e repressa…

La folla rinvigorita e spumeggiante
che ondeggiava tra le ragnatele di viali scoscesi
tra i muli e i cavalli
e i galantuomini sul monte
dei signorotti di servi,
davanti quel Municipio,
dagli scalini che fiancheggia la chiesa…

un mare di berretti scapigliati di sudori
e in aria le scuri falci riposate
che luccicavano nel vento di altura fuoriposto...

nei vicoli stretti irruppe la foca
in una stradicciola costeggiata di muraglioni
i muli e i cavalli albergavano in frescura...

A te con gli occhi bassi,
barone, accattone di sempre
che hai fatto salire alla foce di rappresentanza
la gente i contadini dai loro campi…

coi vecchi capelli sudati
e irti sul capo di schiavi,
armati soltanto delle loro laboriose mani
con unghie spezzate dalla umile terra...

E il sangue ribolliva nelle vene
che fumava vino di ubriacatura
di boccali e sedie di pietra
nelle locande di paese...

Le falci acciaiose in alto,
con le mani,
i cenci avvilucchiati,
di sassi ghiacciati,
il tutto con il rosso sangue
del sudore umiliato…

silvano
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LA PARTENZA DI SALE

Scendevo volavo tra i sogni
negli spazzi infiniti
Di chi voleva fuggire
Da un’amara terra
Abituata di senno…

dalla soglia di precipizio
in cui vedevo il mare
un uscio sul mondo,
che voleva amare…

e mi coinvolgevo
come un convoglio,
negli occhi lucidi
di una donna hai bordi dei filari…

nelle curve avverse
con il suo aspetto di sale
in una giovinezza consumata di rughe
e io avanzavo nello spiazzo glaciale
costeggiato di siepi dilato di fiori...

La mia andatura era lucente
È artificiale e affaticata,
ma non cascante,
i miei occhi davano lacrime salate,
ma avevano un segno lungo il viso
come d' averne consumate tante…

silvano
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SUA MAESTÀ’ MONTE PIZZUTO

ero li in altura
in ebrezza tra le nuvole
il vento mi spazzolava la pelle
in un orizzonte a ponente
con l’azzurro mare adriatico…

e li a due passi
il nano campanile
di schiavi di Abruzzo...

e giù a sud nel ciglione lontano
fiancheggiato dal fiume sente
dove le rime non bastano
e le parole sono incontinenti
il mio cuore parla ancora la sua lingua…

e su nelle giravolte
dei tratturi fangosi e pietrosi
schietto nel colle
che si innalzano antichi
e fanciulleschi fiatoni,,,

di ricordi impastati
fino al sormontare
di Cardarella i paracarri
impostati di cemento…

nella vecchia e antica stazione
scarichi di vacilli di muli e cavalli
dove valige esule di traverse
di sogni e speranze…

di una romana trombettante
che ci sorvolava tra i monti
incattiviti per la bella stagione…

silvano
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IN QUESTE SPONDE

Tra le briciole di un ricordo amaro
La realtà cruda
Ma mi faccio Incoronato
tra i miei stessi passi
Di verde di terra natia
e impastatomi di boscaglia,
sorrido hai tuoi occhi
Che possono vedere…

io voglio restare qui,
ma a voi che urlate
non vi trattiene
nessuno
di questi ceppi di memoria…

troppo chiaro e tangibile
che ne vale la mia libertà…

in questa quiete…

in questo perenne studio,
amalgamato dai miei amici,
che tutto questo sia onore...

silvano
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IN QUESTO MISTERO AMAMI

in questo mistero globale
dove c’è l'amore,
ci si può innamorare
di una luce tagliente
dei suoi occhi vigili…

in un lampo
in un’ebrezza di pelle vibrante
tra quella moltitudine vaga
di quell'anima assente e distratta
che ignora il tuo io
per non sapere nulla di te...

di una felicità frastagliata
e regressa e trattenuta
in quell'amore coinvolgente
che ignora la voglia di esistere…

 

LIVIA AVEVA FREDDO

Era povera
E non aveva poco più di niente
Come un sacco pesante danzava
E gli traballava sulla testa galatee...

E poi aveva freddo Livia,
stava tremando nel ghiaccio cammino,
si stringe la vita
e le tremavano le mani
e le unghie coperte
da un lembo di guanto…

avvolta in una sciarpa beg,
che le copriva quel viso invecchiato…

in quella risalita
di vento e di ghiaccio
a picco serpeggiava
la stratugola di pietra
costeggiata di neve indurita…

guardava se stessa
nella coltre della neve lucente,
il cappello ancheggiava tra i sogni,
e in lontananza tra le punte estreme
dei monti aspri di freddo vigile...

il passo si attenuò tra i ceppi
di pianura
di un aia famigliare,
il vociare si fece radente tra i denti
e casa si fece esistente...

Entra,
e casca a peso
come un cencio
sulla sedia di pioli traballante...

Chiude e socchiude
gli occhi delusi e stanchi
e sospira nel tepore
della fiammella traballante
del camino arcato
della sala…

E poi improvvisamente
L’espressione si fa vitrea,
aggrotta i suoi occhi
innestati in una fronte
di poggia battente
con una rabbia deludente
in quella sacca di fatica
sulla tavola macabra...

silvano
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CINZIA ERA BELLA

li nella tabula rasa
giù nella pianura di dio
nel viale ordinato
tra gli oleandri rossi
lo sguardo si snodava
E viaggiava tra i monti frastagliati…

lungo quel stradone
costeggiato da siepi
e tigli e ligustri
nello struscio pomeridiano
con appeso tra le mani
il breviario donnabbondiano…

tra le aride giornate autunnali,
punteggiate qua e la,
di verde noia
e tra quelle imponenti querce sconosciute
immersi e impastati di sogni...

I raggi rossastri filtravano
I tuoi occhi di sole…

ma cinzia era bella…

era tenera e spensierata,
e il tempo non si annoiava,
come l’erba tra i suoi piedi
che aleggiava di vento…

la quotidiana e obesa decadenza,
la rendevi libera e leggera
e l’abbozzavi con tuo sorriso fugace
dai capelli di seta
che si sciolse in una dolce
consapevolezza d’amore…

si stavamo solo illudendo
che eri solo sostituta
della mia dolce ispirazione…

Avevo poetato
Rime nell'anima per te
E scritto nel cuore per te…

silvano
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GIULIA MI AMA ANCORA

Non sono solo
un sogno proibito
ma vago per le tue viscere
e sono custodito
nel fortino segreto dentro di te…

come tu sei
incarnata sempre
nella mia mente…

come l’aria e i battiti
sbarazzini nel vento
siamo alianti
dalle ali di rodine
che tagliamo l’arcobaleno
dei ricordi…

giulia eravamo noi
in quelle notti di settembre
sprofondati e avvolti
dalla musica di sottofondo…

e guidavamo piano
per non far rumore
a quell'anima d’amore,
in quelle curve a nord-est
in cui ci specchiavamo nel mare…

la notte era cupa
e il faro girava vivo e lucente
e penetrava nei tuoi occhi
agitati e pieni di ebrezza
che mi fissavano…

e mi penetravano dentro
come una spada bollente
che l’emozione sudava freddo
come ghiaccio di refrigerio…

Silvano
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SOLO IL VECCHIO FIUME MORMORA

in questa terra
solo il fiume sente
brontola la solita litania
delle storie sannitiche
mai raccontate,
lì sotto, nello sprofondo
tra i sopraccigli di creta…

nelle coste appicco sul petto
in mezzo alle pietre di lava bianche
questo nostro fiume silente
serpeggia
e non ha paese né quiete
dove riposare…

e nemmeno lui, come me
e come tutti quelli
del ciglione
che hanno orecchie per ascoltare…

e di qua dove nasce il sole
e di là dove tramonta il sole…

e brontola nel silenzio
e si riconosce subito
nel gorgogliare vuoto
tra quei quattro venti
nei quali si rompe l’incantesimo,
di una voce
di un boato
di un amico inseparabile…

silvano
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BIMBO MIO PERCHÉ’ NAVIGHI QUI

ce quiete tra questi fagotti
di silenzio e vergogna,
in questa mattina d’ottobre
immerso nella nebbia della valle
dove il mare guarda l’orizzonte…
e in un sonno mi sono liberato,
e come se stavo affondando
nell'acqua gelata
di un vacillo in pendenza…

e solo una sensazione di confine,
di due occhi lucenti
accartocciato di stracci,
che nell’ombra galleggiava placido…

in questo mare di orrori,
e il mio corpo e rimasto giù,
e gli occhi liberi
nel pavimento fumoso
della nebbia che tace...

Dormivo ma galleggiavo,
e sono estrapolato dal corpo che tace,
non posso dire che sia sveglio,
sono sospeso
tra realtà e irrealtà
tra oppressione e libertà…

il mio corpo e galla
ha bisogno d’aria,
il mio sonno e una barca
su una cesta di vimini…

a forma di camera chiusa,
di un’aria pesante,
mi opprime,
voglio una finestra sul modo
per navigare in libertà...

SILVANO
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ANCORA VIVO NEI TUOI OCCHI

Basta un lontano rumore,
un odore di te, dei tuoi passi o spazi,
uditi o respirati un tempo remoto,
per farli presenti,
come vessilli del passato
e roccaforte del presente…

lo so che non sono reali
e non sono attuali,
ma ideali, ma presenti e non astratti,
perché l'essenza e presente
e permanente nelle mie squame…

sì nascosta tra i pigmenti,
di cose non liberate,
e nel nostro personale io,
che avvolte molto tempo
vissuto e passato,
sia morto…

mi sento ancora sveglio,
e il nutrimento che mi hai arrecato…

in un istante guardo il mare
e metto in ordine
il tempo che hai ricreato tra noi,
perché lo sento vivo
e lo avverto penetrante,
e il sole gira ancora tra noi…

silvano
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SILENZIO MONDO NON FAR RUMORE

Odo solo una musica
Di quella pioggia scrosciante
Da quella finestra sul mondo
della mia coscienza...

Devo essermi per troppo
Tempo assopito…

Fatico
E non voglio abituarmi
A questi occhi stanchi
Sommersi nell’oscurità,
e mi immergo nel ricordo
di te…

Sono passati troppi anni
Da quella tua partenza,
e il tempo ha scavato
un solco, una voragine
nel profondo di me,
che mi fa male,
ma non voglio colmare,
per portarti dentro me...

La sofferenza e vita
la solitudine e riflessione
per un emozioni che non mi fa arrendere
che non voglio separarmi…

e ti voglio vivere dentro,
fino a farmi male,
per sentire il tuo ricordo vivo
dentro me...

SILVANO
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CINZIA ERA BELLA

li nella tabula rasa
giù nella pianura di dio
nel viale ordinato
tra gli oleandri rossi
lo sguardo si snodava
E viaggiava tra i monti frastagliati…

lungo quel stradone
costeggiato da siepi
e tigli e ligustri
nello struscio pomeridiano
con appeso tra le mani
il breviario donnabbondiano…

tra le aride giornate autunnali,
punteggiate qua e la,
di verde noia
e tra quelle imponenti querce sconosciute
immersi e impastati di sogni...

I raggi rossastri filtravano
I tuoi occhi di sole…

ma cinzia era bella…

era tenera e spensierata,
e il tempo non si annoiava,
come l’erba tra i suoi piedi
che aleggiava di vento…

la quotidiana e obesa decadenza,
la rendevi libera e leggera
e l’abbozzavi con tuo sorriso fugace
dai capelli di seta
che si sciolse in una dolce
consapevolezza d’amore…

si stavamo solo illudendo
che eri solo sostituta
della mia dolce ispirazione…

Avevo poetato
Rime nell'anima per te
E scritto nel cuore per te…

silvano
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NON SAPPIAMO DIFENDERE
LE NOSTRE FIGLIE

Si
Abbiamo spento
le luci di questo universo
e abbiamo lasciate sole
queste ragazze suicide...

e abissati di maschere
e saltiamo come angeli purificati
dai parapendii di apparenze
cechi e incuranti della violenza…

la paura e il dolore
e come gelo, che taglia i sipari
nella pelle di quel viso raro,
e come una meteora comune
i padri accompagnano le figlie
in quell'ultimo volo di sangue...

Gettano via i loro occhi
Come un dono scontato
che non hanno mai voluto
vedere e sentire,
certo e un dono
che nessuno gli ha mai chiesto…

e invece siamo essere inutili
qui catapultati per caso,
e scaraventati nei visi di vernice…

giù da chissà quali ventri
senza coraggio
e ci siamo creati paradisi
del niente e del nessuno
per ammazzare le nostre figlie…

e non riconosciamo nemmeno
noi stessi,
siamo solo urlanti
impastati di appartenenze
e schieramenti…

ma nudi e traballanti
come pecore di servizio
e sporchi di sangue
nel comune sentire
dei nostri stessi occhi...

Silvano
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TERRA MIA,
DI TROPPI ADDII TI SEI INVECCHIATA

Addio a quei sorrisi
Aperti sul mondo…

monti e rocche pietrose
di sorgenti dell'acqua di neve battente,
e si elevano appicco sul cielo basso,
cime spiovente sul crinale ineguali,
note che suonano musica vera…

a chi è cresciuto tra i filari,
e marchiati sulla pelle e sulla mente,
e ha l’aspetto di zolle
come i suoi familiari secolari…

torrenti che serpeggiano tra i salici
rumoreggianti dall’andatura di pietra,
che distinguo dello scroscio di cascata,
il suono bolle tra le voci domestiche di calore…

masserie sparse e biancheggianti
sul pendio del ciglione a sud,
branchi come le pecore
pascenti tra i prati nascenti…

in quell'addio ripetuto,
nella tristezza di quei passi,
cresciuto tra filari
che si allontana malvolentieri,
con la stessa fantasia
di chi parte volontariamente,
rigonfio di speranza
e di sogni per una fortuna
di un altrove…

sì disabbellito gli occhi vigili
di chi lo ama,
in quel momento cupi,
con i sogni affagottati
pieni di fantasie di ricchezza,
e tornerebbe di sicuro indietro,
se l’illusione di un giorno,
tornerà baldanzoso...
silvano
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MADRE TERRA

Ma perché vivere lontani
Da questi venti,
anche se i camini
non sbuffano più…

Tu che fuggi nella fredda
e lontana città del nord
o ti abbeveri di circostanza
nella città di pianura
e ti pare bella e fertile…

e io mi avvolgo
nella tua e mia, madre terra,
anche se arida e deserta,
e abituata ormai hai tuoi,
e tanti e tantissimi,
addii.

Io no,
non riesco a riconoscere
me stesso…

Forse perché quelle prime mani
Affusolate profumano di te
non ci siamo nemmeno detto ciao nel vento,
o un semplice sforarsi
a fior di labbra
o un saluto ingenuo e innocuo…

E pure mi trovo sempre a pensare di te…

Lo so che tu non sai nemmeno
come mi chiamo,
e non conosci il mio viso,
ho chi sono,
o cosa ne faccio del tuo pensiero...

e Io di te,
invece so tutto
del tuo alone di libertà,
del tuoi capelli
che svolazzano a tramontana…

nel viale tra le foglie secche
tra quelle querce
di quel ponente malandrino
che ha il colore,
del tuo cuore…

 

Hevrîn
L’HO SENTITA MORIRE
TRA LE MIE MANI IN LONTANANZA

Le lacrime si avvinghiano
in una madre che spera
“E la chiamata”
dalla voce strozzata
e non riusciva quasi a parlare…

Uomini vocianti,
e poi il mitra che cantava
E la sentita morire…

Le mie orecchie tra gli insulti
rabbiosi di quei bastardi di morte
che urlavano a sua figlia
già morta...

quella scarica tra le vene
di quel kalashnikov di vampiri,
anche il mio telefono tremava
quasi piangeva per me
in un modo inconfondibile
e non definito...

e cosi che glie la stavano ammazzando
in quella diretta d’orrori...

Hevrîna...

attivista curda…

e la madre li pietrificata
in un ventre squarciato,
con quelle tapparelle tranquille
abbassate color amaranto...

 

CARO AMICO LINCH

In questa tempesta di applausi,
per piccoli uomini traditi e illusi…

caro mio giovane Linch...

In un momento in un attimo
Appesi tra gli arcani
potrete scaldarvi al sole,
nell’ andare alla deriva degli ultimi
e sbattere contro i frantumi della barriera
tra tanti scogli navigati
che vi possono levigare...

la pelle ruvida,
in tutto
in tutto questo tragitto,
l’uomo fiero ammira se stesso…

e cosa può fare,
quando si immerge
nella tempesta
tra i legni di ciminiere…

E poi per puro caso
in uno sguardo fulmineo
incontri qualcuno qualcosa,
che rimarrà impigliato
nella tua vita per sempre…

il quel breve istante
che è rimasto tuo,
l’emozione diventa giornata,
di te stesso…

l’attimo diventa ragione
in un senso
di vita globale...
silvano
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SANGUE NEL CIGLIONE

troppo caro troppo scoperto
il ciglione dei quattro venti
capeggiato da guerce secolari
e li nell'ombra chiusa
nell'oscuro tombale tra le cave di terra...

per edificare forni e camini,
dall'erba fresca che ondeggia a tramontana
e in lontananza rumoreggia
tra le coste di picco
nello sprofondo il sente che ci ama...

giorgio era li
tremante e bambino
tra le grinfie degli ormoni animali
di adulti apparenti normali...

l'erba stalla
dalle pozze di sangue
che giorgio perdeva...

sento ancora
i strilli e l'odore agro
della defecazione
di quelle bestie naturali...

e su mi arrampico
sul vialetto di creta
con i miei serpenti tra i capelli vecchi...

ma giorgio ti sento
ancora gemere
di coraggio ed di contrasto
di una storia silenziosa...

uomini vili
dalla camminata arresa
che non sanno nemmeno parlare,
si gonfiano e si atteggiano,
e si annegano di paternità...

ma giorgio,
geme ancora
e lecca le sue ferite tra i denti
e ogni soffio e alido di calore
sente ancora il tuo fiatone sul collo
che godevi di naturalezza...

silvano
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IN UNA LINGUA IMPASTATA DI SPINI

Cosé,
questa vita in questo destino
bollente e irrequieto
potrebbe filar leggero come piuma
e andar via invisibile
e invece pesa e brucia...

come tronchi di guercia
bruciata da ardere
e dietro di sé ce cenere nel vento,
e in alcuni istanti,
tra i mille avversità di una vita
al limite del costato...

avvisto parole
sospese nel vuoto
che risuonano
inni antichi...

in questa notte
invernale dalle sillabe pesante
dal ricordo profondo,
dalla neve che cade
e ardono pensieri,,,

come quelli,
che disegnano aquiloni
in una via di sorte
per tacere...

in questa fuga
di fuochi solitari,
buoni per una ragione,
solitaria per essere vivi....

SILVANO
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WALTER ERA POVERO

In questo uomo di mezz'età
Grida, si sfida
attraverso fiumi
di urla come giungla di vocaboli
colui che nostro amico,
ho nostro fratello se ne va,
con il cuore spento...

Ascolta walter,
ora, siamo qui a giudicare,
questo popolo
di giungla sommersa,
rispondimi con parole tue,
chi, o cosa,
lo farà voltare nei tristi mari
di pensiero,
e chi lo farà restare...

questo uomo guarda se stesso
e piange nella Giungla vociante
egli e solo,
era nostro amico o fratello,
soffre a testa china,
aggrappato nella zolla vigile...

L'Uomo ritorna se stesso
e solo nella Giungla,
l'abbiamo amato
e in quelle traccia
di un solo uomo
noi inferi perversi
non lo abbiamo seguirlo più...

SILVANO
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IN QUELL'ANNO SCOLASTICO

In quell'ottobre 81
dell'anno scolastico mitico
che odorava di cartoleria
fresca e nuova
di pigne, Raffaello e Fabriano,
da orso e pandera
in un rosso di polvere
da sparo tra i denti…

si confondevano giorni e settimana
come un'eccitante e palpitante
partita di caccia di selva,
il buonumore si sentiva nel vento
e l'ottimismo tra i polsi...

come un treno fischiante
di volontari senza freno
in partenza scellerata
di rivoluzione e guerra
quasi mezza vinta d’orgoglio...

l'anno era lungo e offuscato
di un mondo scolastico
che non cambia
odore intriso di nafta
di catrame palpitante
come delle grandi partenze…

silvano
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AMORE MIO COME SEI BELLA

fra queste fessure a sbirciare
con lo sguardo come un tiepido
soffio di carezze baciate dal vento
che ti fondi e ti confondi
in uno spettacolare gesto naturale,
tu sei la strada
che ogni mattina mi percorre…

E con uno sguardo d’asia,
rifilo gl’orli e allargo
i margini di narici...

ti seguo
con occhi affascinati,
e mi elevo in una voragine di leggerezza
il vento che s'impenna tra i capelli
e sono tra le nuvole
per attraversare docilmente
il tuo cuore di brillanti…

e siamo tra grandi alberi
al tramonto arrossato,
e ti vedo chinare tra mille foglie
e scuotendoti e posandoti
sul quel terreno morbido di verde
e ci amalgamiamo e ci fondiamo
in una raffica dolcezza...

Il sole
Calante filtra tra noi,
e i suoi raggi accarezzano il tuo viso
e con la sua debole luce
cortese e carezzevole
sembri un grande giardino fiorito
di rose rosse…

ma dentro di me sento
un sonno dell'inverno
tra le coperte accaldate
mentre fuori scende la neve…

E non ho urgenza ne voglia di svegliarmi
Mi sento pigro e sazio di te
E mi sento un paradiso dentro di te
E i tuoi occhi sono fari di sole
Che illumina la mia unica esistenza viva…

Il paesaggio mio e innevato
è di una bellezza lucente
come i tuoi occhi vitrei,
e il mio battito straripante
e sbadato tra i bordi…

e ho fermato l’infinito
tra la nostra intimità
e in quel preciso momento,
blocco le parole
e il silenzio diventa voce...

E mi accoccolo accucciato
tra la tua alcova dall'inverno dolce,
e tra i tuoi promontori naturale
che le prime gocce ho benvenuto,
e mi sciolgo come i bambini…

silvano
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IN QUESTA POLITICA OPPRIMENTE

noi ultimi dai volti distratti
ci sovrasta i baccani politichesi
secchi schierati d’interessi
e noi viviamo i giorni di gioia,
e d’armonie con leggerezza…

si sentono unici inarrivabili
come al centro del mondo
con legami obesi d’ignoranza,
in quella felicità squarciante e unica…

Appena ci ribelliamo
E ci intromettiamo nel loro ghetto
Maledetto di denaro
Che ci soffia e ci svanisce…

Sono gli interessi spazzatura
che ci spazzano
via con forza
che noi
non abbiamo
per fermare
questi quattro ottusi ignoranti...

SILVANO
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RIBELLE OTTUSO DI ALTRI TEMPI

Sta notte navigavo fra le nuvole,

e non so se era, un Sogno bellissimo,
ho un gabbiano che sognava me...

e io vagabondo di sogni
senza più paura...
e della turbe conseguenze
e di poter realizzare le mie ali e il mio sogno più grande...

e vivere libero
e non soffocato,
tra questi ottusi mendicanti
schierati di barricate e steccati....

e io ribelle di altri tempi
non ho e ne avrò catene...

e vivo e combatto
solo per quello
per realizzarla.,,,

SILVANO
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CARA LUCIA

Vieni avanti
E perditi nel mio abbraccio
Se il tuo coraggio
non ti spaventerà
con le mie eterne paure...

un giorno forse prematuro
e vicino incui mi dirai le tue pene,
mi infonderò e vestirò di quelle
e troverò il modo di rimuoverle...

i due cuori lotteranno
come degl’acrobati
dai zampilli rossi
contro ogni malessere...

e su di me puoi spalmarmi
per una nostra rivoluzione univoca...

Tu hai l'anima perversa
come io la vorrei avere
forse eri tra mille
ma cercavo solo te...

SILVANO
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IL MIO CUORE,
HA LA FORMA DI UNA BANDIERA
SENZA ASTA

Terra,
Molte e infinite
volte ho studiato analizzato
i selci di questi borghi murati
di terra secca di zolle...

ce una lapide di corallo
in fondo al viale
che mi ha scolpito
il cuore nei venti del nord...

i miei muli scalpitano
tra le mie vele ammainate,
in un forviante porto
dei ricordi di burro...

la realtà e cruda
tra i dirupi di zolle
ma la mia vita e viva...

Perché l’amore tra i tuoi veli
con i soli occhi appuntiti
me la offristi timidamente di nascosto,
ero io ha ritrarmi
per paura del tuo inganno...

più volte il dolore bussò
alla mia porta,
e io ebbi paura della tua emozione,
velata di lacrime sorridenti...

l’ambizione e il sogno mi chiamò,
a dura voce tra imprevisti
mari di pianura...

e avevo fame di ribellione
e dare un significato pesante
alla mia vita...

cara so che bisogna alzare
le vele colorate
e percuotere i quattro venti,
di un destino frastagliato,
e dovunque mi spingano
arrossato di questo legno...

silvano
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IN QUELL'ESSENZA DI VITA
Mi SONO PERSO

Conservo questo sguardo tra queste ferite,
difficili da dimenticare, che mi hanno reso
più forte tra le altre.

E mi sveglio in questa delicata
essenza goliardica
di una succulenta esistenza
in una delizia silente...

mi sento
un uomo anomalo e appartato
in cui il vento sfoglia
le mie pagine...

e sento il cuore battere
e palpitare ritmi antichi
e in un momento fermo il tempo
infinito dentro quel respiro affaticato...

e mi sento di danzare
a piedi nudi nella nebbia
mentre i tuoi occhi li sento dentro
che mi purificano da quel gusto amaro
di quel passato pesante...

voglio
Gustarmi fino in fondo
quel sapore agrodoce
che mi e nato dentro...

non so
o non posso sapere
se questo è l'amore
di cui tanto si decanta
dai tempi antichi...

in questa esplosione di vita
la sento imbottigliata
dentro quel tuo sorriso...

ma la sento che la voglio
vivere caparbiamente,
in un solo attimo
con compiacenza e orgoglio...

e farmi perdere e travolgere
dai tuoi labirinti cavernosi
e da quell'emozioni che possiedi...

E mi infilo e mi perdo
di senno tra quelle tue parole
e quei pensieri vorticosi...

sono meandri desistenza
di un anima di desideri
e ci abbandoniamo completamente
e donandoci il cuore,
e l'anima in quella mente vigile...

silvano
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DALLE RADICI DI PIOMBO

Dalle radici di piombo
Sotto questo cielo
Di ragioni di lacrime,
come pioggia di polvere…

che mi acceco
e mi faccio avvolgere
da questo cuore indurito…

Per chi ha troppo cuore
E per chi il cuore non la trovato,
per chi ha messo troppo sale,
e per chi non ha pace…

e annega nella piccola cose
in un alluvione di parole
e lacrime mute…

Sono qui sotto questo cielo
per voi e per noi,
per dimostrare
che siamo vivi…

silvano
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LA SOLITUDINE SPECCHIO DI LUCIDITÀ’

La solitudine specchio di lucidità,
in una felicità mai sentita,
e inseguita dalla tristezza
vaporizzata nel passato...

un tempo di martiri
aveva congelato i sentimenti
e sepolto un cuore vagante
in tonnellata di neve fresca…

aspettando in quel flusso di silenzio
di quell'anima ribelle,
tacevo e guardando
quello squarcio di cielo blu,

le palpebre chiuse
con gli’occhi bendati
cercando nel ventre del passato
e di calarmi negli abissi
di quella mente soffusa...

e inserendo quei ricordi
in una riga di felicità,
e infrangendo quel muro
quella barriera
in una sola parola di libertà…

troppo cruda
e strumentalizzata
da voci senza tempo,
per essere Amore...

silvano
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L’ULIVETO DI PEPPE

È tra questi ulivi di Peppe
che vedo fiorire e sfiorire
il sole arrossato
Tra i venti del nord
trascinati dal dolce sente…

E mi smorzo
in una sensazione
tra i mortali
che mi fanno sentire fossile…

E quella di guardarmi intorno
e vedere dentro me
i visi passati di sudore
e oggi acchitati tra i cimiteri,
in altura tra i pini…

e io
in questa notte tempestosa
con i miei occhi che sibilano
e filtrano tra i raggi
di pioggia battente
e non trovo più
posto tra i vivi…


ma ho uno spirito antico,
che un tempo stavo
tra i tanti uomini,
e ho un riconoscimento d’orgoglio...

che i mortali mi danno vita,
e non potrei sentirmi più solo,
e ne straniero tra questi olmi
di parapetto...

silvano
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L’UOMO DAL BIANCO CAMMINO

L'uomo dal bianco
commino che cinge
la morsa di terra
della mia strada
di ferro di ruggine…

e mi scava le ceneri
dei miei avi
per una ricerca
di vita di ferro
giallo arcobaleno…

la Terra di ventre,
che sanguina di vene,
negli aratri rovesciati
delle zolle di silicio…

l'erba rigogliosa
delle nostre verde
punte di colline,
in cui ruba i tronchi rugosi
dalle nostre foreste scoscesi
per costruire i nostri forti orizzonti...

il tempo brucia i ricordi
dei nostri borghi che dormono
e riempie i vuoti tombali
dei nostri amici fuggiti...

La voce che trema
che corre sulle onde
dell’aria pungente
dei pensieri guerreggianti e martellanti...

silvano
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IL SENTIERO DEI SOGNI

Ho amato sempre quel cammino
nel silenzio di natura
confortevole di musica di uccelli
e io immerso e vestito di lettura…

il viale abitudinario rigido battuto
tra le guerce secolari
caldo e avvolgente
come un maglione
di casa plebea…

i sabati pomeriggio
imbarcato nei treni
a lunga percorrenza,
con lo sguardo bagnato
fuori dal finestrino vigile sbiadito,

provincia dopo provincia,
i panorami scorrono veloci,
come versi di una poesia nostalgica,
o dentro una cartolina sfocata,
sono stanco e mi ristoro di pensieri,
le mie forze sono finite,

le poche parole che si incubano
dentro non escono,
oppure parlo piano,
con un rispetto tacito
e accordo di rispetto…

SILVANO
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Vi presento due libri di un personaggio rivoluzionario che ha dato voce agli ultimi, e voleva rivoluzionare schiavi, e portare le fonti verde di schiavi agli apici, e ne ha studiato tutte le strade in cui poteva essere percorribile per il territorio agricolo agrituristico e zootecnico per il territorio di schiavi di abruzzo.

CARO DON GIUSEPPE

era li dagli occhi vispi,
che oltrepassavano il muro e il sogno
ti penetrava dentro,
dalla mano bollente d'emozione...

e ti trapassava e ne faceva
gesti e abbracci,
il muro era feroce e astuto,
ne a fatto cenci di domenica...

gramsci era il maestro
di semplicità tra i muri scrostati
dalla sua seggiola
dai pioli di spini...

rifugi di contadini
che aleggiavano di alito
e di una lingua
di cuore e benessere...

silvano
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in questo mio termine di cammino
di nero e delusioni ormai
che me ne guardo bene ad assecondarmi,
per un interesse di partito
per una momentanea gloria...

in questo corrotto tempo,
mi sforzo per il mio ideale
a rappresentare davanti all'anima,
e che mi fa dimentica tutto il resto
del nulla...

 

QUANTI AMORI ALEGGIANO ANCORA NELL'ARIA

La nascita sofferta
iniziò giù
nei larghi prati
nelle rupe di verde,
dove la tramontana soffiava liberamente
sui tetti di neve...

e le finestre come occhi liberi
di specchiarsi nella luce nel sole limpido...

e quella nascita fu libera
senza recinti ne barriere
e si sentivano i battiti liberi dei merli
che respirava liberamente nella natura...

e un giorno e Ii
tra i miei avi
che voglio morire,
e non tra queste mura sconosciute
di chiacchiere vuote...

e lasciami libero
come un cuculo o un gabbiano
sul colle estremo,
e fammi sospirare contro vento
qualche foga parola di fuoco nell'aria

E fammi sorridere tra l'erba di vento
come se dovessi bruciare il mondo,
e fammi Stringerti al mio cuore
come una tenere amante di corallo...

e voglio lanciarti Baci nel vento,
e amalgamarmi del tuo cuore
e seppellirmi tra i tuoi turbolenti battiti...

e perderci amatoci davvero...

SILVANO
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LA MIA STORIA LA SENTO A PEZZI

Il mio cuore di un tempo
si sbriciola in pezzi di storia,
e ancora le tue parole le sento pesanti,
e i tuoi occhio mi penetrano ancora
e recitano tutto il pericolo che io corro...

Ancora non sono libero,
e non mi sento liberto
in questo mondo di barriere...

Il mio cercare nel labirinto del pensiero
mi ha stremato
con notti vorticose
nell'insonnia di voglie eccessive...

io aspiro alla pura libertà
come l'elevatezza di un gabbiano,
e la mia anima vuole accoccolarsi tra le stelle...

anche se i miei istinti selvaggi
di coraggio e di rabbia
hanno fame di libertà pura...

silvano
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FREDDI MA FORTI

Ma quando vorrei che tu
rivenissi da me
nella culla del ventre
in una di quelle sera
d’inverno pischialtesi…

e stretti insieme
dalla stufa che sbuffava
e la fiamma che ondeggia
e noi guardavamo dietro i vetri…

con la solitudine,
del silenzio della neve
che scende soave,
e dalle strade deserte e buie
e dalle gelate a matita sui tetti…

e noi immersi nel calore natii…

negl’inverni assolati
sotto la coltre di neve
brillante da favole…

dove solo noi insieme
sospesi nella musica d’armonia
della tramontana che soffiava,
e noi senza saperlo fissi negl’occhi...

e nei lastricati soffici
dei stessi sentieri sommersi,
passammo e squarciammo tracce
di vita uniti tu ed io…

avevi passi timidi inesperti,
e insieme ci facemmo forza
attraverso le alture e le foreste
piene di neve…

Insieme assaporammo
i venti stretti tra i capelli,
e senza saperlo in una leggerezza
di quel cantore sublime…

seminammo e piantammo
il seme del senso della vita
immersa, blindata e misteriosa,
che ci aspettava impaziente...

e in quel palpitare silenzioso,
sciolti ma pazzi
e in teneri glaciali d’amore...

SILVANO
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ero un uomo spaesato e appartato.
a studiare i percorsi di un appartenenza possibile
S.F

 

non ho voglia di farmi capire
ma ho solo voglia
di incapsulare la luce nel vento...
Silvano

 

IN QUELLA FUGA D’IDEALE

In giovinezza,
sono stato un sognatore
degli eccessi colorati
e dei separati mondi,
affezionato ad accarezzare
i retroscena delle immagini lucenti…

e ora mi disegno utopie,
di immagini capovolte dalla storia,
sono oscuro e non vedente
come un perenne inquieto...

Ma oggi cosa è rimasto
Sono stanco e sudato,
dopo tutte queste lotte,
come immerso in una notte buia,
come in un incubo di cemento,
e tanti confusi ricordi sovrapposti,
e tanti rimpianto di memoria...

In quest’oggi
di una vana e inutile
lotta di nullità
ho esaurito l'ardore verace
che mi gonfiava l’anima
in quella perseveranza viva e fiera…

la volontà è fatta fievole
la vita e fatta tremante,
sono entrato in questo vicolo di vita
di noia perversa,
con la sensazione di averla già vissuta,
tra le pagine lette in gioventù
di un libro riposto da tempo…

silvano
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MA COME PUÒ ESSERE OVVIO,
LO SGUARDO

ma come e profondo,
questo arcipelago di pensieri
e ormai siamo rovesciati,
e ci siamo persi in questo buio
che non riusciamo a vedere più nulla…

A forza di sprofondarci,
in questo sprofondo di nullità…

anche l'intelligenza ci e negata,
in quella leggerezza di avvicinamento,
che ci fa essere leggeri come un gabbiano…

per risalire questo crisantemo
di superficialità avversa e perversa,
squagliandoci e vestendoci
in quella corona di banalità…

silvano
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IN QUESTA LUCE CHE SFUGGE

In questo lampo
Dallo sguardo inesorabile
Che incapsula luce
Nei ricordi che brillano...

In questo occhio di pergamena
dai contorni incasellati d’arcobaleno
mi si appiccica il bianco sfumato
di un gelido cammino nel tempo...

ma il Bianco candido lucente
dei tuoi occhi vispi
che mi illumina l’anima...

voglio essere forte
immerso di saggezza,
per coraggio di una prudenza viva...

sono infuso dal colore
della tua pelle salata
liscia delicata di velluto
in questo chiarore
dello squarcio delle stelle...

in questo invecchiare
svirgolando nel verde
dall'assenzio degli odori antichi...
Silvano Fantilli
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IN QUELL'ABBRACCIO DI SASSO

Ero lì fermo inchiodato
In quello che mi resta
di quella poca luce
dei miei occhi stanchi,
a godermi quell'orizzonte sudato,
in quel vento a tramontana
permeabile di realtà vigile...

mi tuffai nel tempo dei ricordi,
in un tempo indefinito
ero vigile da lontano,
solidificatomi di me stesso…

e alzando le mani disgiunte
in un abbraccio accorato
per una sola volta
scioltomi nel tuo ventre che batteva…

sentii le mie braccia stanche
che mi sussurravano
tra cuore e anima
il tuo ti amo
in uno sbruffo gelido di colle
che mi penetrò
nell'infinito avvolgente...
silvano
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CAMMINAVO & VOLAVO
LIBERO

Cammino nel ventre di una rana
Quando una zingara mi rapi
nel passo del piede volate
del mondo, del contatto
della terra verace…

Mi sollevai e mi distaccai fecondo
nel ritmo vagabondo
in una culla di ventre,
in un corpo macabro
e in una mente incandescente…

in un corpo secolare sfuggente
in una resa
d’azione armonica,
che viaggiava in ostinata liberà,
in una mente libera,
in quella culla d’idee...

Cammino nel ventre di una rana
quando una zingara mi rapi
nel passo del piede volate
del mondo, del contatto
della terra verace…

Mi sollevai e mi distaccai fecondo
nel ritmo vagabondo
in una culla di ventre,
in un corpo macabro
e in una mente incandescente…

in un corpo secolare sfuggente
in una resa
d’azione armonica,
che viaggiava in ostinata liberà,
in una mente libera,
in quella culla d’idee...
silvano
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NEL CAMMINO SI OSSERVA LE RUGHE

Tornato dopo anni consumati altrove,
tra queste stradicciole native,
in una passeggiata silenziosa
verso casa, giù radente,
in una sera dai raggi pendenti…

guardavo fosco e indebolito
una delle terre di sopra...

leggendo tranquillamente
il mio percorso,
e talvolta distratto,
tra un rigo e l'altro,
chiudevo il maestoso libro…

tenendomi dentro e impastandomi
di panorami estesi di memoria,
per un segno del destino passato,
di una mano tremante…

e dietro la schiena correvano brividi,
ma lentamente proseguiva
il mio cammino tra gli olmi,
guardando a terra e di lato,
nella stradicciola sconnessa…

e buttando gli occhi a est
con i piedi tremanti
verso il muro secco di pietre,
e la boscaglia deserta facevano d’inciampo
nel sentiero solitario…

poi alzava il viso
dallo sguardo rugato,
girando gli occhi tutt'intorno,
e fissavo il monte,
dalla luce del sole arrossata
e già scomparso altrove…

e sfuggendo con gl’occhi
dal monte opposto passivo,
si dipingeva sui massi di roccia
delle larghe pezze di porpora ombrate...
silvano
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DALLA VALLE VIBRANTE

Mi sento un pastore
in questa valle
dal bastone d’ali colombe,
in questo grumo inchiodato
a castello murato e sollevato
sommerso in una foresta
a tramontana battente…

la terra erbosa
mi invia notizie
su un'onda erbosa
dagl’orecchi incolti,
e lungo i crinali scoscesi dei monti…

dal fianco un po’ molle
da quel verde ruggiata movente
del grido profondo e aspro
del ventre antico di pietra...

avvolte le nuvole solitarie
si intrecciano sulle forcelle dei rami
e intersecate un sottile raggio di sole
che penetra come un morbido pizzo d'oro…

da quei vetri a mezzogiorno
in quel mio dormiveglia
dolce benessere,
sotto quel mantello scozzese
e i tuoi occhi mi vigilano dentro
di porpora lucente,
e nel mentre ascoltiamo
il leggero rumore dei pioppi allegri...

SILVANO
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silenzio
non far rumore
voglio solo leggere
la luce dei tuoi occhi,
e immergermi in quella tua ultima
lacrima nel vento...

e farla scivolare
nella sequoia del mio cuore
che batte rumorosamente
al ritmo delle tue palpebre...

silvano

 

IL SOGNATORE DI PAROLE

mi immergo in questa calma,
in questo silenzio piombato dai sogni
di cui gioisco di cuore
e così intimamente mi sommergo
all'interno di questi viali di foreste
o sui campi erbosi...

forse solo un sognatore,
che si nutre di sogni tristi,
del dolcissimo cantore di calma…

che solo qui,
tra queste valli scoscesi
che ritrovo la mia anima
e la mia vera umanità,
immerso nelle onde della poesia…

che struscia di svirgolo
ed evapora nel cielo azzurro,
come le rodine di un arcobaleno…

SILVANO
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ORSO,
ANCHE SE SEI FORTE,
IO TI ASPETTO QUI

eri tu beffardo becero,
dal viso spigoloso e tagliato
come un ventre squarciato
dagli occhi affossati di faro
come un muro scrostato
di bugie…

in quel cervello
liquefatto di sangue
incapsulato da un pugno,
dal guanto scivoloso di vita
sepolto in un muro di ghiaccio…

eri li
come un verme
insaziato nullo,
negl’occhi sbarrati,
impauriti e sprofondati
dei deboli vuoti…

e li lei,
viso d’angelo
dal cuore appassito,
era tesa senza vita
come un giaciglio di bellezza
che giaceva a pavimento
senza vita d’incanto…

frullo violento d’incastro
mentre soproffava sudava
dalle mani insanguinate
del vino di gelosia…

che il sangue saliva
nel cervello squarciato,
affogato nella pozza
sopraffatta di sangue
come un verme acciaccato
della sua stessa forza…

silvano
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MI APPISOLAI TRA I PENSIERI

ero li affranto nel vuoto
nella virgola del ciglione
e tra i miei piedi
si spiegavano le rupe di verità…

ed ero in uno stato di dormiveglia
i miei occhi indolenziti e appassiti
si spiegavano a fatica
nell'albeggiare nel vento profumato
con la conoscenza custodita nel domani...

e l’insegnante di me stesso
urlava e avanza nell'io del ricordo
e nell'ombra del colonnato barocco
nel tempio dei pensieri,
e mi disciplinai a seguire,
la sua ombra nella moltitudine assordante...

e ti prego saggio,
trasmettimi la tua sapienza…

silvano
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SCHIAVI DI ABRUZZO.
SVOLAZZA TRA LE NUVOLE

Navigo in altura
sospeso tra i tornanti,
nel vento candido
e tra le nuvole
e il sole trasparente
dai raggi trapelanti
che comincia a scaldare in cuore…

e li a punta nel cielo
e tra le albe e i tramonti
dalle pareti scoscesi
che scivolano emozioni a sud

senti dentro rimuginare ricordi
e senti solo la voglia d’Amare,
forse sono solo sogni,
che senti tra gli affetti…

ma guardi giù
nella natia valle a nord
hai confini del maestrale
tra le strade a ragnatela
tra i sudori sulla rupe
di uomini e muli
che si inerpicavano tra i pioppi…

e tra i profumi
e i fiori che svolazzano al vento,
e tra i muraglioni di more
si annidano case e uomini
pietrificati dalle adolescenziale travagliate,
e tra le rupe di sfitte dimenticate
ci sono odori e colori esistenziali...

Una musica penetra dall'alto
E addolcisce il cuore,
Se pur stanco,
pronto a ricominciare e gioire,
sono note vibranti festose e allegre,
gente natie riconoscente
incontri per le vie serpentate...

e nell'aria sentiamo il calore e l’odore
del focolare che scintilla nell'alveare
e la gioia d’amare
che luccica nei loro occhi scintillanti…

finalmente il manto si riveste di verde
e l'inverno e finito
e la montagna maestosa
ci regalare un sorriso soave
e ora ci invito a urlare…
sivano
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VIENI A SCHIAVI DI ABRUZZO
E PREDI LA MIA MANO,
TU CON QUEL VOLTO INVISIBILE.

 

Sono la tua stella cadente
di desideri inespressi,
tra cielo e terra
tra le nuvole incantate
e ti ingloberò nei miei stessi occhi,
per guidarti in questi orizzonti
senza fine…

 

qui sul tetto dell’obelisco
del monte pizzuto,
ti indicherò la goccia
lontana della rugiada azzurra
della brezza del mare adriatico…

e dietro il capo senti le campane
del campanile tremante
di un inno sannitico secolare,
tra la nebbia del vento
nostrano di melodia…

e se prendi la mia mano
e sei disposto a volare
nel libo delle alture
tra le tenebre arrossate…

ti condurrò tra il corso panoramico
tra caseggiato e muraglione
e man mano che l’apice si arrotonda
scorgi alture, a banchetto con la Maiella…

ma giù nella valle
come mammelle
sono appese le sue frazioni
tra i tuoi occhi appicco,
tra le mulattiere serpeggiate
il caseggiato a grappolo,
che si snoda tra monte pizzuto
e fiume sente
tra vigneti e uliveti rigogliosi…

ma le mie gambe si allungano
e sento il tuo cuore palpitare
tra gli odori e i sapori
tra i vicoli e vicoletti,
scorgi tratti di storia
e calpestii e urli passati…

si allarga nella piazza
schietta e vigile
la chiesa padronale
e nell'ingresso a forbice
dei battiti forviati
ci snodiamo tra le navate…

con naso all’su,
dagli occhi
proiettati e impastati di colore
ci facciamo travolge e volare
dal suono del vecchio organo
che nel sottofondo rimbomba di ricordi…

e dal colonnato dell’altare
filtra luce di vento
dalle vetrate arcobaleno
che in altura ci sventola il cielo…

e nel didietro l’alto campanile
che sventra il cielo azzurro
e dalle scale ripide,
e porticine strette dell’archivio
quasi sannitico…

le balaustre ci intrattengono
in orizzontale in un orizzonte
ravvicinato di Maiella…

e poi sfiliamo tra i passi emozionati
e l’anima in collo di odori e profumi
che ci fanno fiancheggiare
la vecchia farmacia di don Peppe
e il municipio restaurato…

ma il passo si fa ripido
ma gli occhi si saziano
di orizzonti sfiorati di poesia,
e giù ci tuffiamo e ci inglobiamo
tra i panni sanniti del sapere
tra i suoi resti museali..

da uno sguardo orizzontale
da piazza Purgatorio
che i nostri occhi giocano a tavolino
con i nostri fratelli molisani…

li a poco tra i resti della chiesa evangelista,
ci godiamo l’odore e il sapore
di vecchi libri ordinati
che ci rinnovano il nostro benvenuto…

tra le sillabe e i poemi
ci riaccendano vecchi sogni e rivoluzionari
di lotte interpoderali,
di terre e monti percossi,
tra venti e tramontane
di geli irresistibili…

il cammino si fa fresco e arricchito
e gonfi di memorie di filosofie paesane,
e sfioriamo veloci e allargati
per piazza caduti d’Ungheria…

un giro e un contagiri
tra alberi impernicati
in una loggetta e poi l’altra
di una rotonda arrotondata,
di orizzonti mozzafiato
di occhi offuscati
di orizzonti irraggiungibili…

e poi giù tra i tornanti
che si arrotondano
e rivestono il monte scalpellato
di verde e di memorie…

e giù nel cuore della storia
di una culla mai esplorata
dei tetti e dei davanzali
dei tempi andati
dei templi italici
in un urlo appicco ci abbeveriamo…

e giù nel territorio tra cielo e nuvole
delle acque di confini
del fiume sente e Trigno,
vecchi infaticabili contadini
rosicano le pietre
di terra viscida…

per costruire nidi tra i venti,
tra vigneti e oliveti
e le chiese di frazione
che urlano di tradizione
autonome e indipendenti…

il cuore orma si fa silente
e gonfio d’emozione,
e dopo aver vagato tra odori
e sapori di gentilezze
di pietanze rigogliose
e il salterello frastornante che si innalza
tra le nove frazioni
in un percorso di caseggiati
da Castiglione alla trignina…

la mia mano si lunga e disgiunta
di un volto invisibile
e ti lascio libero di volare,
con un cuore con le ali
e con l’anima rinsavita…
silvano
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